La Cassazione non ha ancora deciso sul futuro dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Al termine dell’udienza di martedì 20 ottobre, le Sezioni Unite civili si sono riservate di pronunciarsi sui ricorsi presentati da Ilva in amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding contro il decreto che impone la sospensione dell’attività produttiva. La decisione sarà comunicata successivamente alle parti, senza che sia stata indicata una data precisa.
Al centro del procedimento c’è il decreto del 27 luglio con cui la Corte d’Appello di Milano, riformando parzialmente una precedente decisione del Tribunale, ha ordinato la fermata entro 90 giorni degli altiforni, delle acciaierie e degli impianti collegati. Il provvedimento riguarda i rischi per la salute derivanti dalle emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5 e dalla presenza di amianto.
I giudici milanesi avevano già respinto due richieste di sospensione presentate dalle società, l’11 settembre e il 5 ottobre, ribadendo la prevalenza della tutela della salute rispetto agli interessi economici dell’attività industriale. L’udienza in Cassazione non modifica, per il momento, l’efficacia del decreto.
Durante la discussione, l’avvocato generale della Cassazione Luigi Birritteri, intervenuto in rappresentanza della Procura generale, ha sollecitato l’accoglimento parziale dei ricorsi delle aziende.
«Quello che manca nel decreto della Corte di Appello di Milano è il bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale», ha sostenuto Birritteri. Secondo il magistrato, «la pericolosità dell’amianto è indiscussa ma la Corte di Appello di Milano desume il pericolo ma non lo accerta».
Una posizione che mette in discussione le valutazioni alla base dell’ordine di fermata e apre alla possibilità di un annullamento del provvedimento, almeno in parte. La richiesta della Procura generale, tuttavia, non vincola i giudici della Cassazione, ai quali spetta la decisione.
A promuovere il procedimento erano stati alcuni cittadini di Taranto, che avevano chiesto di interrompere le attività ritenute dannose per la salute. Il contenzioso, avviato davanti al Tribunale di Milano, era arrivato anche alla Corte di giustizia dell’Unione europea prima di tornare ai giudici italiani.
L’incertezza giudiziaria si aggiunge alla crisi industriale e occupazionale dello stabilimento. Dopo la sospensione della produzione nell’area a caldo, la società ha avviato le procedure per una nuova cassa integrazione che potrebbe interessare fino a 8.622 lavoratori del gruppo, quasi settemila dei quali a Taranto.
La vertenza resta aperta anche sul piano sindacale. Dopo le proteste dei giorni scorsi, che avevano bloccato anche gli accessi alla raffineria Eni di Taranto provocando problemi nella distribuzione dei carburanti in diverse regioni del Sud, i lavoratori hanno sospeso la mobilitazione in attesa di risposte dal Governo.
Il prossimo appuntamento è fissato per il 27 ottobre a Palazzo Chigi, dove i sindacati torneranno a confrontarsi con l’esecutivo sul futuro produttivo dello stabilimento e sulle garanzie occupazionali.
Per l’area a caldo resta intanto la scadenza imposta dalla giustizia milanese. La riserva assunta dalla Cassazione non equivale a una sospensione dell’ordine di fermata: soltanto la prossima pronuncia chiarirà se e in quali termini quel provvedimento potrà essere modificato.