Micorosa, dal Paradiso al parco dei veleni in pochi metri

Nelle mie intenzioni originarie voleva essere solo una passeggiata di buon ora, ovviamente in compagnia della mia fedele macchina fotografica, sul cordone dunale e l’arenile che separa la zona umida delle Saline di Punta della Contessa ed il mare, cioè quella parte della costa brindisina posta a sud della città che, vuoi per la difficoltà ad avvicinarsi in auto senza spaccare gli ammortizzatori e rompere le sospensioni, vuoi per l’ingombrante e poco rassicurante presenza delle grandi industrie, è pressocchè sconosciuta alla stragrande maggioranza della popolazione.
Lasciata, poco dopo l’alba, l’auto in una zona sterrata ad un centinaio di metri dalla Salina Vecchia, ho sostato per qualche minuto all’interno di una postazione realizzata anni addietro per la pratica del “birdwatching”, che consente di ammirare la fauna presente nel lago senza essere visti, limitando al massimo il disturbo per gli animali stessi.
In particolare la mia attenzione ed il mirino digitale della mia macchina fotografica si sono concentrati su un bel gruppo misto di Aironi, delle diverse specie – il Cenerino con la sua caratteristica livrea grigiastra, le piume nere sul collo ed un bel ciuffo scuro sulla nuca, il Bianco Maggiore col suo piumaggio candido ed il becco giallo e la Garzetta, più piccola degli altri due, con il piumaggio completamente bianco ed il becco e le zampe neri – che ancora assonnati sostavano sui rami di un grosso arbusto sulla sponda del bacino.
Incamminatomi, poi, verso il mare costeggiando la sponda meridionale della Salina, ho involontariamente invaso il territorio di una popolosa colonia di Cavalieri d’Italia – un simpatico trampoliere altrove molto raro ma che a Brindisi ha trovato le condizioni ideali per proliferare – che si sono alzati in volo e svolazzando fra il mare e la palude, a pochi metri dalla mia testa, mi hanno tenuto compagnia per buona parte della passeggiata, facendomi quasi scoppiare il cervello con i loro acuti e striduli versi di allarme.
Davanti a me avevo la lunga distesa di sabbia della battigia che da Punta della Contessa porta verso Capo di Torre Cavallo, dove è posizionata la “Torcia della Versalis” alla mia sinistra le basse dune che, a tratti, occultano dalla vista i laghi costieri ed alla mia destra il mare aperto che, nell’occasione, si presentava splendidamente piatto ed invitante anche perché, man mano che il sole si alzava, la calura cominciava a farsi sentire più che lo stridio in cielo dei miei inseparabili accompagnatori con le ali.
Arrampicatomi con molta discrezione su una duna più alta e seminascosto da una bella pianta di Ginestra odorosa, tipica di queste parti, mi sono affacciato verso una zona in cui il canneto era meno fitto e potevo vedere perfettamente una bella colonia di Spatole bianche, un grande uccello acquatico, abbastanza raro, col piumaggio bianco un bel ciuffetto in testa ed un curioso becco piatto a forma di spatola a cui deve, chiaramente, il suo nome comune.
Il tempo di fare qualche scatto quando, l’infittirsi dello stridio dei soliti Cavalieri d’Italia che, oramai mia avevano preso di mira, mettono in allarme anche questi uccelli che, senza particolare fretta, ma tutti insieme, spiegando il collo ben dritto, prendono il volo ed attraversano in un battibaleno lo specchio acqueo per andarsi a posizionare di fronte, proprio davanti all’arbusto ove stazionavano pigramente gli Aironi.
Decido, a questo punto, di non insistere con gli animali, avendoli già infastiditi abbastanza, e proseguo speditamente la camminata verso nord, in direzione della zona industriale. Non posso fare a meno di notare come in larghi tratti, la presenza di grandi masse di Posidonia spiaggiata e non rimossa, corrisponde alle parti dell’arenile più largo, anche una quindicina di metri, ed al cordone di dune sabbiose più alto e fitto, ed ho la conferma che questa pianta acquatica, le cui foreste sono, grazie a Dio, ancora molto estese in corrispondenza della costa a ridosso della Zona Industriale di Brindisi, anche da morta, riveste una grande importanza nella lotta all’erosione costiera.
Sulla battigia non mancano, trasportati dal mare in quanto certamente non è zona di picnic, i segni evidenti della nostra civiltà, in particolare bottiglie di plastica in abbondanza, un bel copertone e, giusto per gettare ancora un po’ di tristezza, la carcassa di una grossa tartaruga marina il cui decesso risale, probabilmente, al finire dello scorso inverno.
Mi passa, sulla testa, stranamente solitario, un grosso fenicottero rosa, inconfondibile nel suo maestoso volo, diretto dall’invaso Enichem verso i laghetti costieri posti più a sud dove, forse, si trovavano i suoi compagni quando, all’improvviso, lo starnazzante stormo di Cavalieri d’Italia che mi aveva e perseguitato per quasi due ore scompare in corrispondenza del cantiere che interessa l’area di Micorosa, o Parco dei Veleni, come è stato battezzato anche sulla stampa nazionale un ex bacino lacustre di circa 50 ettari di estensione divenuto, a partire dagli anni sessanta e per almeno un quarto di secolo, la più grande discarica di veleni a cielo aperto del continente europeo.
Il paesaggio cambia repentinamente e, affacciandomi dal cordone di dune costiere si osserva la grande distesa grigiastra di rifiuti chimici, a volte in bassi cumuli, più spesso in masse compatte di migliaia di metri quadrati di estensione e, solo qua e là qualche ciuffo di erba secca da steppaglia che quasi stona con il paesaggio di desolazione lunare che c’è attorno; sullo sfondo le grandi industrie eredi della Montedison, che fu la responsabile di questo autentico scempio ambientale.
Solo qualche lepre osa avventurarsi nella zona-cuscinetto posta fra le dune e la discarica, evidentemente sentendosi al sicuro ed ipotizzando che nessun predatore sarà tanto stolto da avventurarsi in un ambiente così malsano ed ostile alla vita.
Lo strato di materiale altamente tossico e pericoloso è di un’altezza che varia dai 2 ai 7 metri (che corrisponde alla profondità del bacino acqueo che fu deturpato e distrutto dalla Montedison con lo scarico incontrollato dei residui di lavorazione del Petrolchimico quanto meno fino agli inizi degli anni ottanta) e si stima che questo ammasso di veleni sia di circa un milione e mezzo di metri cubi, con approssimazione per difetto più che per eccesso.
Le indagini effettuate dai ricercatori negli scorsi anni, hanno evidenziato la presenza enorme di rifiuti costituiti in prevalenza da idrossido di calcio, con un diffuso ed elevato inquinamento sia del suolo che della falda sottostante, con la presenza di cloro benzeni e metalli pesanti ed una altissima concentrazione di svariati elementi cancerogeni alcuni dei quali, come i famigerati composti alifatici clorurati, in particolare il cloruro di vinile in quantità di sette milioni e mezzo di volte oltre il limite massimo consentito; il dicloretilene per 198 milioni di volte superiore al limite ed il benzene cinquantamila volte oltre il limite di legge.
Alla luce di quanto sopra non è certamente errato né, tanto meno, esagerato, affermare che l’area Micorosa è, a tutti gli effetti, una enorme discarica non autorizzata ed incontrollata di rifiuti industriali speciali altamente pericolosi, lasciata per quasi mezzo secolo in uno stato di colpevole abbandono, senza che siano stati mai puniti né i colpevoli di questo scempio né coloro che avrebbero dovuto effettuare i dovuti controlli e non lo hanno mai fatto.
Obiettivamente pensavo di trovare una situazione molto migliore rispetto a quella che avevo osservato ad inizio millennio, quando, per la prima volta mi affacciai in questa zona, incuriosito dalle poche notizie che cominciavano a trapelare su questo sito, anche perche sono in corso, da circa un anno e mezzo, lavori di rinaturalizzazione dell’area che dovrebbero essere portati a termine, cronoprogramma alla mano, entro la fine del corrente anno.
Evidentemente tali opere, per ragioni che mi sfuggono, stanno andando a rilento e solo ai margini a sud della discarica si notano dei lavori in corso per riparare i laghi della Saline dal pericolo di sversamento di queste sostanze nelle acque dolci popolate da fauna selvatica.
Anche se comunemente si dice che ci sia una bonifica in atto, in realtà, quello che si sta effettuando sull’area inquinata di Micorosa, altro non sono che opere di tombamento dei rifiuti tossici nella stessa zona in cui sono da mezzo secolo a questa parte e, in parole semplici e per rendere meglio il quadro della situazione, almeno da quello che è il mio punto di vista, una semplice opera di “nascondimento” degli inquinanti, né più né meno che ciò che fa la massaia quando, anziché asportare la polvere e la sporcizia che c’è su un pavimento, la nasconde sotto un tappeto!
E, in effetti, ciò che si sta facendo, a caro prezzo (circa venti milioni di euro) ed a spese della collettività, è un’opera di incapsulamento delle scorie che vengono nuovamente seppellito dopo che si è, si spera, impermeabilizzato il terreno, ricoprendo poi il tutto con terreno vegetale impermeabilizzato che dovrebbe servire a evitare o quanto meno ridurre i rischi di contaminazioni ed infiltrazioni di una falda acquifera già pesantemente compromessa: una sorta di brodino caldo che si serve al malato grave per dargli un qualche sollievo temporaneo dal momento che altro che non si sta facendo che rimandare il problema e consegnare la rogna alle future generazioni che dovranno trovare una soluzione definitiva che contempli lo spostamento dei materiali inquinanti e la effettiva bonifica del suolo e del sottosuolo.
Ancora pensoso e con il sole alto che cominciava a picchiare, ho intrapreso la strada del ritorno sul litorale deserto per chilometri e, dopo aver percorso appena un centinaio di metri quasi inciampo su un vecchio barile di metallo, di quello da idrocarburi per intenderci, contorto ed arrugginito che giaceva seminascosto nella sabbia da chissà quanto tempo ed il cui contenuto doveva essere certamente in tema con quanto visto poco prima in discarica.
Mi tornano a fischiare sulla testa i cavalieri d’Italia e, accelerando il passo in un’oretta ripercorro le dune in direzione sud e mi si riaccende una fiammella di speranza nell’ammirare l’elegante incedere, in acqua, di quel Fenicottero solitario che avevo ammirato in volo appena un paio di ore prima.
E’ l’eterna contraddizione di Brindisi: un paradiso naturale reso un inferno dagli uomini e che potrebbe un giorno tornare ad essere un paradiso per tutti.