«Patroni Griffi e Di Leverano interessati soltanto ai finanziamenti e a offrire incarichi a persone compiacenti»

èevidente che la preoccupazione principale di Patroni Griffi e Di Leverano è quella di ottenere i finanziamenti pubblici e di offrire incarichi a persone loro compiacenti, a nulla rivelando l’effettiva utilità delle opere da realizzare. Inoltre gli indagati hanno agito disinteressandosi anche degli elevati rischi per la pubblica incolumità, tenuto conto che le opere insistevano in zone con elevato rischio idrogeologico”: sono molto dure le motivazioni con cui la sezione del Riesame del Tribunale di Lecce (presidente Pia Verderosa) ha accolto il ricorso del pm Raffaele Casto disponendo la sospensione di otto mesi sia per il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale che per il dirigente dello stesso ente.
Le motivazioni sono state depositate a margine della ordinanza emessa al termine dell’udienza del 17 maggio scorso. La misura interdittiva entrerà però in vigore solo dopo il pronunciamento della Cassazione cui le difese dei due imputati hanno presentato ricorso.
“Ritiene il collegio – si legge nell’ordinanza – che sia concreto e attuale il pericolo di reiterazione di reati della stessa specie per Di Leverano e Patroni Griffi, come desumibile dalle allarmanti modalità della condotta (gli indagati, pur essendo perfettamente consapevoli che le opere di cui al progetto di sicurezza del Porto di Brindisi non potevano essere realizzate in quanto l’iter amministrativo non era stato completato, non solo hanno permesso la realizzazione delle stesse ma hanno cercato anche di legittimarle concorrendo alla formazione di atti falsi), modalità che denotano estrema spregiudicatezza degli indagati che hanno dimostrato di non avere alcuna remora nel danneggiare beni paesaggisticamente vincolati e siti di interesse archeologico.
“Le opere abusivamente realizzate – rilevano i giudici – non sono solo quelle oggetto di addebito cautelare (la stradina che porta alla “Casa dei fantasmi” e la recinzione di via del Mare, ndr), ma sono di gran lunga maggiori: strade a quattro corsie, dodici varchi, ecc”.
I giudici rilevano che dalle conversazioni telefoniche intercettate è emerso che Di Leverano era perfettamente consapevole dell’esistenza di una discarica a Punta delle Terrare e di tanto ne discuteva con Patroni Griffi “al solo scopo di cercare di prevenire le richieste della guardia di finanza e di esonerarsi da qualsiasi responsabilità”.
Nelle motivazioni i giudici entrano nel merito della personalità dei due indagati: “Ciò connota negativamente la responsabilità di Di Leverano, anche se incensurato, poiché evidentemente lo stesso ritiene di essere ‘legibus solutus’ e, infatti, ha acconsentito alla realizzazione di opere in spregio alla normativa vigente. Discorso analogo deve farsi anche per Patroni Griffi, il quale una volta nominato presidente dell’Autorità portuale a decorrere dal 10 aprile 2017, invece di essere il garante della legalità, ha avallato le illegittimità già compiute, consentendo la prosecuzione delle opere, nella piena consapevolezza del carattere abusivo delle stesse”.
Secondo i giudici “la preoccupazione principale dei protagonisti della vicenda è come spendere il denaro pubblico senza verificare l’effettiva utilità delle opere da realizzare”.
Emblematica viene considerata l’intercettazione di una conversazione tra Patroni Griffi e Di Leverano allegata all’ordinanza del Tribunale.
Patroni Griffi: France’ mi ha chiamato Bernardo Notarangelo.
Di Leverano: Sì
Patroni Griffi: Per la vicenda… ti ricordi… di quei fondi regionali che abbiamo recuperato. Loro devono andare in giunta, quindi hanno bisogno di un riscontro a quella comunicazione che ci avevano fatto.
Di Leverano: Ma si era preso Mario l’impegno di fare questa cosa, se non erro.
Patroni Griffi: Mario non so quando torna dalle ferie, questo ha bisogno, ma per altro erano interventi infrastrutturali che dovevano finire di essere finanziati, quindi non capisco cosa è cambiato.
Di Leverano: Stiamo dicendo la stessa cosa e non lo so se stiamo dicendo la stessa cosa, era perché volevamo mettere la videosorveglianza, si ricorda? Vabbe’ comunque ora vedo di rintracciare questa nota.
Patroni Griffi: Facciamo la videosorveglianza, quei quattro milioni e otto che ci avevano recuperato, allora finanziamoci tutti gli interventi di videosorveglianza, tutti, di tutti i porti. Ed è secondo me già una bella opera, anche perché stiamo facendo gli acquisti”.
Dall’ordinanza del Riesame, anche dalle conversazioni intercorse tra Francesco Cannalire, segretario cittadino del Pd, e Di Leverano emergerebbe che gli indagati sono impegnati in un ulteriore progetto, denominato “Riqualificazione e ammodernamento delle banchine portuali del comando stazione”, “con notevole spendita di denaro pubblico, con conseguente elevato rischio di reiterazione di reati della stessa specie di quelli per cui si precede”.
Dall’intercettazione di una conversazione del 2 marzo 2018 emergerebbe secondo i giudici che la preoccupazione principale “era quella di eludere la normativa vigente”. Infatti in quel colloquio, con l’ex segretario generale dell’Autorità portuale Salvatore Giuffrè, il presidente dell’Authority mostrava tutto il suo rammarico per non riuscire a spostare la competenza penale a Bari, come aveva fatto per il civile, evidentemente ritenendo che a Bari potesse esercitare più facilmente la sua influenza.
Patroni Griffi: Io purtroppo il civile e l’amministrativo sono riuscito a spostarli a Bari, come hai visto…
Giuffré: Sì.
Patroni Griffi: “Il penale non lo riesci a spostare purtroppo”.
Molto severe le conclusioni dei giudici nei confronti del presidente dell’Autorità portuale: “La circostanza che la gravità indiziaria per Patroni Griffi sia circoscritta solo al reato di falso non attenua il alcun modo le ravvisate esigenze cautelari, in quanto egli è il principale protagonista della vicenda. Egli avrebbe potuto ristabilire la legalità e invece ha avallato le numerose illegittimità compiute. Lo stesso ha poi favorito la realizzazione di ulteriori opere abusive non solo con gravissimo danno per l’ambiente e il paesaggio, ma soprattutto determinando un grave pericolo per la pubblica incolumità (si è accertato che le opere ricadono in una zona ad alto rischio idrogeologico)”.
Di tutt’altro avviso le difese che hanno specificato che non vi sarebbero gli estremi per una misura cautelare per nessuna delle ipotesi contestate, né per quel che concerne i gravi indizi e neppure in relazione alle esigenze cautelari. Vi sarebbe stato “un clamoroso travisamento della realtà processuale”. L’ultima parola spetta alla Cassazione.