Materdomini, in viaggio nel camping della Brindisi scomparsa

Nelle, oramai, consuete passeggiate naturalistiche in compagnia della biologa Paola Pino d’Astore, abbiamo avuto modo di visitare e descrivere, vivendoli dal di dentro, parchi, boschi, zone umide, isolotti, coste marine, foci di fiumi, canali, invasi più o meno naturali e sappiamo che tanto c’è ancora da scoprire dello splendido patrimonio di cui Madre Natura ha generosamente dotato Brindisi e la sua provincia.
La meta scelta questa volta, però, è davvero particolare e, apparentemente, potrebbe anche sembrare che abbia poca attinenza con gli aspetti faunistici, botanici e paesaggistici che solitamente curiamo nei nostri reportage, ma così non è.
Si tratta di quello che è rimasto del vecchio Camping di Materdomini, che ha conosciuto i suoi momenti di massimo splendore a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, in pieno boom economico e turistico per il capoluogo messapico e che, come molte cose della nostra città, si è andato man mano spegnendo fino a diventare il rudere indegno che è oggi.

Nato poco più di mezzo secolo fa in un’area verde demaniale di circa tre ettari, posta a due passi dal mare, di fronte alla Batteria Brin, fino al 1977 fu gestita in concessione dall’Ente Provinciale per il Turismo unitamente all’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori – la scritta “Camping EPT ENAL”, capeggiava sotto le bandiere all’ingresso della struttura – ed era diventato un punto di riferimento non solo per centinaia di brindisini che passavano nelle roulotte o nei bungalow buona parte dei mesi estivi, godendo della frescura della pineta a due passi dal mare, ma anche per migliaia di turisti, soprattutto giovani e famiglie con bambini che in quegli anni frequentavano le nostre spiagge.
Erano gli anni in cui era aperta Babylandia, posta ad appena un paio di centinaia di metri di distanza dal campeggio, la piscina olimpica era esattamente di fronte, così come anche Lido Malcarne o Lido Brin che dir si voglia, il tutto in piena effervescente attività, in una città che stava vivendo uno dei momenti più floridi della sua storia recente. Basti pensare non solo alle centinaia di migliaia di turisti che transitavano da Brindisi per recarsi in Grecia ed alla disoccupazione ai minimi storici per una città del Mezzogiorno, ma anche lo sport viveva un momento d’oro. Era quello il periodo in cui Franco Fanuzzi era il presidente e non il nome dello stadio del Brindisi che compì la scalata fino alla serie B nazionale, nel basket la Libertas, di cui era presidente l’on. Italo Giulio Caiati, giunse a disputare il campionato di A2, nel pugilato il brindisino doc Franco Zurlo, recentemente scomparso, già bronzo olimpico , divenne campione europeo dei “pesi gallo” e nel ciclismo il Giro d’Italia venne a far tappa a Brindisi, evento che non si è mai più ripetuto.

Cercando di documentarmi, fra mari di scartoffie, sulle cause del decadimento della struttura e del suo attuale stato di abbandono, sono incappato in una interrogazione parlamentare, risalente al 26 agosto 1980, in cui l’Onorevole Domenico Mennitti, che circa un quarto di secolo dopo sarebbe diventato sindaco di Brindisi, si rivolgeva all’allora Ministro degli Interni Rognoni, il quale deteneva anche la delega al Turismo.
In essa Mimmo Mennitti chiedeva l’autorevole intervento del Ministro per assicurare il regolare funzionamento del Camping di Materdomini a Brindisi che pur essendo formalmente chiuso – in quanto la concessione che fino al 31 dicembre 1977 aveva permesso all’E.P.T ed all’E.N.A.L. di gestirlo era scaduta ed era in atto una lite giudiziaria fra tali enti e l’ex gestore, tal Fausto Urso e la Prefettura che aveva revocato l’autorizzazione all’apertura – era di fatto occupato, evidentemente in maniera abusiva, da un gran numero di campeggiatori sia italiani che stranieri, con temibili conseguenze anche sul piano igienico sanitario.

Il Ministro intervenne fattivamente e, in effetti, per qualche tempo ancora furono ristabilite condizioni igieniche accettabili per il campeggio ed i campeggiatori, ma, dal momento che il Comune, diventato per legge competente al riguardo, rilasciava solamente concessioni di durata annuale, nessun imprenditore se la sentì di investire su questa struttura che lentamente ed inesorabilmente stava andando in rovina.
Da qualche anno l’Agenzia del Demanio, dopo aver cercato inutilmente di vendere l’area ai privati, lo ha ceduto definitivamente in proprietà al Comune di Brindisi che, a sua volta, ha tentato di venderlo a prezzo quasi risibile, ma ponendo gli oneri di integrale bonifica a carico dell’acquirente; anche in questo caso nessun investitore si è fatto avanti per cui l’ex camping fa tuttora parte del patrimonio comunale.
Fatta questa premessa, cominciamo la nostra passeggiata lasciando l’auto proprio presso l’ex cancello di ingresso, ormai reso invisibile dal prepotente sviluppo della vegetazione spontanea, ed entriamo da uno dei tanti varchi presenti in quel che resta della recinzione laterale.
Il degrado è sotto i nostri occhi dappertutto, sottoforma di rifiuti di ogni genere, di fabbricati in rovina con gli interni devastati, tracce di incendi più o meno recenti e disordine che regna ovunque; cionondimeno resta un posto pieno di verde e di vita dove gli arbusti e gli alberi lasciati incolti per ben più di trent’anni, sgomitando tra loro, hanno continuato a crescere, prendendosi tutto lo spazio di cui avevano bisogno per vivere.
Ci dobbiamo muovere con una certa cautela, specie in prossimità delle costruzioni diroccate e Paola non mi permette di avvicinarmi più di tanto all’ex locale adibito a bar in quanto fin troppo visibili e dappertutto vi sono onduline di eternit che , risalendo agli anni sessanta e settanta, sono sicuramente zeppi di fibre di amianto, ma il pericolo è dietro l’angolo anche nei pressi di quello che un tempo era l’area attrezzata per lavare le stoviglie e fare il bucato, dal momento che la cisterna è parzialmente scoperta e ci si può cascare dentro con una gamba.

Della bella pineta, che ricordavo esserci un tempo, restano solo alcune decine di pini mentre, evidentemente più resistenti alle malattie ed agli incendi, sono ben rigogliosi gli alberi di eucalipto, piantati, presumibilmente agli inizi degli anni sessanta anche per far da frangivento.
Uno sguardo di insieme a quella che era l’area dove un tempo vi erano le altalene ed i giochi per bambini e mi rendo conto che la nostra biologa è persa dietro ai pensieri di quando, da bambina, con la sua famiglia, era fra le più assidue frequentatrice del camping.
Non posso esimermi, pertanto, da iniziare la nostra chiacchierata non col chiedere quanto di rilevanza naturalistica abbiamo incontrato, ma con quello che per lei e per la nostra generazione ha rappresentato il campeggio di Materdomini
Paola, durante la nostra passeggiata, in ciò che resta dell’unico e storico camping della città di Brindisi, quali sono i ricordi che arrivano per primi alla tua memoria?
“Innanzitutto una fortunata e privilegiata infanzia estiva, insieme ai miei fratelli, piena di sole, di vita libera all’aria aperta in tenda e poi roulotte, allo stato brado, tra alberi che sono cresciuti insieme a noi (la pineta, messa a dimora tra piante di eucalipto). Eravamo lì a partire dai miei 2 anni, dal 1967 fino al 1977.
Alle famiglie di Brindisi che trascorrevano tutta l’estate, si aggiungevano i turisti di varie nazionalità che animavano, con la loro presenza, la vita quotidiana del campeggio.

Bastava attraversare la litoranea per essere subito a mare, al lido Malcarne, tra giochi di sabbia, nuotate ed il profumo di gustose focaccine al pomodoro. Con curiosità e stupore consideravo la presenza a due passi dal mare della piscina olimpica, dove ho potuto seguire alcune partite di pallanuoto, proprio di fronte alla strada di accesso del Camping Materdomini.
In fondo, verso il limite recintato del campeggio, abbiamo sempre avuto a disposizione un campo da calcio, con annesso palco in cemento, dove si celebrava all’aperto la santa messa domenicale, con tanto di coro e dove il fine settimana vi era spesso uno spettacolo musicale del gruppo folk brindisino “Lu Scattuso”.
Il viale principale ed il campo sportivo erano i luoghi dei giochi di ferragosto, meravigliosi, con la partecipazione di adulti e bambini, impegnati nell’allestimento anche di un grande e colorato albero della cuccagna. Di quei giorni di festa ricordo l’abbondanza di succose angurie, il profumo di frutti di mare ed il divertimento di noi ragazzi.
Ma la sensazione più intensa proviene dalla presenza di un secolare e maestoso Pino domestico che ci ha sempre regalato tanta frescura e tanti buonissimi pinoli che come scoiattoli io ed i miei fratelli raccoglievamo tra lo strato di aghi che ricopriva le sue radici o allargando le scaglie delle pigne che spontaneamente si staccavano dalla chioma e cadevano a terra.
Oggi quell’albero è ancora lì, impresso nella mia memoria di bambina come il vecchio e saggio Pino, il più grande di tutti e che con gioia ho potuto riconoscere e riabbracciare”.

Degli edifici o, per meglio dire, dei ruderi rimasti cosa hai riconosciuto?
In stato di abbandono pluridecennale, si riconosce tuttora il cancello rosso dell’ingresso, la sede della direzione con accanto il bar e poi i servizi igienici e l’area attrezzata con i lavelli in serie, adibiti alla pulizia delle stoviglie e della biancheria. Verso l’ex campo sportivo sono rimasti i bungalow considerati all’epoca i più belli e ricercati.

Osservando la vegetazione, che aspetto ha ora il vecchio ex campeggio e hai osservato qualche peculiarità dal punto di vista sia botanico che faunistico?
“Per la realizzazione di questa area verde, negli anni’60 furono piantumate piante di eucalipto, Pino d’Aleppo e Pino domestico (per intenderci, quella specie che produce pinoli commestibili). La vegetazione è oggi fortemente degradata, con la scomparsa di tanti esemplari di pino, probabilmente colpiti da patologie e sicuramente devastati, come altre piante, da incendi dolosi (che non mancano mai). Oltre a ciò si aggiungono anche tracce di fulmini, testimoniate da una grande e sorprendente cicatrice che attraversa per tutta la sua altezza il tronco di un pino. Colpita da una saetta, questa straordinaria pianta ha prodotto nuovi tessuti vegetali legnosi, riuscendo così a guarire dalla profonda lesione provocata dalla saetta, chissà quanto tempo fa.
Lo strato arboreo è costituito da eucalipto (prevalentemente) e pini, con arbusti di myoporum, alloro, pitosforo di origine antropica e scarso sottobosco a macchia mediterranea con lentisco, mirto, olivastro, rovo, smilace (conosciuto anche come stracciabrache), asparago, anemoni.
Ci accompagna il canto delle cince, dei passeri ed il volo di tortore dal collare orientale. Immagino che qualche Assiolo, durante la notte, si posi ancora tra gli ultimi rami di pino.
Nonostante abbandonato e degradato, sarà per sempre e per tante famiglie di Brindisi, un luogo pieno di ricordi nella semplicità e spensieratezza degli anni ’60–’70. A me resta la riconoscenza verso i miei genitori per averci fatto vivere i mesi estivi (in realtà anche fino ad ottobre) in una palestra di vita all’area aperta, dove tutti i bambini scorrazzavano liberi, sviluppando curiosità e gioco creativo a contatto con la natura, a poca distanza dalla nostra città.”