Il diritto al lavoro per chi si è riabilitato: Brindisi non è più Marlboro City

Quando nel giugno 2000 l’Operazione Primavera, disposta dal ministro dell’Interno Enzo Bianco, cancellò per sempre le organizzazioni contrabbandiere brindisine inviando quasi duemila uomini tra carabinieri dei reparti speciali, poliziotti e finanzieri dell’antiterrorismo, qualcuno pronosticò che da quel momento in poi il tasso di criminalità “comune” in provincia di Brindisi sarebbe immediatamente aumentato. Come camperanno le migliaia di contrabbandieri che fino a quel momento guadagnavano più che bene nei vari settori del business? Ci si chiese. Scafisti, trasportatori, scaricatori, pali erano all’improvviso disoccupati, in più gravati da centinaia di procedimenti penali.
Del resto l’equazione era semplice visto che pochi anni prima, in una puntata di “Samarcanda” rimasta tristemente famosa per l’immagine di questa città, il giornalista Michele Santoro aveva ufficialmente ribattezzato Brindisi “Marlboro City”, come se davvero tutta l’economia locale fosse fondata sul contrabbando e non ci fosse famiglia della città priva di quote partecipative nei traffici di sigarette.
Ovviamente era un quadro distorto, ma partiva da un dato reale: il contrabbando di «bionde» era nei gangli dei brindisini, penetrato culturalmente in maniera così graduale che, pur essendo divenuto negli anni Novanta un reato punito duramente dal codice penale, era percepito ancora come un’attività “borderline”, come oggi può essere considerata la pesca di frodo.
Era nato alla fine degli anni Sessanta su iniziativa “imprenditoriale” di famiglie che abitavano nelle masserie alla periferie della città e che si erano messe a trafficare cartoni di sigarette prima dalla Grecia e poi dall’Albania affiancando quell’attività alla gestione dei campi e delle greggi. E c’era stato un solo vero sussulto, nella famosa notte di San Lorenzo 1974, quando due di queste famiglie, i Ciciriello e Contestabile, si erano affrontate a fucilate inseguendosi per le vie della città, lasciando per terra anche un morto.
A parte quell’episodio di sangue, sino alla fine degli anni Ottanta, il contrabbando era considerato una sorta di “ammortizzatore sociale”, tollerato persino dalle forze dell’ordine al punto che gli sbarchi di sigarette avvenivano abitualmente sulle spiagge, in mezzo ai bagnanti, i cortei di Alfette cariche di bionde sfrecciavano nelle strade alla periferia della città e gli scafi blu erano ormeggiati nel porto interno, nella zona delle Sciabiche. Senza che quasi mai ci fossero interventi severi di repressione.
Tutto era cambiato negli anni Novanta quando sul business delle sigarette aveva messo gli occhi la Sacra corona unita, la mafia salentina. Da quel momento l’alone di romanticismo che aveva caratterizzato i sigarettari era stato inquinato per sempre dal cancro della criminalità organizzata. In questa contaminazione si erano ritrovati nello stesso calderone quelli che erano entrati nel contrabbando come se fosse un’attività quasi lavorativa e i criminali che invece impugnavano le pistole e presto avevano caricato su quegli stessi scafi contrabbandieri non solo le sigarette ma anche centinaia di armi da guerra acquistate a quattro soldi in Jugoslavia e che erano finite nelle mani di brindisini dal grilletto facile.
Fu guerra frontale con le forze dell’ordine, decine di persone tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e contrabbandieri rimasero sul terreno. La carriera di eccellenti funzionari fu stroncata per sempre, come quella del questore Franco Forleo e del capo della Mobile, Pietro Antonacci, perché era una battaglia in cui la linea di fronte tra legale e illegale non era più marcata in maniera precisa, anzi non esisteva più e veniva oltrepassata anche da chi aveva la divisa.
Ciò che accadde la sera del 23 febbraio 2000 fu quasi inevitabile: un mezzo blindato dei contrabbandieri, che avevano trasformato ormai le loro auto in carriarmati, speronò una Fiat Punto della guardia di finanza: morirono i finanzieri Alberto De Falco e Antonio Sottile, altri due militari rimasero feriti e tutt’oggi hanno addosso i segni di quello scontro. Cinque giorni dopo lo Stato diede la sua risposta facendo scattare l’Operazione Primavera, una vera e propria missione di guerra. Per il contrabbando fu la fine.
Torniamo a quella che era l’ipotesi generalizzata nei giorni successivi a quegli eventi. Chi non conosceva bene la storia che abbiamo brevemente ricostruito era convinto che tutti quelli che lavoravano nel contrabbando fossero criminali irrecuperabili e che dunque, finito il business delle sigarette, avrebbero continuato naturalmente a delinquere rubando, compiendo rapine, dedicandosi al traffico di droga. Se fosse stato così Brindisi sarebbe all’improvviso schizzata in testa a tutte le statistiche nazionali in fatto di criminalità. E invece ciò non è accaduto, e non è stato un caso.
Il motivo di fondo è che gran parte di quelli che facevano i contrabbandieri non erano fisiologicamente criminali e non consideravano il trasportare cartoni di sigarette alla stregua di compiere furti o di assaltare negozi. Il motivo più pragmatico è che gli amministratori dell’epoca, primo fra tutti l’allora sindaco Giovanni Antonino, ebbero la capacità di sostituirsi allo Stato che dopo l’Operazione Primavera tolse le tende, si prese (giustamente) le medaglie e lasciò la città senza preoccuparsi di quello che sarebbe accaduto dopo. Antonino, che di errori ne ha pur commessi tanti, qui ci vide giusto e le sue scelte si rivelarono decisive: molti ex contrabbandieri furono assunti nelle società partecipate che vedevano la luce in quegli anni e altri vennero convogliati verso la società che si occupava della raccolta dei rifiuti urbani, all’epoca la Slia. Anche qui si ipotizzò che quei “malacarne” non avrebbero avuto nessuna voglia di lavorare in maniera onesta. E invece gran parte di loro, quasi tutti, messo da parte il passato illegale, e molti avendo pagato anche il debito con la giustizia, diventarono giardinieri, operai, tecnici specializzati e netturbini.
Sono andati avanti per oltre vent’anni, hanno messo su famiglia. In molti casi i figli non sono neanche a conoscenza di quel passato turbolento, di quella vita borderline. Esiste il cosiddetto diritto all’oblio, ossia il sacrosanto privilegio di essere dimenticati per gli errori commessi e di avere una possibilità di riscatto. E loro l’hanno meritata questa possibilità, se la sono guadagnata spaccandosi la schiena, rispettando gli orari di lavoro per stipendi che non ricordano neanche lontanamente i lauti guadagni messi insieme in poche ore di lavoro sbarcando sigarette.
Ora viene riesumata una legge emanata nel 2001 ma che era rimasta nei parcheggi della giustizia e che all’improvviso deve essere persino applicata con rigore: le aziende sono obbligate a provvedere, in autotutela, a sospendere per la normativa antimafia quei lavoratori che hanno precedenti, allo scopo di evitare possibili infiltrazioni criminali nei luoghi di lavoro. Senza fare distinzioni tra tipologie di reato, anni trascorsi dall’ultimo precedente penale e non tenendo conto dal diritto a lavorare di chi ha saldato ogni debito con la giustizia.
Una norma ingiusta perché colpisce molti tra coloro che da vent’anni non solo hanno rispettato i propri impegni, ma si è distinto per la solerzia con cui ha fatto il proprio dovere. Una norma che appare ingiusta ovunque, ma a Brindisi in particolare, perché chi è stato contrabbandiere in quegli anni – per i motivi che abbiamo spiegato – ha chiuso per sempre da tempo ogni conto con la Legge. E adesso ha il diritto di continuare a portare il pane, onestamente, a casa.