«E’ tutto fermo a quel giorno: il gatto Punto aspetta ancora il ritorno di Melissa»

Lucia Pezzuto per il7 Magazine

Sette anni senza Melissa, sette anni da quel maledetto giorno in cui tutto si è fermato in casa di Rita e Massimo Bassi. Era il 19 maggio 2012, un ordigno artigianale esplode poco prima del suono della campanella davanti ai cancelli dell’Istituto superiore Morvillo Falcone di Brindisi. Due boati distinti squarciano le chiacchiere e le risate degli studenti pronti ad entrare in classe. In un istante la scuola, quel posto dove i ragazzi crescono e diventano grandi, si trasforma in un luogo di paura e morte. Melissa Bassi, 15 anni e mezzo, perde la vita durante una disperata corsa in ospedale, le sue compagne gravemente ferite si salvano ma porteranno per sempre sul corpo e nel cuore le cicatrici di quella tragedia.
“Io non ricordo nulla di quel giorno, è come se avessi un vuoto, un buco nero che avvolge la mente- racconta Rita, la mamma di Melissa, seduta sul divano di casa sua in quella via di Mesagne che ora porta il nome di sua figlia- io ricordo solo le parole di mio marito e poi niente più”. Rita è una donna minuta, dallo sguardo basso, ma dentro di sé nasconde una forza incredibile. Ogni giorno tra le mura di quella casa silenziosa per lei e suo marito è un dolore che si rinnova. Sulle pareti, sui mobili, ovunque ci sono foto di Melissa. Melissa che sorride, Melissa che fa il broncio, Melissa con le amiche, Melissa che si atteggia a fare l’adulta che purtroppo non sarà mai.
“Era lei che portava il sole in casa. Era sempre allegra, una chiacchierona- racconta Rita- ogni giorno quando tornava a casa e pranzavamo io e lei, perché il padre era a lavoro, lei non smetteva di parlare mi raccontava cosa faceva a scuola, i compiti, le interrogazioni, le amiche. Era molto diligente e le piaceva studiare. Non aveva ancora deciso cosa fare da grande ma adorava i bambini e la psicologia. Sicuramente avrebbe continuato, si sarebbe iscritta all’università. Per lei lo studio era importante”. Melissa trascorreva gran parte dei pomeriggi nella sua cameretta tra i libri, le telefonate con le amiche e le foto, tante foto quelle che lei stessa scattava perché per la fotografia aveva una vera e propria passione.
“Diceva sempre che per i suoi diciotto anni avrebbe voluto in regalo una macchina fotografica, una Reflex. Amava scattare le foto, le scattava con il cellulare e poi le trasferiva sul computer- dice Rita- dopo la sua morte ne abbiamo trovate tantissime. Io le ho fatte tutte sviluppare e ora le ho messe in questi album che guardo sempre”. Rita stringe quegli album a sé come se fossero una cosa preziosa ma non esita a mostrarli, a scorrere quelle pagine in cui è racchiusa la vita di sua figlia: le uscite con le amiche, l’ultima stagione al mare, le giornate a scuola e l’ultima torta di compleanno, quella che segna i quindici anni, quindici anni per sempre. Tra quegli scatti c’è anche il fidanzatino, quello di cui lei stessa aveva raccontato alla mamma. “Un giorno era seduta davanti al camino con il computer sulle gambe e mi disse: “mamma, guarda, ti piace questo ragazzo?” Io dissi di si, che era un ragazzo carino. E lei disse: “ci stiamo fidanzando, voglio vivere questa esperienza”. Io sapevo che Mario era un bravo ragazzo, proprio come lei. Melissa è sempre stata una ragazza tranquilla, con la testa sulle spalle. Anzi, io mi rimprovero di essere stata troppo protettiva nei suoi confronti. Ero ossessionata dai pericoli, quando usciva con le amiche, solo il sabato e la domenica, o andava al mare, avevo sempre paura che potesse accaderle qualcosa. E forse questo era un presentimento”. Rita scuote la testa, è forse è vero nel suo cuore di mamma si dispiace di essere stata eccessivamente protettiva con la figlia, pensa forse di averla limitata e di averle tolto qualcosa. In realtà è stato il destino e la cattiveria umana ad aver tolto qualcosa. Melissa aveva quindici anni ed era felice. “Ci sono cose che non ti puoi spiegare e per le quali non c’è pace. Perdere una figlia, in quel modo poi, è una di queste -dice Rita con lo sguardo fisso in un punto indefinito- io ho mandato mia figlia a scuola e da scuola non è più tornata. Così tutto è finito. Oggi mi restano solo le foto, i ricordi e Punto”. Punto è il gatto di Melissa, un grosso gatto europeo che si muove per casa lentamente. Non ama gli estranei e trascorre il tempo accoccolato sul divano o sul letto di Melissa. Ma quando l’orario arriva si sposta sulle scale davanti alla porta d’ingresso e si siede.
“Aspetta, tutti i giorni aspetta che lei torni a casa. Sono trascorsi sette anni ma lui aspetta ancora Melissa- dice Rita- Punto lo abbiamo trovato sul motore della nostra auto, una Fiat Punto. E’ per quello che Melissa l’ha chiamato così. Lei amava gli animali. Ogni cucciolo che trovava per strada lo portava a casa, anche se era allergica sia ai cani che ai gatti. Oggi abbiamo ancora due gatti e un cane che lei ha voluto a casa. Punto fa il giro della camera e a volte mi apre i cassetti dell’armadio gettando per terra i vestiti di Melissa. Lui sente ancora il suo odore e aspetta che lei torni per giocare”. In quella camera dove Punto ancora si muove alla ricerca della sua padrona tutto è rimasto come quando c’era lei, Melissa. Nulla è stato toccato, è come se il tempo si fosse fermato a quel 19 maggio di sette anni fa. Sullo scaffale ci sono le sue cose, i suoi portagioie, i libri e i quaderni, una spazzola verde usata con i capelli incastrati nelle setole. E poi anche un brick di una bevanda al cioccolato con ancora la cannuccia dentro, la colazione che Melissa consumò prima di andare a scuola.
Sul letto ci sono decine di pupazzi, quelli che la gente ha lasciato in ricordo di Melissa. “Ne abbiamo scatoli pieni di peluche, lettere, cartelloni targhe in memoria di mia figlia- dice Rita- in questi anni tante persone hanno voluto farci sentire la loro vicinanza. Ma andare avanti non è facile. So che anche nella sua scuola c’è un’aula dedicata a Melissa dove sono state raccolte tante testimonianze. Ma io in quella scuola non ci ho mai più messo piede e non riesco neppure a passarci davanti”.
In questi anni genitori di Melissa Bassi hanno partecipato ad ogni iniziativa che riguardasse la figlia, nonostante il dolore non si sono mai sottratti nella convinzione che ogni cosa potesse contribuire a mantenere vivo il ricordo di Melissa. Per Rita, tuttavia, la scuola resta per lei un muro insormontabile. Rita Bassi insieme al marito era anche in aula, ad ogni udienza di quel processo che ha visto condannato all’ergastolo Giovanni Vantaggiato, l’assassino di sua figlia. Rita quell’uomo l’ha guardato negli occhi ad un metro di distanza mentre raccontava passo dopo passo quel piano diabolico e spietato che ha causato la morte di Melissa. “Un tragico incidente di percorso” come dirà lo stesso Vantaggiato davanti al giudice. “Non era previsto, ma si sa può succedere” confermerà il reo confesso, come se la morte di una ragazza fosse un danno collaterale.
“Ma lei sapeva che poteva uccidere facendo esplodere quella bomba” dice il giudice. “Si- risponderà Vantaggiato- sapevo che qualcuno si poteva fare male”.
Le parole di Giovanni Vantaggiato in quell’aula furono come una pugno nello stomaco per mamma Rita che in un moto di stizza strinse i pugni battendoli sul tavolo. Sua figlia era morta e Vantaggiato continuava a definirla come un incidente di percorso.
“Sono stata a tutte le udienze perché lo dovevo a mia figlia. L’ho fatto per lei, lei mi ha dato la forza- dice Rita con rabbia- era a un metro da me e io nella mia mente pensavo a tutti modi in cui lo avrei potuto ucciderlo. Ha chiesto anche perdono, perdono di cosa. Ha ucciso una ragazza innocente, una ragazza che stava andando a scuola. Non c’è perdono e non ci sarà mai. Anche se ora è in carcere non c’è stata alcuna giustizia perché lui è vivo e mia figlia è morta. E nessuno potrà mai ridarmela. Aveva quindici anni e voleva solo vivere”.