Invece del Grande Salento riesumati la Terra d’Otranto e il suo stemma islamico

I sindaci di Brindisi, Lecce e Taranto, con il supporto dell’Università del Salento, hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per rafforzare concretamente il legame fra le tre province, creando un’unica area metropolitana con una visione condivisa dello sviluppo e della crescita del territorio, valorizzandone le differenti dotazioni infrastrutturali e soprattutto rinforzandone l’attrattività turistica.
Si tratta di un progetto non solo condivisibile, ma ormai non più rinviabile visto che ormai da più di dieci anni si ipotizza la creazione di un polo unico che metta insieme le risorse delle tre province e che possa fronteggiare lo strapotere di Bari negli interessi economici e politici della Regione.
Ed è fondamentale che il protocollo d’intesa coinvolga anche l’Università del Salento che può fornire uno straordinario supporto intellettuale al processo di integrazione dei tre territori, così diversi sia culturalmente che geograficamente, e proprio per questo dal potenziale straordinario, se dovessero finalmente muoversi in sinergia.
Ciò che convince meno è la bandiera sotto la quale è stata avviata questa iniziativa: il progetto punta infatti al rilancio della “Terra d’Otranto”. Cos’era la Terra d’Otranto? Sino a cento anni fa una vera e propria regione nata sotto il Regno di Sicilia e poi proseguita sotto il Regno di Napoli e quello delle due Sicilie, sino al Regno d’Italia. Venne smembrata nel 1927, anno in cui Brindisi divenne una provincia autonoma.
Nell’Ottocento la provincia Terra d’Otranto comprendeva quattro distretti, classificati in base alle funzioni e al numero degli abitanti. Di prima categoria erano quelli di Lecce e di Taranto, di seconda quello di Mesagne (nel 1814 rinominato in distretto di Brindisi), di terza quello di Gallipoli (costituito nel 1814, scorporando 14 circondari dal distretto di Lecce).
Dopo l’unità d’Italia fu chiamata anche Terra di Lecce e il suo territorio fu diviso in quattro circondari: Lecce, Gallipoli, Brindisi e Taranto.
Della Terra d’Otranto facevano parte tutti i comuni delle attuali tre province salentine ad esclusione di Fasano e Cisternino compresi invece nella Terra di Bari. Il capoluogo era Lecce e la seconda città in ordine d’importanza naturalmente Otranto.
Non è per una banale questione di campanilismo, ma non si comprende proprio per quale motivo per un progetto così ambizioso non si sia invece scelto di valorizzare un brand già conosciuto e che rappresenta ormai un patrimonio non solo turistico ma anche culturale della nostra terra: il Salento.
Già dieci anni fa (allora furono i tre presidenti della Provincia a farlo e in questo caso non si comprende perché non siano stati coinvolti i sindaci di tutti i comuni interessati) si avviò un progetto ambizioso: si chiamava Grande Salento (Grande perché includeva anche l’area a nord del Pilone, esclusa dal Salento) teso a capitalizzare il grande interesse che già allora era esploso verso questo brand. Brindisi offrì il suo contributo importante, trasformando il vecchio aeroporto Papola in “Aeroporto del Salento” e attribuendogli una precisa funzione. La stesa Università degli Studi di Lecce diventò in maniera lungimirante “Università del Salento”.
E allora perché non proseguire su questa strada capitalizzando un brand ormai internazionale? Piuttosto che pensare di riesumare un nome che inquadra un periodo storico tutt’altro che felice e soprattutto con una connotazione geografica parziale che attribuisce alla provincia di Lecce un ruolo comunque predominante?
Per ricreare la Terra d’Otranto sarà necessario recuperarne anche lo stemma: il suo simbolo era uno scudo giallorosso con un delfino guizzante con in bocca la mezzaluna islamica. Questo sì, un marchio tutt’altro che antico. E inopportuno.