Viaggio nell’isola del Faro: dall’800 sentinella luminosa all’ingresso del porto di Brindisi

È di pochi giorni addietro la notizia che a breve dovrebbero (il condizionale è sempre d’obbligo quando si tratta di opere pubbliche) partire i lavori per la ristrutturazione dell’ottocentesco faro delle Pedagne, impropriamente denominato anche “fanale rosso”, per via del colore della luce che la sua lanterna ha emanato a partire dalla prima metà del ventesimo secolo quando la sua alimentazione era ancora affidata al petrolio.
Tali lavori, una volta terminati, consentiranno non solo alla antica struttura di conservare la sua funzione di segnalamento per i naviganti, ma anche di essere fruibile al pubblico ed ai turisti in vista di future ed ipotetiche minicrociere portuali verso le Isole Pedagne e la cui tappa principale potrebbe essere Forte a Mare (anche esso in via di ristrutturazione), sulla vicina isola di Sant’Andrea, la nostra più grande e famosa isola.
Le Pedagne o, meglio ancora, “li Pitagni” per chi, come me, ha vissuto la sua infanzia e la sua giovinezza nella Brindisi grezza e sanguigna degli anni sessanta, non sono solamente, come è scritto nei libri di geografia, il piccolo arcipelago che chiude il porto esterno di Brindisi e lo divide dal mare Adriatico, ma molto di più: rappresentavano qualcosa di misterioso e, suggestionati come eravamo, dai racconti incredibilmente romanzati dei vecchi pescatori dell’epoca, le vedevamo come la fine del mondo conosciuto e l’inizio delle leggende marinaresche di cui erano imbevute le nostre giovanissime menti.
Ricordo che quando per la prima volta, a scuola, sentii parlare la maestra delle “Colonne d’Ercole” – secondo la mitologia greca erette dal semidio in persona sulla Rocca di Gibilterra e sul Monte Hacho sulla costa marocchina, per segnare il limite estremo del mondo conosciuto, oltre il quale nessun essere mortale doveva avventurarsi – il mio pensiero corse veloce al Faro delle Pedagne ed alle sue luci magiche che illuminavano e coloravano le notti più buie e squarciavano, come una spada affilata, oltre che le tenebre anche la nebbia più fitta.
Ricordo alcune sere d’estate quando, cenando in uno dei ristoranti della zona Sciaia, ci era consentito di star fuori a giocare mentre “i grandi” parlavano di cose per noi assolutamente noiose, mi avvicinavo il più possibile alla diga vecchia per vedere Forte a Mare retroilluminato dalla magica luce rossa del fanale montato sul Faro delle Pedagne, che faceva il paio col grande faro eretto sul Castello. Quando c’era appena un po’ di foschia, partiva anche l’avvertimento sonoro per i naviganti, che avvertivo come il respiro profondo di un mostro marino.
Va precisato che, all’epoca, non era stata ancora costruita la Diga di Punta Riso per ultimare la creazione del porto esterno, asservito all’area industriale, per cui, quando soffiava impetuoso il vento di maestrale ed il mare era in burrasca, tutta la furia delle onde si riversava ed infrangeva sugli isolotti che, come degli eroi antichi, proteggevano, per quanto potevano, il retrostante porto di Brindisi dai violenti marosi.
Ricordo i racconti dei ragazzi più grandi, che frequentavano l’oratorio di San Benedetto, che vantavano con noi più piccoli le gesta eroiche compiute per arrivare fino all’Isola del Faro, alcuni a bordo di mai precisati natanti di fortuna. Qualcun altro, forse millantando ma, forse, anche no, affermava di esservi giunto a nuoto (immancabilmente con un non meglio precisato cugino più grande), partendo dalla Pedagna Grande, quella su cui insiste ancora oggi una base militare collegata alla terraferma dal passaggio sulla diga Trapanelli e per far ciò aveva dovuto eludere non solo le guardie armate fino ai denti ma anche mille altri perigli che, di volta in volta, variavano a seconda della composizione della platea.
Molti di questi racconti erano liberamente ispirati all’Odissea-Le avventure di Ulisse, che proprio in quel periodo (anno 1968), spopolava in bianco e nero sull’unico canale televisivo della Radio Televisione Italiana, con la regia di Franco Rossi e con Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e la grandissima Irene Papas in quello di Penelope.
Avendo io appena sei anni, bevevo come una spugna tutto quello che mi veniva raccontato per cui “li Pitagni” rappresentavano un mito irraggiungibile per i comuni mortali ed il magico fascio di luce proiettato a grande distanza dal suo occhio ciclopico non poteva che essere foriero di grandi sventure.
Per questo, quando un paio di anni dopo, in occasione del mio primo viaggio in Grecia, a bordo della motonave Appia, transitammo affianco al Faro in uscita dal porto, lo osservai con timore e rispetto, ma fui anche risollevato dal constatare che si trattava chiaramente di una costruzione fatta da mani d’uomo e che la nave a bordo della quale mi trovavo non sfigurava e, forse, era addirittura più alta, per cui nemmeno Scilla e Cariddi, i mitici mostri che Omero, nella sua narrazione, aveva posto a guardia dello Stretto di Messina, avrebbero potuto affondarla. Quella notte in nave, comunque, preso da questi pensieri, non riuscii a dormire nemmeno un minuto!
Altro ricordo d’infanzia che mi lega, in qualche modo, a questo luogo è una frase che sentivo pronunciare da mia nonna paterna, per descrivere una persona che era di esempio per gli altri e che recitava, grosso modo, “ lu vitia comu allu faru ti li Pitagni”.
Nei decenni successivi sono passato più volte nei pressi dell’Isola Traversa, come è stato chiamato l’isolotto che ospita il Faro, in memoria di due giovani pescatori brindisini, i fratelli Traversa, che sul finire degli anni trenta del secolo scorso, vi persero tragicamente la vita, ma non avendo più gli occhi di bambino, mi sono limitato a constatare, avvertendone dolore, come questo bel manufatto dell’Ottocento – il cui progetto risale ad epoca borbonica, come anche la sua costruzione, ma che fu inaugurato e messo in funzione subito dopo la conquista delle regioni meridionali da parte dell’esercito piemontese che diede il via all’Unità d’Italia nel 1861 – stesse sempre più andando in malora, con una accelerazione impressionante, nell’ultimo quarto di secolo da quando, presumo, non c’è stato più nessuno in pianta stabile sull’isola.
Approfittando di una giornata festiva, a bordo di un piccolo natante e non certo avventurandomi a nuoto come nei racconti dei miei amici d’infanzia fanfaroni, mi sono concesso una piccola gita attorno alle Pedagne, scartando le due isole più grandi (che sono ormai raggiungibili via terra, poste a nord e sud di Brindisi, cioè Sant’Andrea, con il suo castello e la Pedagna Grande, con la sua base militare), per concentrare la mia attenzione sulle altre quattro: la Chiesa, che ospita la cosiddetta grotta dell’eremita, che molti secoli addietro fu abitata da un burbero monaco anacoreta che non consentiva a nessuno di avvicinarsi, la Giorgio Treviso, con la sua brulla vegetazione che rappresenta, un vero paradiso incontaminato per gli uccelli marini, fra cui i giganteschi Gabbiani reali e, nei mesi invernali, i Cormorani ma anche tante altre specie, la Monacello, che è poco più di uno scoglio, fino a giungere alla meta centrale del nostro viaggio: l’isola Traversa con il suo vecchio faro, l’unica di queste isolette munita di costruzioni ed un piccolo molo, sia pure mal messo, per poterci approdare.
Nei pochissimi minuti in cui l’ho visitata, ho potuto constatare, innanzi tutto, la bellezza sia della sua posizione in mezzo al mare da cui si gode di un incredibile paesaggio a 360 gradi, sia della costruzione, oltre che del vero e proprio cerchio magico in scoglio di carparo posto a sua protezione, con delle specie di feritoie a livello del mare, lasciate aperte per consentire alla furia delle onde di sfogarsi senza creare danni alla retrostante costruzione.
Come si usa dire in questi casi: un’opera di altri tempi in cui storia, natura ed arte si sommano in un unico bene.
Gli ex alloggi dei “fanalisti”, così venivano chiamati gli addetti al faro che erano tre ed almeno due dovevano essere contemporaneamente presenti sull’isola (in caso di mare agitato in realtà rimanevano segregati anche per settimane, per cui dovevano avere sempre sufficienti scorte di cibo ed acqua dolce), sono quelle più diroccate, anche se sono assai più recenti rispetto alla costruzione del corpo principale, a dimostrazione che spesso, andando avanti nel tempo, la tecnica regredisce anziché progredire.
Il tutto si presenta in uno stato di totale abbandono, anche se ad informarsi sulle poche pubblicazioni esistenti e sui siti specializzati sembrerebbe quasi di trovarsi dinanzi ad un’opera ancora pienamente efficiente e funzionante: la vecchia porta metallica di accesso al Faro è completamente arrugginita e spalancata ma, ad impedire materialmente l’accesso a chiunque non sia munito di maschera antigas (inutili sarebbero, in questo caso, le comuni mascherine), ci pensano centinaia di piccioni che hanno invaso l’interno della struttura imbrattandola di un notevole strato di guano, disseminato dalle loro stesse uova.
I miasmi emanati dagli escrementi dei piccioni oltre ad essere insopportabili per l’olfatto, sono altamente nocivi e costituiscono un serio problema igienico-sanitario da non prendere mai sottogamba, per cui è evidente l’opera di bonifica che va compiuta all’interno della costruzione, prima ancora di mettere mano all’inizio dei lavori.
Per questo mi sono limitato ad un fugace affaccio “in apnea”, che ha provocato la fuga di decine e decine di questi pennuti che mi sono letteralmente piovuti addosso da ogni dove per andare a cercare rifugio o sul tetto delle altre costruzioni o, alcuni di loro, nella vicina isola Giorgio Treviso, causando un certo allarme anche fra i gabbiani, almeno a giudicare dallo stridio che giungeva alle mie orecchie.
Ho dovuto resistere alla tentazione di salire le scale a chiocciola, imbrattate anche esse di escrementi di piccione fino all’inverosimile, che portano sulla sommità del faro e mi sono forzatamente limitato a qualche scatto fotografico alla cieca.
Tornato fuori, percorro il vecchio camminamento esterno che compie il giro quasi completo dell’isolotto, e mi fermo qualche istante per godermi la vista delle due enormi navi da crociera, la Costa Fortuna e la Costa Magica, attualmente attraccate sul lato interno della Diga di Punta Riso, per poi proseguire fino al punto dove, di recente, c’è stato un crollo di una parte del muretto circolare in mattoncini rossi posti ad una mezza dozzina di metri di altezza, dove la costruzione cilindrica del faro comincia a svettare. Non volendo sfidare la sorte, torno indietro e, guardando verso l’alto noto sia l’impianto fotovoltaico che, presumibilmente negli anni novanta, fu costruito per alimentare il fanale, che il vecchio parafulmine, più risalente nel tempo, posto in cima alla costruzione.
Un ultimo sguardo d’insieme sia alla costruzione che, poi, più ampio alle vicine isolette, prima di prendere la via del ritorno passando, questa volta, sotto le due navi da crociera gemelle, lunghe 272 e larghe 35 metri ciascuna ed alte 58 metri oltre la linea di galleggiamento (cinque in più rispetto al Monumento al Marinaio), davanti alla cui imponenza, è il faro delle Pedagne, con i suoi appena 18 metri di altezza, a sfigurare: il bambino che è sempre rimasto in me, non può che tornare ai vecchi ricordi del ciclope con l’occhio luminoso che, stando in mezzo al mare, giganteggiava e vigilava sulle barchette dei pescatori ed oggi, invece, appare quasi piccino e, malridotto come è, bisognoso di cure.
Voglio essere positivo e spero ardentemente di poter tornare, in una delle prossime estati, alle Pedagne, magari in occasione della inaugurazione della nuova vita del vecchio faro o di una mini-crociera tra le isole dell’arcipelago, per poter testimoniare di persona come, questa volta, agli annunci ed alle parole, sono seguiti i fatti concreti.