Viaggio nella storia della Provincia di Brindisi: la nascita, la speranza e l’evoluzione

Viaggiare è tempo che serve che scorre, attraversando luoghi ed epoche, per arricchire la individuale strada della conoscenza, la cui esperienza diventa, a sua volta, dialogo e scambio culturale. Capire lo spazio, la sua origine, la sua storia, la sua evoluzione, comporta, oltre allo sguardo lanciato al paesaggio e alla rappresentazione urbana della presenza umana, anche la comprensione delle evoluzioni che nel tempo, quei luoghi hanno subìto.
Il viaggio nella provincia di Brindisi, non si estranea dal camminare tra gli archivi, i libri e le cronache, nel tentativo di realizzare un possibile dialogo, una possibile condivisione di una strada che comprenda dove, la storia e la cronaca, ci porteranno.
La provincia di Brindisi è nata il 2 gennaio 1927, nello stesso Regio decreto “Riordinamento delle circoscrizioni provinciali”, che dava vita anche alle provincie di Taranto i Puglia, Matera in Basilicata ed almeno altre 14 in tutto il territorio nazionale.
All’articolo 1 si legge che: la Provincia di Brindisi con capoluogo Brindisi, comprende: i Comuni del circondario di Brindisi ed i comuni di Cellino San Marco, Cisternino, Fasano, San Pietro Vernotico e Torchiarolo.
Della vecchia struttura circondariale facevano parte, oltre a Brindisi che ne era il capoluogo, i comuni di Carovigno, Ceglie, Erchie, Francavilla Fontana, Latiano, Mesagne, Oria, Ostuni, San Donaci, San Pancrazio, Torre Santa Susanna e Villa Castelli. Successivamente, ai 19 comuni, si aggiungerà quello di nuova costituzione di San Michele Salentino, nel 1928.
Il riordino, modificava lo stato delle precedenti 69 provincie italiane divise in circondari, così la provincia Salentina che aveva Lecce come capoluogo riconosceva alla nascita dello Stato Unitario. Le provincie, avevano sostituito nel Regno d’Italia, quelle che, per il Regno delle Due Sicilie erano i distretti, a loro volta suddivisi in circondari. La Provincia salentina, era suddivisa in 5 circondari: Lecce, Brindisi, Gallipoli e Taranto, le ultime tre città, ricoprivano anche la funzione di sottoprefetture.
Alla provincia brindisina, detta anche messapica, sin dalla sua fondazione, furono annessi anche i comuni di Cisternino e Fasano, estranei all’identità propriamente salentina e facenti parte, invece, della provincia di Bari.
Un vero capitolo meritevole di essere conosciuto è quello relativo alla costituzione della Regione Salento, risultante dalla nascita delle distinte provincie di Brindisi, Lecce e Taranto.
Nel corso delle attività svolte dall’Assemblea Costituente e guidati dal parlamentare salentino Giuseppe Codacci-Pisanelli, il gruppo dei parlamentari salentini era fortemente motivato a vedere la nascita di una regione, peraltro sancita da un percorso storico-culturale e linguistico millenario.
Il testo della bozza di costituzione redatta nella “Commissione dei 75”, in cui la Regione Salento c’era, e quella redatta dalla “Comitato dei 18” in cui – come in un giallo – la Regione Salento scompare, rappresentò un mistero e il forte ed appassionato, ma vano tentativo di Codacci-Pisanelli di farla ritornare nel testo col suo intervento nell’Assemblea plenaria. La partecipazione nella vicenda di personaggi di rilievo che hanno fatto la storia dell’Italia repubblicana come Aldo Moro della Democrazia Cristiana o Palmiro Togliatti del il Partito Comunista Italiano; oppure di giuristi rinomati come Ambrosini, Condorelli, Grassi, Lussu, Mortati ed altri; la querelle sugli organi di stampa, la delusione finale per i salentini: tutto è passato tra le pagine ingiallite di un libro che non si leggerà più.
La lunga stagione della dittatura fascista, in buona sostanza, determinò una conferma delle vocazioni locali a differenza di Brindisi, per cui furono eseguiti importanti investimenti, anche di carattere industriale.
La lunga stagione bellica e la necessaria azione di ricostruzione, colloca, al 1951, Brindisi nella nuova identità di capoluogo e centro pulsante della comunità provinciale.
Partendo dall’analisi dei dati relativi al censimento industriale del 1951, quindi anteriori all’avvio delle politiche di industrializzazione, è possibile verificare la presenza nel brindisino di un sistema produttivo piuttosto fragile. Solo quattro dei 20 comuni che allora componevano la circoscrizione amministrativa provinciale erano “specializzati” e caratterizzati da strutture produttive innervate, ancorché debolmente, dal manifatturiero: si tratta di Brindisi, che vantava la specializzazione nella “produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua”, Mesagne e San Vito dei Normanni nel “tabacco” e Carovigno nelle “industrie estrattive”. Gli altri 16 comuni sono tutti classificati come centri a bassa industrializzazione.
Complessivamente, il tasso d’industrializzazione disegna sul territorio provinciale due sezioni longitudinali più o meno omogenee: nella più interna, il valore dell’indice corrisponde alla soglia minima delle classi d’ampiezza, cioè 3,4; in quella costiera, che comprende il capoluogo, sale di
una classe e si attesta nell’intervallo tra 3,41 e 5,4.
Nello stesso periodo il tasso d’industrializzazione medio per le regioni meridionali si attestava al 4,1, era l’11,8 per l’Italia centro-settentrionale, con un tasso medio nazionale di 9.3.
nel 1991 i grandi poli salentini dell’industria di base come Taranto e Brindisi facevano registrare
un indice di industrializzazione rispettivamente di 14,41 e 13,51. Nello stesso anno e dopo 40 anni di rilevazioni e politiche di sviluppo degli investimenti industriali, il tasso del Sud Italia si attestava a 5,4, l’Italia centro-settentrionale saliva al 14,6 e la media nazionale indicava un tasso medio di 11,3. La provincia di Brindisi si confermava in competizione con le aree più sviluppate del Paese.
Se nel 1951, solo quattro dei 20 comuni che allora componevano la circoscrizione amministrativa provinciale erano “specializzati” e caratterizzati da strutture produttive innervate, ancorché debolmente, dal manifatturiero: Brindisi vantava la specializzazione nella “produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua”, Mesagne e San Vito dei Normanni nel “tabacco” e Carovigno nelle “industrie estrattive”, gli altri 16 comuni erano tutti classificati come centri a bassa industrializzazione.
Nel 1961, insieme al miglioramento generalizzato del settore industriale, diminuzione il numero dei comuni a bassa industrializzazione in provincia: Brindisi era specializzato nel ramo delle “costruzioni e impianti”, Ostuni nel “tessile”, Carovigno; nelle “industrie estrattive”, Cellino San Marco nelle “attività connesse con l’agricoltura”, Fasano e Latiano presentavano una struttura industriale di tipo polisettoriale. il dato più significativo era senz’altro l’innalzamento nel capoluogo del comparto delle “costruzioni e impianti”, effetto dell’avvio, alla fine degli anni ’50, dell’«operazione Monteshell per l’installazione dell’impianto Montecatini-Polymer, che costituiva il primo nucleo per lo sviluppo del polo petrolchimico e precedeva di pochi mesi l’istituzione, nel giugno del 1960, dell’Area di Sviluppo Industriale di Brindisi, con tre agglomerati satelliti a Fasano, Ostuni e Francavilla Fontana.
In realtà, un po’ tutta la provincia avrebbe beneficiato dell’intervento di pre-industrializzazione che la Montecatini aveva già realizzato anche fuori dall’area destinata al complesso petrolchimico e che riguardava le infrastrutture necessarie a quest’ultimo, cioè strade, tronchi ferroviari, impianti di acqua industriale.
Nel 1971, rispetto al censimento di vent’anni prima, il profilo dell’industria brindisina era sensibilmente mutato, con il raddoppio dell’occupazione nel ramo manifatturiero e in quello delle costruzioni e impianti.
Brindisi, Fasano, Ostuni e Francavilla Fontana presentavano sistemi produttivi più o meno simili: il capoluogo aveva perso la specializzazione nel ramo delle “costruzioni e impianti”, e nella nuova configurazione di centro polisettoriale appariva netta l’incidenza sul complesso delle attività industriali del manifatturiero, che concentrava il 62,8% degli addetti, mentre nelle costruzioni se ne raggruppava il 31,8%; così avveniva a Fasano, dove gli addetti erano rispettivamente il 66,7 e il 19,8%; a Francavilla Fontana la percentuale del ramo manifatturiero assorbiva l’84,4% della manodopera industriale e quello delle costruzioni e impianti solo il 9,9%; a Ostuni le quote relative erano leggermente più equilibrate, con il 49,2%, degli addetti nel manifatturiero e il 29,7% nelle costruzioni e impianti, e un significativo 16,6% di addetti e 17,9% di unità locali nelle attività produttive legate all’agricoltura e alla pesca, che avrebbero costituito un fattore caratterizzante e di forza negli sviluppi successivi dell’economia del Comune.
(la prossima puntata: Storia della Provincia di Brindisi dal 1971 al 1991)