La giornata dell’ex Ilva di Taranto si chiude con una novità concreta: il Governo sta preparando un decreto ad hoc per tutelare i lavoratori dell’indotto, mentre resta confermato lo spegnimento dell’area a caldo entro il 28 ottobre. Il provvedimento dovrebbe prevedere ammortizzatori straordinari, cassa integrazione o altre misure di accompagnamento per evitare che la fermata degli impianti si trasformi immediatamente in migliaia di licenziamenti.
Le proposte saranno presentate domani, mercoledì 16 settembre alle 10, nel nuovo tavolo a Palazzo Chigi con i sindacati. L’obiettivo dell’esecutivo è arrivare a una soluzione condivisa e inserire poi le misure in un decreto da sottoporre al Consiglio dei ministri nel pomeriggio. Sarà il ventesimo incontro sull’ex Ilva a Palazzo Chigi dal 23 ottobre 2023.
La tensione resta soprattutto nell’indotto, dove sono a rischio circa 2.500 lavoratori. Dopo il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano, che ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento di chiusura dell’area a caldo, le imprese associate ad Aigi hanno rimesso in moto le procedure di licenziamento collettivo. Proprio contro questo scenario ieri i lavoratori hanno scioperato per 24 ore, bloccando strade e per alcune fasi anche il ponte girevole di Taranto. Lo sciopero si è concluso questa mattina alle 7, ma Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno avvertito che la mobilitazione riprenderà se non arriveranno garanzie.
Intanto oggi il dossier è approdato anche in Commissione Industria al Senato, dove sono cominciate le audizioni sul decreto legge 154 del 28 agosto. Sono stati ascoltati, tra gli altri, i commissari di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, la Regione Puglia e Federacciai. Domani toccherà anche ad Aigi, al sindaco di Taranto e ai sindacati.
Dall’audizione è arrivata anche una indicazione importante sul futuro industriale. Il commissario di Acciaierie d’Italia Giovanni Fiori ha spiegato che lo stop dell’area a caldo accelera un processo di riconversione che considera comunque inevitabile: Taranto, secondo i commissari, non dovrebbe smettere di produrre acciaio, ma passare dagli altiforni tradizionali a forni elettrici e Dri, con un orizzonte indicativo di tre anni. Fiori ha inoltre sottolineato che le risorse disponibili servono anche a pagare i debiti verso un indotto già in forte sofferenza.
Sul piano giudiziario, però, il calendario non cambia. La Corte d’Appello di Milano ha confermato la fermata dell’area a caldo entro il 28 ottobre, facendo prevalere la tutela della salute sulla continuità produttiva. Lo spegnimento dovrà avvenire progressivamente e apre una fase nella quale migliaia di lavoratori diretti potrebbero essere interessati dalla cassa integrazione, oltre ai 2.500 dell’appalto già esposti al rischio licenziamento.
Resta poi aperta la partita sul futuro proprietario. Sul tavolo ci sono Jindal e la manifestazione d’interesse della cordata di imprese italiane raccolta attorno a Federacciai. Quest’ultima valuta la costituzione di una newco e guarda soprattutto agli impianti a freddo, mentre il Governo non ha escluso una partecipazione pubblica, a condizione che venga presentato un piano industriale credibile.
La giornata di domani diventa quindi uno snodo decisivo su due fronti: nell’immediato bisognerà capire come impedire che lo spegnimento dell’area a caldo si traduca in una valanga di licenziamenti; subito dopo bisognerà stabilire che cosa sarà l’ex Ilva di Taranto senza gli altiforni. Per i lavoratori la richiesta resta la stessa: reddito e occupazione devono essere garantiti durante tutta la riconversione, non soltanto attraverso anni di ammortizzatori sociali.