Sedici anni senza Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana che sconvolse l’Italia


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Sedici anni fa, il 26 agosto 2010, Sarah Scazzi usciva dalla sua casa di Avetrana e percorreva poche centinaia di metri diretta verso l’abitazione della cugina Sabrina Misseri. Aveva 15 anni e quel pomeriggio avrebbe dovuto andare al mare. Da quel momento di lei si persero le tracce. Cominciarono ricerche destinate a tenere l’Italia con il fiato sospeso per 42 giorni e a trasformare un piccolo paese della provincia di Taranto nel centro di uno dei casi di cronaca nera più seguiti della storia recente italiana.

Il 6 ottobre arrivò la svolta. Michele Misseri, zio della ragazza, dopo un lungo interrogatorio indicò agli investigatori il pozzo-cisterna nelle campagne di Avetrana dove era stato nascosto il corpo. Da quel momento cominciò una vicenda giudiziaria segnata da confessioni, ritrattazioni e versioni continuamente modificate. Misseri inizialmente si accusò dell’omicidio, poi coinvolse la figlia Sabrina e successivamente tornò più volte ad attribuire a sé stesso la responsabilità del delitto.

La verità giudiziaria è stata definitivamente fissata dalla Cassazione nel febbraio 2017: Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano sono state condannate all’ergastolo per l’omicidio della quindicenne. Michele Misseri ha invece scontato otto anni per la soppressione del cadavere ed è tornato libero l’11 febbraio 2024. Le due donne hanno sempre proclamato la propria innocenza.

Ma sedici anni dopo resta anche un’altra storia: quella di una ragazza finita quasi schiacciata dall’enorme macchina mediatica costruita intorno al suo delitto. Avetrana fu invasa per mesi da televisioni, giornalisti e curiosi; la casa dei Misseri divenne persino meta di un macabro pellegrinaggio. Una sovraesposizione che negli anni ha alimentato una riflessione profonda sul modo di raccontare la cronaca nera e sul confine tra diritto all’informazione e spettacolarizzazione del dolore.

Oggi, 26 agosto 2026, sono passati sedici anni da quel pomeriggio. Sarah avrebbe 31 anni. E forse è proprio questo il dato che più di ogni sentenza restituisce la misura del tempo trascorso e di quello che le è stato sottratto: dietro il “delitto di Avetrana” c’era prima di tutto una quindicenne, con la scuola, gli amici, gli animali che amava e una vita ancora tutta da immaginare.