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Il cane molecolare Bruno non fu avvelenato: la procura indaga il proprietario

La morte del cane molecolare Bruno, avvenuta il 4 luglio scorso all’interno del centro di addestramento di Talsano, potrebbe non essere stata causata da un avvelenamento. È questa la conclusione a cui è giunta la Procura di Taranto, che nelle ultime ore ha ribaltato la ricostruzione iniziale di un episodio che aveva suscitato forte indignazione pubblica e commenti anche ai più alti livelli istituzionali, tra cui quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che aveva parlato di «atto vile e inaccettabile».
Secondo l’ipotesi accusatoria, l’intera vicenda sarebbe stata costruita artificialmente. Il pubblico ministero Raffaele Casto, che coordina le indagini, ha iscritto nel registro degli indagati il proprietario e addestratore del cane, il tarantino Arcangelo Caressa, contestandogli il reato di simulazione di reato. All’uomo è stato notificato un avviso di garanzia e, contestualmente, sono state eseguite perquisizioni personali, domiciliari e nei locali del centro cinofilo. Durante le operazioni, carabinieri, militari del Nucleo forestale e della Guardia di finanza hanno sequestrato supporti informatici, documentazione e materiale bancario ritenuto utile alle indagini.
Dagli accertamenti svolti emergerebbe una versione dei fatti profondamente diversa da quella inizialmente denunciata. Gli inquirenti ritengono che l’addestratore avrebbe inscenato un presunto avvelenamento, facendo ritrovare – solo in un secondo momento – bocconi contenenti chiodi, con l’obiettivo di orientare l’inchiesta verso l’ipotesi di un omicidio dell’animale. A supporto di questa tesi, Caressa avrebbe consegnato ai carabinieri fotografie che ritraevano tali bocconi come se fossero stati rinvenuti accanto al corpo del cane, circostanza che però non troverebbe riscontro oggettivo.
Determinante, per la Procura, è stata la deposizione di un altro addestratore del centro, primo a scoprire il corpo di Bruno. L’uomo ha riferito di essere arrivato nella struttura intorno alle 7.15 del mattino e di non aver notato alcuna esca sospetta nei pressi del box, nonostante la morte del cane fosse recente. Inoltre, secondo gli investigatori, sarebbe stata tratta in inganno anche la veterinaria intervenuta sul posto, la quale aveva inizialmente attestato la presenza di numerosi bocconi con chiodi attorno alla carcassa.
L’autopsia ha però escluso in modo netto l’ingestione di chiodi o di sostanze tossiche: nello stomaco dell’animale non è stato rinvenuto alcun corpo estraneo né tracce di veleno. Gli accertamenti successivi avrebbero inoltre chiarito che, al momento dell’arrivo della veterinaria, i presunti bocconi non si trovavano nell’area del box, ma erano già stati raccolti e collocati in una busta di plastica all’interno dell’ufficio del centro, per poi essere consegnati solo successivamente agli investigatori.
Per la Procura, dunque, non solo mancherebbero elementi a sostegno dell’ipotesi di avvelenamento, ma l’intera scena sarebbe stata artefatta per simulare una morte violenta e indirizzare le indagini verso l’esistenza di esche killer. Le reali cause del decesso di Bruno, sulla base delle valutazioni veterinarie, sarebbero invece riconducibili a fattori del tutto diversi, estranei a qualsiasi atto doloso.