Il Tribunale del Riesame di Lecce ha confermato la misura cautelare in carcere nei confronti di Pietro Guadalupi, 35 anni, imprenditore di Tuturano ed ex presidente del consiglio comunale di Brindisi tra il 2016 e il 2018. Guadalupi, con una formazione in Giurisprudenza e un passato politico nell’area di Fratelli d’Italia — che lo aveva indicato come possibile candidato sindaco nel 2023 (ipotesi poi ritirata) e già candidato alle regionali del 2020 — resta dunque detenuto dopo il rigetto dell’istanza presentata dal suo legale.
La decisione, formalizzata all’indomani dell’udienza, riguarda anche Alessandro Blasi, 44 anni, e Adriano Vitale, 57 anni, entrambi coinvolti nella stessa indagine e destinatari di analoghe misure cautelari. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, è stata condotta dalla Squadra mobile della Questura di Brindisi.
Per il momento è stato reso noto soltanto il dispositivo: le motivazioni saranno depositate entro 45 giorni. In quella sede verranno esplicitate le ragioni per cui il collegio ha ritenuto fondato il quadro indiziario già delineato dal giudice per le indagini preliminari, ritenuto sufficientemente grave da giustificare la custodia in carcere.
Secondo l’accusa, Guadalupi avrebbe partecipato a un episodio di estorsione aggravata dal metodo mafioso insieme a soggetti ritenuti vicini al clan riconducibile a Salvatore Buccarella. La difesa, invece, sostiene che l’imprenditore avrebbe agito sotto pressione, temendo ritorsioni, e che il suo comportamento non sarebbe stato frutto di adesione volontaria a dinamiche criminali. Questa versione, già esposta anche durante l’interrogatorio di garanzia, non è stata ritenuta convincente dai giudici del Riesame.
Dalle intercettazioni emergerebbe inoltre un quadro ambiguo: da un lato Guadalupi verrebbe indicato come possibile bersaglio di richieste estorsive, dall’altro sarebbe coinvolto — secondo l’ipotesi accusatoria — in dinamiche compatibili con quelle del contesto mafioso. Resta inoltre il dato della mancata denuncia delle presunte pressioni subite.
Per quanto riguarda gli altri indagati, Blasi è accusato di aver partecipato a un’estorsione da 3.000 euro ai danni di un imprenditore edile, mentre Vitale avrebbe imposto un pagamento illecito legato alla produzione agricola, quantificato per unità di prodotto.
Tutte le contestazioni restano allo stato provvisorio. Gli indagati potranno ricorrere in Cassazione e, soprattutto, sarà il processo a stabilire eventuali responsabilità in via definitiva.