Franca Di Muzio, operaia (altamente specializzata) della parola

“Appronti nel giro di una sera un personale, parziale frasario interpretativo writer-friendly, ispirato ai tuoi colloqui dell’assurdo. Hai o  no una Laurea con lode in Lingue? E allora, traduci!

 È in riunione = Non vuole parlarti

È fuori sede = Non vuole parlarti

È appena uscito = Non vuole parlarti

Sarà fuori sede tutta la settimana = Non vuole parlarti

La faccio richiamare = Campa cavallo

La richiamo io, senz’altro = Campa cavallo

La richiamo la prossima settimana = Campa cavallo

Sentiamoci la prossima settimana = Campa cavallo

La terremo presente in caso di future necessità = Il tuo CV è appena stato cestinato

Ti richiamo di sicuro, è che prima preferisco avere qualcosa di concreto da proporti = Non ho niente di concreto da proporti e non ti richiamerò.”

(Franca Di Muzio, “Lo scopriremo solo scrivendo”)

Provo una particolare gioia quando, per caso o per suggerimento di un amico o grazie a una fortunata intuizione (suscitata da un titolo accattivante o da una copertina invitante), “scopro” un bel libro di un autore non troppo (o perlomeno non ancora) famoso. E fatalmente mi ritrovo a pensare con un pizzico di rammarico a quanti bravi scrittori e scrittrici, non di rado più dotati di altri ben più celebrati loro colleghi, restano o rischiano di restare ingiustamente nell’ombra, magari per anni o addirittura per sempre.

Credo, invece, fermamente che non resterà nell’ombra Franca Di Muzio. Su consiglio di una cara amica ho letto il suo primo romanzo, “Lo scopriremo solo scrivendo” e ne sono rimasto incantato. Franca  è una copywriter “per caso e per passione”, ma si diletta anche a scrivere racconti. È presente in importanti antologie e riviste e si è aggiudicata il Premio Teramo alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo. E che sappia fare bene il suo lavoro e che i primi riconoscimenti alla sua verve narrativa siano più che meritati lo si capisce a prima… lettura. Perché bastano poche pagine per rendersi conto, intanto, che la Di Muzio, come ha detto qualcuno, sa “trovare sempre le parole e mettere le virgole nei punti giusti”, il che, come sappiamo, non è sempre scontato in chi pubblica.

 Al già intrigante titolo del suo primo memoir, peraltro segnalato al prestigioso Premio Calvino, segue un ancor più stuzzicante sottotitolo, “L’odissea occupazionale di un’operaia della parola”.

E infatti in duecento pagine nelle quali mestiere, cuore e talento  balzano agli occhi da ogni riga la scrittrice narra le sue peripezie di amante della parola alla costante ricerca di un lavoro in un mondo che sa di nuovo girone infernale dantesco, quello del precariato, inquietante realtà dei nostri tempi, che naturalmente colpisce, eccome, anche il già difficile campo della comunicazione e dell’editoria.

Il tema del precariato non è certo allegro, tutt’altro. Assume, anzi, per molti giovani e meno giovani, aspetti drammatici, ma Franca Di Muzio stempera e depotenzia la connotazione anche dolorosa e malinconica delle sue vicissitudini grazie a un felice uso degli strumenti dell’ironia, talvolta anche assai pungente, e dell’autoironia, che donano alla narrazione una bella leggerezza e la rendono, anche grazie a una grande capacità di “maneggiare” le parole, scorrevole e di piacevolissima lettura.

Torti, cattiverie, promesse disattese, veri e propri tradimenti di datori di lavoro avari e cinici o fanfaroni e di colleghi scorretti, così come le proprie ansie, paure e insicurezze, sono affrontati e raccontati dall’autrice con grande senso di uno humor, spesso anche tagliente, che non risparmia niente e nessuno e che in definitiva è il modo più elegante ed efficace per colpire nel segno e per non farsi vincere dallo sconforto. E le avventure –  e le disavventure –  raccontate da Franca Di Muzio diventano esemplari di una generazione (che si lavori a una catena di montaggio o con una penna o, meglio, con una tastiera poco cambia) che soffre alla ricerca spasmodica di una qualche stabilità – sognando il benedetto e quasi chimerico contratto a tempo indeterminato – e costituiscono anche un prezioso messaggio, un invito a reagire,  a non abbattersi, a lottare sempre e comunque per giungere infine alla propria agognata Itaca.

Molto bella ed originale anche la prefazione curata da Marco Fossati che, premessa una certa sua idiosincrasia per le… prefazioni, preferisce indicare semplicemente undici validi motivi per leggere questo libro. Tra gli undici motivi, che comunque condivido integralmente e con convinzione (e del resto alcuni coincidono con quanto ho scritto), mi limito qui a riportarne un paio: scrive Fossati che “Lo scopriremo solo scrivendo” è un libro che “fa anche commuovere e incazzare parecchio”, ed è verissimo e per questo, aggiungo io, ti “prende” irresistibilmente dalla prima all’ultima pagina; e poi conclude che è un libro imperdibile perché “Franca scrive bene: se io fossi il titolare di un’agenzia di comunicazione l’assumerei subito con un contratto a tempo più che indeterminato… a tempo infinito!”

Operaia della parola? Be’,a questa bellissima autodefinizione della scrittrice aggiungerei qualcosa… Perché con questo esordio Franca Di Muzio dimostra di meritare abbondantemente la qualifica di operaia… altamente specializzata della parola! E, ancora, se Franca si dice appartenente alla famiglia dei timidi/taciturni, quando scrive è invece brillantissima e spigliata. Insomma, non posso non concordare con l’autore della… prefazione/non prefazione quando dice che “Lo scopriremo solo scrivendo” è “assolutamente da leggere, rileggere e da regalare agli amici”.  

Michele Bombacigno

 

 

 

 

Ultima modifica: 13 giugno 2017