Legno vivo: cosa c’è dietro la sofferenza dell’ulivo

Davvero non credevo ci si potesse commuovere per un documentario che riguarda le piante, ma quando si tratta dell’ulivo che rappresenta non solo il simbolo ed il passato della nostra terra ma, ancor più, ne segna il destino ed il film di che trattasi è “Legno vivo-Xylella oltre il batterio”, allora può accadere che la gente che gremiva la sala universitaria di Palazzo Nervegna, al termine della proiezione, avesse i lucciconi agli occhi e si sentisse un groppo in gola.
Questo docu-film, nelle intenzioni dei giovani autori, doveva servire a raccontare cosa sta succedendo in Puglia agli ulivi, alla terra ed alle persone ed essere uno spunto di riflessione e approfondimento riguardo la problematica della Xylella, una di quelle tematiche che negli ultimi anni ha infiammato il battito pubblico, mediatico e politico, assumendo preoccupanti risvolti non solo agricoli ed economici ma anche ambientali, sanitari, giuridici e sociali.
Alla proiezione, voluta ed organizzata dal Movimento No TAP di Brindisi, sono stati presenti, partecipando al dibattito, moderato dalla presidente della Commissione Ambiente del Comune di Brindisi Livia dell’Anna, tre dei quattro autori: l’autrice e scrittrice Elena Tioli, la quale da anni si occupa di tematiche politiche ed ambientali, il suo collega e regista Filippo Bellantoni ed il video maker Simone Cannone.
Assente giustificata la giornalista di origine toscana, molto sensibile alle tematiche ambientali e delle buone pratiche agricole ecosostenibili, Francesca della Giovanpaola, mentre si è avuta la graditissima presenza di colui che, suo malgrado, si è trovato ad essere scelto come protagonista umano di questa vicenda, l’olivicoltore pugliese Francesco Mastroleo, in prima linea nella battaglia contro gli interessi economici che hanno contagiato più della Xylella la nostra campagna. Questo suo impegno lo sta duramente pagando sulla propria pelle, tant’è che ha subito anche l’intimidatorio incendio di parte del suo oliveto.
Nel primo fine settimana utile, dopo la visione del documentario, ho percorso in lungo e largo i campi olivetati fra Brindisi e Lecce, soffermandomi in modo particolare davanti ad alberi sofferenti per il disseccamento e posti fra Torchiarolo e l’Abbazia di Santa Maria a Cerrate, in un’area prossima al tracciato del gigantesco gasdotto che sta tagliando in due la campagna salentina. Ritengo che persino la gente più distratta e più lontana dalla natura, non può fare a meno di notare come il nostro paesaggio, fatto di ulivi secolari dal tronco imponente, nodoso e contorto e dalla folta chioma i cui colori cambiano al cambiare del vento, sta mutando radicalmente e molti di questi antichi patriarchi, sembrano aver perso la loro linfa vitale ed i rami spogli ed i tronchi ingrigiti conferiscono loro un aspetto spettrale che non lascia presagire nulla di buono.
Angosciato ma, anche, incuriosito per tutto ciò che avevo visto e nella maggiore consapevolezza e conoscenza che avevo acquisito grazie a “Legno vivo”, ho avvertito l’esigenza di contattare la biologa e patologa vegetale Margherita D’Amico, da molti ritenuta la massima esperta sull’argomento Xylella e, più in generale, sul fenomeno del disseccamento dei campi pugliesi.
Proprio per la passione e l’onesta intellettuale che ci ha messo nei suoi interventi controcorrente – su tutti quello dinanzi al Parlamento Europeo dello scorso anno – la dott.ssa D’Amico è stata duramente attaccata dalla politica e quasi messa al bando da una comunità scientifica assuefatta a certe logiche ed al quieto vivere, che non ha digerito il contributo che la fitopatologa fasanese, fra l’altro attenendosi strettamente ai dati ufficiali dei monitoraggi della Regione Puglia, ha fornito, sull’argomento, sostenendo una chiave di lettura ben diversa da quella di “regime”.
Dott.ssa D’Amico, premetto di aver visto pochi giorni addietro il film/documentario “Legno Vivo” e l’ho trovato oltre che, letteralmente, commovente, anche un buon punto di partenza per una riflessione seria sul caso Xylella nel Salento; ricordo benissimo che un annetto addietro lei fu additata addirittura di negazionismo per aver “osato” mettere in dubbio che il batterio fosse l’unica causa del deperimento degli alberi sacri: a distanza di un anno è cambiato qualcosa, almeno nella consapevolezza che l’opinione pubblica ha che ci troviamo di fronte a un fenomeno ben più complesso di un batterio killer?
“Sì, la consapevolezza dell’opinione pubblica e, in particolare, degli agricoltori che i nostri ulivi plurisecolari possano soccombere a causa di un batterio, sta cambiando, lentamente purtroppo, ma sta cambiando. Sempre più gli agricoltori si accorgono che l’ulivo sta disseccando in ambienti fortemente compromessi da inquinamento dei suoli e delle falde, a causa anche dell’uso massiccio di erbicidi e altri fitofarmaci. Finalmente gli agricoltori cominciano a parlare e confrontarsi fra di loro e prendono coscienza del loro operato. La lentezza di questa presa di coscienza è dovuta al fatto che è difficile accettare e comprendere che buona parte della politica regionale e nazionale, della classe dirigente, delle associazioni di categoria e purtroppo buona parte dei sindacati, “scortati” dalle forze dell’ordine e nel silenzio (molto assordante) della Magistratura, hanno deciso di cambiare i connotati di una regione senza chiedere il consenso delle popolazioni locali. Continuamente ci viene detto che l’olivicoltura tradizionale è un ostacolo al progresso della Puglia e che bisogna sostituirla con un’agricoltura più redditizia come il sistema agricolo intensivo e superintensivo. Coincidenza vuole che il batterio da quarantena Xylella fastidiosa arrivi nel posto giusto al momento giusto per poter realizzare il cambio di un sistema agricolo, fortemente voluto da alcuni ricercatori ed associazioni di categoria, ma che fino al 2013 era praticamente impossibile attuare grazie alle leggi nazionali e regionali a protezione dell’ulivo e della nostra olivicoltura tradizionale”.
Percorrendo la superstrada Brindisi-Lecce e, ancor più proseguendo fino al basso Salento, si è presi da un vero e proprio senso di angoscia per lo spettacolo spettrale offerto dagli ulivi secchi, eppure, di tanto in tanto, si vedono, quasi dal nulla, spuntare di rami verdi: c’è ancora speranza di poter recuperare qualcuna di queste coltivazioni o occorre ripartire da zero?
“Vedere enormi distese di ulivi secchi è un colpo al cuore e un pugno nello stomaco, perché nel nostro immaginario collettivo di popolo pugliese l’ulivo è la nostra identità e così viene da pensare che la morte dei nostri ulivi equivale alla morte della nostra identità. In realtà l’ulivo, attraverso il suo disseccamento sta disperatamente lanciando un all’allarme all’uomo, sta svolgendo il ruolo della pianta sentinella. Il disseccamento che vediamo soprattutto nel basso Salento, è una forte denuncia da parte della natura di uno stato ambientale inquinato da diversi fattori (discariche abusive piene di prodotti tossico-nocivi, fitofarmaci, salinizzazione delle falde acquifere ecc.), che sta avvelenando anche l’uomo (alto tasso di tumori anche fra i bambini). Mettere in atto pratiche di bonifica e di recupero dei nostri oliveti e, più in generale, della nostra terra è possibile anzi doveroso, prima di tutto per la nostra salute. Noi siamo un tutt’uno con l’ambiente in cui viviamo, per cui sanificare l’ambiente significa vivere meglio e più in salute. Al riguardo, diverse sperimentazioni, sia scientifiche sia empiriche, ovvero condotte direttamente dagli agricoltori, hanno già dimostrato che, adottando le famose buone pratiche agricole, è possibile far ritornare produttivi ulivi già fortemente compromessi dal disseccamento. Questa è la direzione da seguire e in cui investire non solo per la nostra preziosa olivicoltura ma anche, e soprattutto, per l’ambiente e per la nostra salute”.
Negli ultimi decenni si è assistito ad un costante inaridimento del suolo salentino ed io, personalmente, qualche colpa tendo ad attribuirla anche alla cementificazione selvaggia delle sponde e degli alvei delle decine di fiumiciattoli, resi ormai canali, che un tempo, attraversandola, rendevano fertile e florida la nostra campagna e, nell’antichità, pieno di foreste il nostro territorio: sono lontano dal vero a pensare che anche questa possa essere un concausa della attuale desertificazione?
“La cementificazione selvaggia è una delle cause principali del consumo e distruzione del suolo, purtroppo, sempre più diffusa. Per quanto riguarda specificatamente la desertificazione del suolo, questa comincia quando la sostanza organica morta, presente sulla sua superficie e nei primi centimetri di profondità, non viene più trasformata in humus e piccole molecole che nutrono le piante attraverso le radici. La trasformazione della sostanza organica è operata da microrganismi e organismi presenti nel suolo che vanno a chiudere il ciclo della materia e dell’energia indispensabile alla vita di tutti gli ecosistemi. In assenza di questi microrganismi e organismi, come dimostrato in molti suoli del Salento, la sostanza organica morta si trasforma in anidride carbonica e questo causa un duplice problema: sottrae preziose molecole (quindi materia ed energia) al ciclo della vita negli ecosistemi, con conseguenze catastrofiche sulla biodiversità e quindi sulla resilienza dell’ecosistema; aumenta l’anidride carbonica in atmosfera, con le conseguenze che tutti conosciamo e a cui tutti stiamo assistendo, ovvero i cambiamenti climatici. La maggior parte dei suoli salentini sono stati fortemente compromessi, oltre che dal consumo di suolo a causa della cementificazione, soprattutto dall’uso eccessivo e ripetuto, a partire dagli anni 70, di erbicidi che li ha resi estremamente compatti e, quindi, non in grado di assorbire e immagazzinare l’acqua piovana (è frequente vedere in Salento campi allagati per diversi giorni dopo una pioggia), creando inoltre un ambiente asfittico per le radici delle piante di olivo che inevitabilmente vanno incontro a marciume”.
Quali sono a suo avviso i fattori ecologici che possono contribuire al mantenimento delle piante di ulivo in uno stato di buona salute ed avere una maggiore resistenza alle varie patologie che normalmente possono colpire questi alberi?
“Ciò che ci ha consegnato meravigliosi monumenti viventi, che producono un olio dalle elevate qualità organolettiche e nutrizionali richiesto in tutto il mondo (quando è ben fatto), nei secoli e millenni è stata una vera e propria “simbiosi” tra l’ulivo e l’uomo. L’uomo si prendeva cura dell’ulivo attraverso una buona potatura, la cura delle sue ferite, la pulizia dei suoi tronchi dalla carie, la concimazione organica del suolo, e l’ulivo ricambiava (e ricambia tutt’ora) con un prodotto non solo sano e nutriente ma anche dalle proprietà medicamentose. Ad un certo punto questa simbiosi, questo patto millenario è stato rotto dall’uomo, che è diventato il principale responsabile del disseccamento dell’ulivo perché ha cominciato a guardare solo ai soldi (nel breve periodo e pochi), allontanandosi dalla pratica agricola tradizionale, dimenticando come si gestisce l’olivicoltura e avvelenando l’ambiente in cui sia l’ulivo che l’uomo vivono”.
Quali sono le azioni antropiche – penso, ad esempio, alle buone pratiche di coltivazione che si sono andate un po’ perdendo- che condizionano l’ecosistema agricolo delle campagne pugliesi interessate dalla coltivazione dell’Ulivo?
“L’ulivo secolare è una pianta poco esigente sia in termini di acqua che in termini di concimazione. Una pratica che via via si è abbandonata, ma che è importante nell’oliveto è il sovescio con le leguminose. La pratica più impegnativa e fondamentale per l’oliveto tradizionale è la potatura, questa deve essere ben fatta ed equilibrata ed è fondamentale non solo per una buona produzione, ma anche perché stimola la formazione delle radici le quali, a loro volta, saranno in grado di assorbire acqua e nutrienti dal suolo indispensabili al mantenimento della chioma e di una buona produzione di olive. Inoltre, la maggior parte delle radici dell’ulivo sono superficiali per questo bisogna stare molto attenti a non ferirle quando si effettuano lavorazioni del terreno, buona norma sarebbe mantenersi almeno a tre metri dal tronco”.
Per concludere, cosa si sente di suggerire alle migliaia di coltivatori e proprietari terrieri pugliesi che stanno vivendo con apprensione questa situazione che si trascina ormai da anni?
“Prima di tutto suggerisco di risvegliare la loro memoria storica che gli consentirà di prendersi nuovamente cura delle loro preziosissime piante. Nessuno meglio degli agricoltori sa cosa fare in questo frangente, per questo spero riescano a dialogare fra di loro e a unirsi per difendere la loro proprietà, i loro meravigliosi ulivi e chiedere con forza il riconoscimento, anche economico, del loro importante ruolo come presidio sociale e ambientale (come, peraltro, riconosciuto dall’Unione Europea già dal 2007). Da solo un agricoltore non è in grado di difendersi da quella che sempre più abitanti e contadini vivono come una violenza di stato. Guardiamo, ad esempio, a quello che sta succedendo in questi giorni a Cisternino dove, stando alle testimonianze raccolte (e diffuse a mezzo stampa), alcuni agenti delle forze dell’ordine, così come alcuni politici locali si sono recati a casa di un agricoltore intimandogli di aprire i cancelli del proprio terreno per abbattere ulivi plurisecolari perfettamente in buona salute! Se gli agricoltori smettessero di farsi strumentalizzare, si renderebbero conto che uniti sono una potenza e che hanno dalla loro parte tanti cittadini. Potremmo, così, assistere ad una rinascita non solo della invidiatissima olivicoltura pugliese ma anche della terra e dell’amore di un intero popolo per il proprio territorio”.