La masseria della Asl e quella strana transazione

La Asl di Brindisi vince con sentenza passata in giudicato una causa nata da un lungo contenzioso contro un privato, investendo per altro risorse economiche in spese legali e consulenze tecniche, ma poi nel momento di rientrare in possesso di terreni e immobili, così come sancito dai giudici, li riaffida a chi aveva aperto contro l’azienda il lungo e oneroso contenzioso: 60 ettari di terreni e immobili affidati per altri 15 anni (con rinnovo tacito alla scadenza per ulteriori quindici) a fronte di un canone d’affitto mensile di poco più di mille euro. Ai revisori della Asl evidentemente i conti non tornano e vogliono vederci chiaro in una delibera firmata dal direttore generale Giuseppe Pasqualone il 19 aprile 2019 e che rischia di finire davanti alla Corte dei Conti nell’ipotesi di un possibile danno all’Erario.
La masseria e i terreni sono quelli di contrada Salamina, in agro di Fasano, occupati dall’azienda agricola “Signora Pulita” che negli ultimi anni ospita tra l’altro un bad & breakfast, oltre a due campi di Tiro al piattello dove si organizzano importanti manifestazioni. Sessanta ettari di terreno e immobili che fanno parte di una donazione effettuata negli anni Quaranta dal cavaliere Marzio Perrini all’ospedale di Fasano.
Il contenzioso era nato nel 2000 quando l’allora Ausl Br/1 aveva chiesto di tornare in possesso dell’azienda agricola condotta dalla famiglia Caramia in forza di un contratto avviato nel 1975 e che era scaduto alla fine dell’annata agraria 1996/97. Sin dal 1996 l’azienda sanitaria aveva intimato formale disdetta, senza però riuscire a rientrare in possesso del bene. A sua volta la famiglia Caramia, oltre a respingere la richiesta di restituzione, aveva proposto una domanda di indennizzo di 4 miliardi di lire (circa due milioni di euro) per miglioramenti apportati ai terreni e agli immobili.
Il Tribunale di Brindisi (presidente Cosimo Almiento), il 30 ottobre 2013 diede ragione all’azienda sanitaria, non solo confermando che il contratto di gestione degli immobili scadeva nel 1997 ma negando anche la richiesta di risarcimento per i lavori effettuati, in quanto non erano stati richiesti dalla Ausl che non aveva espresso alcun consenso formale. Il Tribunale, accogliendo il ricorso della Ausl, dichiarò il rapporto d’affitto intercorso con i Caramia cessato il 10 novembre 1997, condannando la famiglia alla restituzione degli immobili entro il successivo 11 novembre 2013.
Gli affittuari non ebbero maggior fortuna davanti alla Corte d’Appello di Lecce alla quale fecero ricorso nel tentativo di restare in contrada Salamina chiedendo non solo che venisse riconosciuta una presunta tacita proroga del contratto di fitto a decorrere dal novembre 1996 per altri 15 anni e successivamente per altri 15 anni, ma chiedendo che la Asl Br/1 venisse condannata al pagamento delle somme dovute per le migliorie e a quelle di giudizio.
La Corte d’Appello di Lecce (presidente Fausta Palazzo) aveva ribadito, sulla scia della sentenza di primo grado, che era stata la stessa famiglia Caramia a riconoscere già nel 1992 che il contratto di cessione sarebbe scaduto il 5 maggio 1997. E aveva negato anche la richiesta di risarcimento per le migliorie effettuate nel corso degli anni e che non erano state autorizzate dall’azienda sanitaria: tre nuove palazzine, due campi per il tiro al piattello, una sala ristorante e dodici box per cavalli: “Strutture estranee all’azienda agricola cui era originariamente destinata la Signora Pulita”, hanno evidenziato i giudici d’Appello nella sentenza. Trattandosi di beni di proprietà di un ente pubblico, il consenso alle migliorie doveva essere espresso in forma scritta. E agli atti non c’è mai stato alcun accordo.
La Corte d’Appello di Lecce, sezione Agraria, il 30 ottobre 2013 rigettò così l’appello proposto da Maria Teresa e Filomeno Caramia, confermando la sentenza di primo grado e condannando i privati al pagamento delle spese processuali liquidate in poco più di 10 mila euro.
La vicenda aveva preso dunque una piega processuale ben precisa. L’anno successivo, come era scontato, i Caramia giocarono l’ultima carta a loro disposizione, quella di un ricorso in Cassazione che doveva essere discusso nella primavera del 2017. Ma a sorpresa, prima che la causa venisse discussa, Filomeno Caramia depositò presso la cancelleria della Suprema Corte una dichiarazione di rinuncia al ricorso contro la sentenza d’Appello, innescando automaticamente l’estinzione del processo e facendo diventare definitiva la decisione dei giudizi di secondo grado. Ossia la conclusione del contratto di fitto, la restituzione della masseria e dei terreni alla Asl, il pagamento delle spese processuali e dei canoni di fitto arretrati.
La Asl (prima ancora che alla direzione generale arrivasse Pasqualone) aveva nominato come propri legali della lunga e complessa vicenda gli avvocati Massimo Manfreda e Giuseppe Caforio i quali, una volta chiusa con successo la causa davanti al Tribunale civile non hanno più avuto nulla a che fare con le successive scelte compiute dalla Asl. Scelte, come vedremo, piuttosto singolari.
Nei due anni successivi alla sentenza infatti non accade nulla: la Asl non avvia alcuna pratica per rientrare in possesso della masseria e dei terreni, nonostante la conclusione a proprio vantaggio dei procedimenti civili e dunque avendo tutti i titoli per riavere gli immobili. Sino al 18 aprile 2019 quando con delibera del direttore generale Giuseppe Pasqualone (alla guida della Asl di Brindisi dal 2016 con nomina dell’allora governatore Nichi Vendola) si prende atto di un contratto d’affitto che è stato sottoscritto un mese prima tra la Asl e Filomeno Caramia.
Dopo anni di contenziosi, spese legali e consulenze tecniche cospicue per l’azienda sanitaria con l’obiettivo di ritornare in possesso dei beni, e soprattutto dopo una sentenza definitiva che dava ragione all’ente pubblico, il direttore generale Pasqualone aveva deciso di effettuare una vera e propria transazione con la controparte con la sottoscrizione di un contratto d’affitto. A fronte degli oltre 67 mila euro di mancata corresponsione di canoni arretrati da parte di Caramia, la Asl si accordò per riceverne solo 44 mila (39mila per canoni e 5.000 a saldo e stralcio di interessi e rivalutazione) con una comoda rateizzazione. In questa somma concordata per altro non si fa riferimento ai 10 mila euro di spese legali previsti dalla sentenza della Corte d’Appello.
“La Asl di Brindisi -si legge nel contratto/transazione, in considerazione del difficilissimo momento che attraversa il comparto agricolo, ha deciso di accogliere tale proposta”. Il contratto ha una validità di 15 anni e si rinnoverà tacitamente per la medesima durata con un canone di affitto di 13.200 euro all’anno, ossia poco più di mille euro al mese, per una tenuta che – va ricordato – oltre alle strutture abitative (che ospitano un avviato B&B) comprende 70 ettari di terreno, quasi tutti occupati da uliveti, impianti sportive e strutture per i cavalli.
Solo dopo aver sottoscritto la transazione, era trascorso circa un mese, il dg Pasqualone firma una delibera di presa d’atto del contratto d’affitto che egli aveva stipulato con Filomeno Caramia in cui si sostiene che “dopo complesse trattative, si è addivenuti alla definizione di un accordo, avente anche la valenza di composizione transattiva dei rispettivi interessi con stringenti condizioni e pattuizioni a tutela dell’Azienda, ponendo fine alla situazione di incertezza”.
Quale era la situazione di incertezza ventilata da Pasqualone, visto che la Asl aveva già avuto ragione in due gradi di giudizio, con sentenza poi passata in giudicato, e grazie alla quale sarebbe dovuta rientrare in possesso della masseria e dei terreni, e del denaro di cui era creditrice, senza dover tentare alcun ulteriore accordo? Resta un mistero.
Ed è su questo piano che evidentemente si sono concentrati i Revisori dei conti della Asl esaminando la delibera n. 699 del 18 aprile 2019 e chiedendo chiarimenti alla direzione generale. Il passo successivo potrebbe essere l’intervento della Corte dei Conti per eventuali provvedimenti di competenza.