Acque Chiare, uno scandalo giudiziario

Da IL7 Magazine

Comunque la si voglia vedere è uno scandalo giudiziario. A prescindere da chi abbia torto o ragione. Dalla confisca, dalla non confisca. Dall’esito e dal merito della vicenda. E’ da quasi dieci anni che un complesso edilizio originariamente composto da circa 200 villette super rifinite, un hotel in costruzione, una spiaggia e una bellissima piscina, è avvolto dai sigilli. Sono due lustri che non si riesce a stabilire, in via definitiva, il destino di Acque Chiare.
Un decennio in cui gli acquirenti, pure imputati come i presunti “registi” del business, hanno atteso senza esito (al momento) di sapere se dovranno o meno dire addio per sempre al denaro investito nelle villette in riva al mare. Nel tempo trascorso vi sono stati momenti di grande speranza e di enorme scoramento. L’ultima delusione il 29 settembre scorso: la Cassazione aveva fissato l’udienza, quella in cui sarebbero finalmente apparsi i titoli di coda. Si sarebbe scritta la parola “fine”, agognato traguardo per tutti coloro che sono stati (loro malgrado) coinvolti nella vicenda. E invece no: da Roma la decisione è stata quella forse meno attesa, stavolta. Un ulteriore rinvio, sempre in attesa che Strasburgo tolga le castagne dal fuoco alla giustizia italiana. Intanto l’hotel cade a pezzi, pur trattandosi dell’unico progetto effettivamente di tipologia turistico ricettiva, così come la destinazione d’uso dell’area. Le villette, quelle furono il nodo della discordia: imperdonabile uso abitativo. Il tutto è ritenuto comunque il frutto di un’unica lottizzazione abusiva.

L’ultimo rinvio della Corte di Cassazione.
L’udienza era fissata per il 29 settembre. Nodo principale la confisca del villaggio, disposta in primo grado e confermata in appello insieme alle condanne per quattro imputati. Tecnicamente Acque Chiare è sotto sequestro. Lo è dal maggio 2008 e lo è tuttora secondo la formula iniziale: non è stata data la facoltà d’uso ai proprietari, solo l’intestatario può accedere al proprio immobile per curarne la manutenzione. Niente più. Niente vacanze, nessuna grigliata. Non una festa, non quel “biciclettare” di bimbi per i viali che tutti ricordano con nostalgia e che ormai risale a prima dell’intervento della Finanza. I bimbi sono ormai cresciuti. Laggiù, anche ad agosto, non c’è che deserto. Una desolazione a cui si stenta a credere, laddove qualcosa, tutto intorno, comincia a rifiorire.

La questione giuridica
Acque Chiare, caso emblematico pugliese, ha risentito di una problematica di difficile soluzione che riguarda però un principio generale, non relativo unicamente al complesso edilizio brindisino. Il reato di lottizzazione abusiva contestato ai quattro imputati del processo principale e poi anche all’esercito dei 200 proprietari (ma in processi diversi), si è prescritto subito dopo la sentenza d’appello. Di lì a poco, nel 2013, proprio mentre tutti si preparavano a recarsi a Roma a battagliare, la Corte europea dei diritti dell’uomo si è espressa su una situazione analoga, su un villaggi gemello. Varvara contro Italia, il procedimento. Italia condannata a risarcire un imprenditore per aver confiscato un bene nonostante la prescrizione. Stappavano, in quel di Apani (o quasi), ma non è stato così semplice come si poteva ipotizzare in un primo momento.

Il jolly “congelato”
A quel punto, l’ingranaggio si è inceppato. E dal 2013 è rimasto fermo, ricoperto di ruggine. Alla stregua delle villette e dell’albergo. Ormai cadente, almeno quest’ultimo. Una cattedrale nel deserto l’intero complesso, l’isola del nulla in una zona che lentamente si riqualifica. La Cassazione ha deciso di non decidere, non prima di aver interrogato la Corte Costituzionale. Un problema di frequenze. L’Italia deve adeguarsi ai dettami europei. Tutto l’inghippo sta nel “come”. I giudici costituzionali hanno intimato l’alt, dando una propria interpretazione a quanto aveva sostenuto la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo, quel luogo della giustizia europea in cui si valutano per l’appunto violazioni commesse dagli Stati membri in un’ottica comunitaria.
Detta in soldoni, la Corte Costituzionale ha ritenuto che la Cedu, specificando che non si può confiscare un bene in caso di prescrizione, avesse in realtà detto un’altra cosa. Sottile la differenza. Impossibile confiscare un bene in assenza di un accertamento di responsabilità, possibile non solo in caso di condanna, ma anche di prescrizione.
La prescrizione non è una assoluzione, considerato che la si può rifiutare e che apre (ad esempio) a richieste di risarcimento del danno. Da farsi, quindi, una valutazione caso per caso.

L’attesa infinita
Una volta recepita l’opinione della Corte costituzionale, l’udienza è stata nuovamente fissata. Sempre da sciogliere il “nodo” confisca. Ma a questo punto è intervenuto un altro colpo di scena. E’ stato presentato un nuovo ricorso (ormai quasi due anni fa) alla Grande Chambre, che è il secondo grado della Corte europea dei diritti dell’uomo. La Grande Chambre si esprimerà su altri casi sostanzialmente uguali, o comunque dalle molte analogie: le è stato chiesto di chiarire con precisione i termini della questione. Il pronunciamento tarda ad arrivare. E’ stata forse la convinzione che la sentenza starebbe stata depositata entro agosto a spingere gli Ermellini a fissare per il 29 settembre l’udienza in cui la controversia dovrebbe trovare una soluzione “definitiva”.
Prima di novembre, stando alle voci di corridoio, non dovrebbero esserci novità. Acque Chiare resterà sottoposto a sequestro, in attesa di giudizio.
Nessuno laggiù ha perso le speranze. Le vicissitudini sono state tante, complicatissimo il percorso giudiziario fatto.

Il racconto di un processo interminabile
Era fine maggio del 2008 quando scoppiò il caos. I finanzieri del nucleo di polizia tributaria si recarono in località Case Bianche e sequestrarono tutto. In un primo momento fu concessa la facoltà d’uso ai proprietari. Poi fu revocata. Il villaggio fu affidato alla custodia del sindaco, all’epoca Domenico Mennitti. Quindi furono trovate altre formule, perché la soluzione scelta era insostenibile dal punto di vista economico.
Acque Chiare continua ad avere costi elevatissimi di condominio, per la manutenzione ordinaria. Senza contare le spese correnti e perfino le cartelle pazze da contestare. I proprietari/acquirenti sono stati ritenuti dapprima in buona fede, poi ignoranti colpevoli. Si sono professati “vittima di truffa”, alla fine – esclusa ogni forma di buona fede, per lo meno in ottica complessiva, non potendosi fare una valutazione caso per caso – sono stati tirati dentro con una imputazione di concorso in lottizzazione abusiva. Alcuni di loro avevano rifiutato la prescrizione, alla fine, dopo lo spiraglio “Varvara”, hanno accettato tutti. Chi non lo ha fatto è stato condannato, salvo casi particolari.

Gli scenari
Cosa potrà accadere quando effettivamente l’udienza finale sarà celebrata? Le ipotesi sono varie. I ricorsi delle difese potrebbero essere giudicati inammissibili, ipotesi residuale, quasi impossibile. In tal caso non scatterebbe la prescrizione e la confisca verrebbe confermata di default insieme alle condanne. Inverosimile che accada, assurdo pensare a una attesa così lunga per giungere a un risultato che si poteva conseguire anche senza interrogare Strasburgo e varie.
In caso di ricorsi ammissibili, sarà dichiarata la prescrizione. Se la Grande Chambre avrà ancora una volta sbarrato la strada alla possibilità di confiscare in caso di assenza di condanna, allora le case saranno restituite al costruttore e ai proprietari. Potranno completarsi le procedure di vendite per chi si è fermato al preliminare. Il costruttore potrà finire l’albergo. Sarà come se nulla fosse accaduto, fatta eccezione, ovviamente, per i profili risarcitori. Ché più di qualcuno, chiaramente, potrebbe rivendicare quanto perduto in dieci anni di sofferenza giudiziaria. In caso contrario Acque Chiare sarà confiscato. Forse tutto, forse in parte, se si dovesse operare una distinzione tra chi era sicuramente in “malafede”, stando agli atti del processo, e chi invece non aveva alcuna idea dell’esistenza di presunte irregolarità nelle fasi autorizzative. Non va dimenticato che tutto lo “scandalo” è incardinato su una ipotesi iniziale: la corruzione, affibbiata tanto per cominciare all’ex sindaco Giovanni Antonino che, come in altre circostanze, ha deciso di patteggiare. Anche la corruzione si è prescritta.
C’è poi un ultimo scenario. Una questione difensiva su questioni meramente procedurali che, se accolta, riporterebbe tutto all’anno zero. A prima del decreto che dispone il giudizio.
Come se nulla fosse mai accaduto.