Una gelosia patologica, degenerata nel tempo in un controllo totale della vita coniugale. È il quadro delineato nel procedimento penale definito ieri davanti al Tribunale di Brindisi, dove la giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli ha pronunciato una condanna nei confronti di un uomo residente a Ceglie Messapica, ritenuto responsabile di anni di comportamenti vessatori ai danni della moglie.
Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe sviluppato una ossessione per un presunto tradimento, arrivando a imporre alla donna l’abbandono dell’attività lavorativa e sottoponendola a controlli continui e umilianti: ispezioni degli abiti e della biancheria, verifiche fisiche e persino l’uso dell’olfatto per cercare segnali di rapporti sessuali che, secondo l’inchiesta, esistevano solo nella sua immaginazione. Condotte che si sarebbero protratte per circa tredici anni.
Al termine del giudizio abbreviato, l’imputato è stato condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione, con la riduzione di un terzo della pena prevista dal rito e con il riconoscimento delle attenuanti generiche ritenute prevalenti sulle aggravanti. La decisione è sostanzialmente in linea con la richiesta avanzata dalla sostituta procuratrice Sofia Putignano. La difesa, rappresentata dall’avvocato Aldo Gianfreda, aveva invece chiesto l’assoluzione, sostenendo l’insufficienza degli elementi probatori.
Il giudice ha disposto anche il pagamento di una provvisionale in favore della donna, riconosciuta parte offesa e costituitasi parte civile con l’avvocato Giuseppe Miccoli. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro tre mesi; il provvedimento è impugnabile in Appello e resta ferma la presunzione di non colpevolezza fino alla conclusione definitiva del processo.
Nel merito, la sentenza di primo grado ha riconosciuto la responsabilità per maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenza sessuale. In particolare, i giudici hanno ritenuto attendibile il racconto della donna secondo cui sarebbe stata costretta ad avere rapporti nonostante il suo esplicito dissenso.
L’indagine, coordinata dalla sostituta procuratrice Livia Orlando e condotta dai carabinieri della stazione di Ceglie Messapica, è partita dalla denuncia presentata dalla vittima, che nel frattempo aveva lasciato l’abitazione familiare. Nonostante il trasferimento, l’ex coniuge avrebbe continuato a perseguitarla con appostamenti prolungati nei pressi della nuova casa e in altri luoghi abitualmente frequentati, arrivando anche a chiedere informazioni ai figli minori.
Agli atti risultano inoltre episodi di aggressione fisica, con strattonamenti e schiaffi in strada. Proprio per la gravità del quadro, il procedimento è stato trattato come caso di “codice rosso” e, in fase cautelare, all’imputato era stato imposto il divieto di avvicinamento alla donna e ai luoghi da lei frequentati, con una distanza minima di 500 metri.