Da ieri Pino Indini ha un luogo che porta il suo nome nella sua Brindisi. E difficilmente se ne sarebbe potuto scegliere uno più adatto delle Sciabiche, tra il porto e quella città popolare che per decenni fu materia prima della sua scrittura. A vent’anni dalla morte, avvenuta il 23 settembre 2006, Brindisi ha dedicato un largo allo scrittore, poeta e autore satirico nato il 6 agosto 1938.
Un riconoscimento arrivato dopo un percorso iniziato formalmente nel marzo 2019, quando il Consiglio comunale approvò all’unanimità la proposta di intitolargli uno spazio pubblico.
Ma ridurre Pino Indini al solo inventore di Coco Lafungia, per quanto la sua creatura più celebre, significherebbe raccontarne soltanto una parte. Indini fu poeta, romanziere, saggista, autore teatrale e collaboratore di quotidiani e riviste. Aveva compiuto studi classici e lavorò per circa vent’anni come bibliotecario. La sua produzione comprende numerose opere, attraversando generi molto diversi tra loro, dalla poesia alla narrativa, dalla satira al teatro.
Nel 1986 un referendum promosso dal Quotidiano di Brindisi, Lecce e Taranto lo indicò come cittadino brindisino più rappresentativo dell’anno. Fu inoltre Accademico di Merito e ricevette la Medaglia d’Oro della Presidenza della Repubblica. Sue poesie furono tradotte all’estero e inserite in antologie internazionali.
Eppure, qualsiasi strada prendesse la sua scrittura, Indini finiva quasi sempre per tornare a Brindisi. Ai quartieri, al porto, alle strade, ai personaggi incontrati nella vita quotidiana. Amava la città senza idealizzarla: ne coglieva debolezze, tic, contraddizioni e provincialismi. In opere come “Brindisìade” quell’amore poteva assumere persino i toni dell’invettiva e del disincanto. Nella raccolta dialettale postuma “Sott’alla sulagna” emerge invece ancora una volta il rapporto profondo con la lingua e con la cultura popolare brindisina.
È però con Coco Lafungia che avviene qualcosa di diverso. Indini non crea semplicemente una macchietta e neppure un personaggio che parla in dialetto. Inventa una lingua.
Il cosiddetto “lafungesco” sta a metà strada fra l’italiano e il brindisino. Coco cerca di esprimersi in italiano, ma lo piega continuamente alla propria sintassi, ai suoni e alla logica del dialetto. Le parole vengono storpiate, i termini burocratici fraintesi, i verbi costruiti secondo regole improbabili. Il risultato è comico, ma dietro quell’apparente semplicità c’è un meccanismo letterario molto più sofisticato.
Coco è un uomo del popolo minuto delle Sciabiche, diffidente verso la modernità, spesso greve, ingenuo e nello stesso tempo capace di un elementare buon senso che finisce per mettere a nudo l’assurdità del mondo che lo circonda. Indini gli fa scrivere lettere, commentare fatti quotidiani, raccontare parenti, morti, bollette, emigranti, istituzioni e vita di quartiere. Attraverso di lui la deformazione linguistica diventa anche satira sociale.
Nel 1993 uscì “Le lettere di Coco Lafungia”, più volte ristampato. Quelle lettere avevano già avuto circolazione sulla stampa e conquistarono un pubblico vastissimo a Brindisi. Seguirono nuovi testi e anche trasposizioni teatrali.
Dietro Coco, personaggio rozzo e apparentemente elementare, c’era in realtà uno scrittore di formazione colta capace di costruire con precisione ritmo, equivoci e deformazioni della lingua.
È forse questa la ragione per cui Coco Lafungia ha resistito al tempo. Non rappresenta semplicemente un brindisino: rappresenta un certo modo brindisino di guardare il mondo, trasformato e amplificato dalla letteratura. Anche espressioni linguisticamente impossibili diventano immediatamente comprensibili perché riproducono una logica, un ritmo e una musicalità riconoscibili.
La costruzione, peraltro, era tutt’altro che improvvisata. I dialoghi dell’universo di Coco nascevano da un lavoro accurato sulla lingua parlata delle Sciabiche: parole e strutture popolari venivano raccolte, ricomposte e trasformate in letteratura. Dietro l’effetto della battuta c’era quindi uno studio minuzioso del fraseggio e del parlato brindisino.
Lo stesso contrasto attraversava la personalità artistica di Indini: da una parte il poeta e l’intellettuale, dall’altra l’autore capace di nascondersi dietro la maschera irriverente di Coco. Due registri che in realtà appartenevano alla stessa ricerca: raccontare Brindisi senza trasformarla in una cartolina.
Per questo la collocazione del largo alle Sciabiche assume un significato particolare. È proprio in quel mondo di pescatori, porto, vicoli e umanità popolare che si colloca idealmente la nascita di Coco Lafungia.
L’intitolazione chiude anche una storia lunga: già nel 2016, a dieci anni dalla morte, era stata avanzata pubblicamente la richiesta di dedicare a Indini una strada cittadina; tre anni dopo arrivò il voto unanime del Consiglio comunale e oggi quella proposta è diventata toponomastica.
Rimane soprattutto un’eredità letteraria che merita di essere riletta. Perché Pino Indini non si limitò a raccontare Brindisi: per raccontarla inventò perfino una lingua. E Coco Lafungia, nato dalle Sciabiche sulla pagina, oggi torna simbolicamente proprio lì, nel luogo in cui anche il nome del suo autore entra definitivamente nella geografia della città.