Momòro e Menamè – Racconti al balcone

Momòro e Menamè erano gemelli. Almeno è quanto affermò la levatrice quando nacquero. La madre, come si usava a quel tempo, partorì in casa. La pancia le era diventata così grossa che la povera donna non poteva neanche andare dalla cucina al salone senza che le si schiantasse la schiena e aveva cominciato a odiare quel casolare di campagna, con tante stanze, scale e camini come non ce ne sono più. Quando venne il momento, il marito, che non aveva alcuna intenzione di assistere all’evento e si era sistemato nel salotto buono a giocare a carte con gli amici, mandò a chiamare donna Cosimina, che arrivò urlando disposizioni su acqua calda, panni bianchi, camomilla e una tazza di caffè. La suocera preparò la cuccuma chiedendosi se facesse bene alla partoriente agitarsi più di quanto già non fosse, poi scoprì che il caffè serviva a leggere i fondi, per avere un auspicio del futuro nascituro. “Uhmmm” commentò donna Cosimina scuotendo la testa. “Gatta ci cova…” continuò, lasciando in sospeso la frase e la suocera, che, nel dubbio, si precipitò a tirare fuori dalla tasca un rosario e cominciò a recitare litanie. La nuora la guardò con occhi di fuoco e la minacciò di morte se non l’avesse finita con quella lamentela iettatrice, che già bastavano i dolori a mandarla fuori di testa.

La levatrice non fece neanche in tempo a chiudere la porta in faccia alla suocera, che Menamè nacque, saettando fuori con la stessa velocità con cui si sputa un nocciolo di oliva. Lanciò un vagito di svariate ottave e poi si mise a guardare il mondo con occhi roteanti. Donna Cosimina lo lavò, lo vestì, lo benedisse e poi lo mollò fra le braccia di una serva, che tenendolo ben stretto, corse a dare al padre la lieta novella. Intanto, la partoriente, lungi dall’essere rinfrancata, continuava a urlare come la sirena della nebbia in mezzo al mare.
La levatrice controllò la pancia e scoprì che c’era ancora un ospite. “Spingi, spingi” cominciò a incitare, ma dopo tre ore il bambino era ancora ancorato alle viscere della madre. Quando la poveretta entrò in uno stato di incoscienza mistica, che quasi vedeva la Madonna, donna Cosimina decise di adottare le maniere forti. Si mise a cavalcioni sulla pancia e cominciò a dare manate come se dovesse impastare la focaccia. “O la mamma o la creatura” ripeteva, convinta che, se non avesse risolto in qualche modo la situazione, sarebbero crepati tutti e due. Finalmente una testolina fece capolino sulla soglia e poi, con una lentezza che avrebbe fatto saltare i nervi ad una lumaca,
Momòro venne alla luce, con un’espressione di sofferenza e disappunto che un essere umano avrebbe potuto avere solo di fronte a una parmigiana bruciata. I bambini furono battezzati Antonio e Teodoro, ma tutti li chiamarono Momòro e Menamè. Il primo perché aveva la faccia di una maschera da tragedia greca e si trascinava in giro lamentandosi continuamente, il secondo per la rapidità con la quale faceva qualsiasi cosa, pretendendo che gli altri facessero lo stesso. Quando ancora allattavano, uno restava attaccato per ore, l’altro svuotava la tetta in un lampo, neanche fosse un’idrovora. Quando cominciarono ad andare a scuola, uno bisognava trascinarlo, l’altro si annoiava dopo mezz’ora a stare fermo seduto davanti al banchetto. “Meeeena mè” diceva Menamè al fratello, quando questo soffriva per malanni inesistenti. “Mò mòro!” esalava Momòro, come fosse il suo ultimo respiro. Quando si trattò di dividersi il mestiere di famiglia, uno preferì andare a lavorare la terra, l’altro restò a fare conti a casa. Mentre Menamè potava, arava, concimava, raccoglieva e, ogni tanto, faceva il filo a qualche bella contadina, cantando per tutto il tempo, Momòro faceva somme, beveva cordiale, mandava a chiamare il dottore e salmodiava il suo strazio. Si sposarono insieme.

Il primo, la figlia del fattore che, guarda caso, neanche sette mesi dopo, gli sfornò i primi due gemelli maschi che tenevano la stessa fretta del padre. Il secondo, una cameriera un poco vacua, che ci mise venticinque ore per far nascere una femminuccia rachitica con la faccia schifata, che non si sforzò neanche di piangere. La tribù di Menamè si moltiplicò e continuò a far prosperare la proprietà, con braccia vigorose e volontà. La fragile figlia di Momòro rimase unica, perchè la madre, per quanto vacua, non ci pensava proprio a ripetere l’esperienza. La vita passò, i figli crebbero, le mogli morirono. Alla fine, nella grande casa della loro infanzia, rimasero solo loro due. Non si parlavano molto. “Mò moooro!” si lamentava Momòro. “Meeena mè!” lo esortava Menamè. Quando arrivò la signora Morte, Menamè stava pulendo fichi d’india. “Mi sciacquo e ti raggiungo” le disse, mollando in quattro e quattr’otto il coltello e la ciotola. Si lavò le mani e si pettinò. Infilò la giacca migliore, perché voleva presentarsi in ordine davanti al tribunale del Creatore. Momòro era accasciato su una sedia a dondolo, con una copertina sulle gambe.

“Lo sapevo che saresti arrivata, è da quando sono nato che soffro” mormorò. Si alzò piano piano, con tutta una serie di ahi e ohi, tenendosi la schiena e facendo scricchiolare le ginocchia. La signora Morte sbuffò e, siccome teneva fretta e non le piaceva aspettare, disse: “Vado e torno, tu intanto preparati”, poi se ne partì con Menamè, che stava già pronto in fondo alla via. Quando tornò, trovò Momòro sdraiato sul divano. “Mi fa fatica spostarmi tutto in un botto” si scusò. La signora Morte sbuffò di nuovo e decise di andare a falciare qualche altra anima, prima di prenderselo. Momòro passò dal divano alla sedia, dalla sedia al letto, dal letto di nuovo al divano, finchè la signora morte si scocciò e se ne dimenticò. Ancora oggi, davanti alla casa diroccata in mezzo alla campagna, la gente dice di vedere un vecchio bacucco tutto bianco e rattrappito che, dondolandosi su una sedia di vimini mezza sfasciata, ripete a cantilena: “Mò moro, mò moro…”.