Checco Di Giulio morto a 19 anni in combattimento: quel sacrificio mai ricordato dalla sua Brindisi

C’è un filo sottile che lega alla storia il destino di Francesco Di Giulio, marinaio brindisino che nel 1943 aveva solo 19 anni: la fuga del re d’Italia a Brindisi, divenuta Capitale, cambiando all’ultimo momento i piani tracciati dai servizi segreti inglesi che lo volevano trasferire a La Maddalena con il cacciatorpediniere Vivaldi, per riparare poi sulla corazzata Roma. Brindisi divenne Capitale d’Italia il 9 settembre 1943. Quello stesso giorno, Francesco Di Giulio, per tutti Checco, moriva sotto il fuoco tedesco nell’affondamento del Vivaldi tra la Sardegna e la Corsica, dove la nave era stata dirottata dopo che Vittorio Emanuele III si era imbarcato sulla corvetta antisommergibile “Baionetta”, dal porto di Pescara direzione Brindisi.
La morte di Checco, il cui corpo non è mai riemerso dai fondali dell’isola dell’Asinara, è rimasta una croce anonima tra le circa 32 mila dei marinai italiani periti durante la Seconda Guerra mondiale. Dimenticata anche dalla sua città, Brindisi, che pure proprio alla memoria di quei valorosi soldati, ospita il Monumento al Marinaio e in cui proprio ogni 9 settembre (giorno della sua morte) la Marina militare celebra i marinai scomparsi in mare. E’ il cruccio più grande della famiglia di cui si fanno portavoce i nipoti Mimmo e Francesco Donativo, figli di Speranza, una delle quattro sorelle di Checco.
La storia di questo ragazzino che a 18 anni si arruola volontario nella Regia Marina come cannoniere artigliere ha origini non casuali in una famiglia in cui il papà Giovanni, lasciata la casa di largo San Paolo agli inizi del Novecento, era diventato ufficiale di cavalleria ed era stato destinato al 28°Reggimento Cavalleggeri di Treviso. La mamma di Giovanni era Speranza Montenegro, ultima discendente della nobile famiglia proprietaria del palazzo omonimo che oggi ospita la residenza del prefetto. Si era sposata con Francesco Di Giulio e gestivano l’agenzia “Fratello Di Giulio di Antonio” che aveva i suoi magazzini sul lungomare Regina Margherita, accanto all’Hotel Internazionale e che commerciava acqua dolce, pollame e bitume con l’Albania.
Giovanni Di Giulio era poi diventato podestà di Moriago della Battaglia, un paesino di duemila anime nel Trevigiano. Ma il richiamo per la divisa e la nostalgia di casa lo aveva rimesso sulla strada di Brindisi dove era arrivato alla fine degli anni Trenta quando gli era stato affidato il comando della Protezione antiaerea, che aveva la sua caserma nell’attuale via del Mare, dove oggi ci sono ancora i ruderi. Tornò da Treviso con tutta la famiglia: le quattro ragazze e Francesco, unico figlio maschio. Andarono ad abitare in una bellissima villa che si trovava sull’altra sponda del seno di Levante, dove oggi ci sono i silos Indesil di Punto Franco. Ma la moglie Maria morì di cancro a soli 36 anni, Giovanni si fece una nuova famiglia e i cinque figli andarono a vivere con la nonna, in via Santa Barbara.
Checco, nonostante fosse il penultimo nato, si prendeva cura delle sorelle. Aveva studiato da ragioniere, ma la sua passione era per le divisa che sin da piccolo aveva visto circolare in casa. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si era così arruolato nella Regia Marina da volontario e, dopo un corso alla Scuola Cannonieri di Pola, aveva ottenuto la qualifica di cannoniere d’artiglieria ed era stato destinato al cacciatorpediniere “Ugolino Vivaldi” che nel 1939 aveva partecipato alle operazioni per la conquista dell’Albania. Checco scrisse a casa una lettera avvisando la nonna e le sorelle che sarebbe arrivato in licenza premio l’8 settembre 1943. La nave, gravemente danneggiata in una battaglia nei pressi di Pantelleria, il 7 settembre era giunta nei cantieri di La Spezia per lavori.
Ma quando Francesco stava per partire alla volta di Brindisi accaddero due cose che segnarono per sempre il suo destino: la prima fu una inaspettata punizione per la quale restò “consegnato” sulla nave con annullamento della licenza. La seconda ben più grande di questo ragazzo brindisino che sognava di tornare a casa furono gli eventi della Storia: dopo l’Armistizio, quello stesso 7 settembre, il cacciatorpediniere, insieme al gemello “De Noli”, ricevettero l’ordine di lasciare La Spezia alla volta di Civitavecchia dove avrebbero dovuto imbarcare re Vittorio Emanuele II e la regina Elena in fuga da Roma. Ma il re decise all’ultimo momento di dirigersi verso Pescara per rifugiarsi a Brindisi e così Vivaldi e De Noli, nella mattinata del 9 settembre, furono dirottate verso La Maddalena,dove avrebbero incontrato il grosso della squadra navale italiana, partita da La Spezia. Al largo di Razzoli, nelle bocche di Bonifacio, le due navi si scontrarono, tra le ore 16 e le 17.15 del 9 settembre, con alcune motovedette e motozattere tedesche, affondandone o danneggiandone alcune e costringendo le altre a ripiegare; ma furono poi prese di mira dal tiro delle batterie costiere tedesche della Corsica. Il Vivaldi, verso le 17, fu ripetutamente colpito e gravemente danneggiato: a bordo si sviluppò un incendio e le macchine vennero messe fuori uso; nel giro di mezz’ora la nave si trovò immobilizzata a sud di Capo Fenu. Poco dopo affondò.
Francesco Di Giulio, ferito gravemente sul ponte della nave, poco prima dell’affondamento, e cosciente del fatto che stava per morire dissanguato, consegnò il bene più prezioso che aveva, il suo portafogli, a un commilitone di San Pietro Vernotico che era diventato il suo migliore amico: si fece promettere che lo avrebbe consegnato alle sorelle. L’altro marinaio lo tenne tra le sue braccia sino alla morte, riuscì a salvarsi e alcuni mesi dopo, tornato a casa dalla prigionia, bussò alla casa di via Santa Barbara e consegnò a Teresa, Anita, Speranza e Angela, in lacrime e incredule, quel piccolo tesoro di ricordi. Tutto ciò che rimaneva loro di quel fratello scomparso nelle acque del mare di Sardegna, insieme alla sua nave.
Anni dopo alla famiglia arrivò la notizia che a Checco era stata destinata la Croce di Bronzo al valor militare. Ma di lui e del suo sacrificio nella sua città, Brindisi, non si seppe mai nulla.