Da Cellino a San Pietro: si parte dal vino, sino alla piazza dimenticata

Percorro la strada provinciale 79, uscendo da Tuturano in coda ad un camion carico di olive appena raccolte, se ne ricaverà olio, essenza di saggezza, che insieme alla allegria del nostro vino, altra eccellenza, costituisce il binomio perfetto per una terra vocata, per natura, all’antica esperienza della saggia allegria che oggi, invece, si mortifica e deprime, ubriaca com’è di sofferenza e di abbandono.
Lascio la provinciale 79 ed il camion che non ho superato, per innestarmi alla provinciale 78, che è un breve tratto accompagnato da ulivi stanchi, per giungere a Cellino San Marco. A poche centinaia di metri, da un oliveto, una sequenza di spari di fucile, mi ricorda che l’attività venatoria è aperta e che nel frastuono di una società che mortifica, persegue, uccide, la caccia rappresenta persino una delle minori e marginali attività violente dell’uomo. All’ingresso del Paese, la Chiesa titolata al Santo Evangelista, è adiacente il cimitero comunale ed è stata elevata, probabilmente, sullo stesso sito di un’antica cappella dei monaci basiliani (sec.X-XI), che tra queste terre dovevano avere una grancia di campagna dove si raccoglievano i pochi coloni della zona. La grancia, una sorta di borgo diffuso, con pochi edifici concentrati, dipendeva dall’Abbazia di S. Andrea dell’isola di Brindisi. L’attuale chiesa dedicata all’evangelista è stata costruita invece, tra il XVII e XVIII secolo, all’interno si può ammirare un bell’esemplare di altare barocco ed una statua d’argento di San Marco risalente al 1819.
Cellino non conserva reminiscenze archeologiche, forse presso il bosco “Li Veli” dove si troverebbe la cosiddetta “tomba a forno”, di epoca eneolitica, ovvero, risalente ad almeno 25 secoli fa, ma attualmente praticamente non più rintracciabile.
Interessante è invece ricordare che il nome del Paese, riecheggia una varietà di olive coltivate sia nel salento che nel barese: olive celline si chiamano. In una pergamena barese del 1095 si legge, con inequivocabile riferimento ad una varietà di olivo, “hocellina” e in un’altra del 1159 “tucellinus”.
Scendo dall’auto a pochi passi dal monumento ai caduti, un complesso bronzeo che rappresenta la fatica del soldato che cerca di sorreggere il milite colpito a morte. A pochi passi, nella medesima piazzetta, una targa, probabilmente informa che quello spazio è stato realizzato attraverso un progetto cofinanziato col fondo europeo di sviluppo Regionale denominato “Investiamo nel vostro futuro”.
Senza voler ironizzare, ma solo riflettere, l’assenza di protagonisti del futuro, i ragazzi, è tutto un bel dire, scrivere, progettare. Cellino è una piccola comunità che galleggia sul vino, che si nutre di una potenzialità che le perviene da una fertilità che non è solo quella dei terreni agricoli, ma fiorisce nelle attività di produzione di eccellenze della vinificazione. Sarebbe sbagliato credere che stia tutto nella capacità imprenditoriale di pochi, perché la capacità di un leader si misura col metro della condivisione. Il nome di Albano Carrisi è indubbiamente sufficiente a stimolare effervescenza, ma alla sua tenacia va accorpata una filiera di professionalità che hanno contribuito al benessere diffuso del territorio. Medesimo discorso è realizzabile per gli oltre mille produttori viticoli la cui produzione viene trasformata dalle cantine che vedono Angelo Maci presidente.
Cellino è radice, profonda e forte, ma la sua comunità deve ancora prendere consapevolezza e misura della propria forza. Deve ancora misurarsi con la fiducia di poter essere protagonista. Il tempo di questa maturazione non si misura con l’orologio del palazzo dove trovano sede gli uffici comunali, ma nell’ordine e nella consapevolezza del valore del proprio contributo alla crescita del territorio. Mancato l’appuntamento con la possibilità di realizzare un museo della prima guerra mondiale, che lo avrebbe reso epicentro per un frammento di storia patria, avendo fra l’altro Cellino serbando Cellino una delle poche esperienze risorgimentali di “Vendita Carbonara” una setta insurrezionale chiamata “La Plebe al Monte Sacro” ed una sezione della Giovine Italia, ovvero il fermento civile che condusse all’Unità d’Italia, fermento e sentimento che oggi è smarrito e che rende vuoto il salotto di Cellino, dove stanco il sole, illumina una piazza dai sapori ottocenteschi col palazzo baronale da fare da capotavola E dire che i feudi non esistono più.
La via che separa il palazzo comunale dalla chiesa dedicata a Santa Caterina, patrona di Cellino, serpeggia tra le case basse e dopo un rettilineo di poco più di due chilometri raggiunge San Pietro Vernotico, il centro abitato più popoloso dell’area meridionale della provincia brindisina.
I primi documenti che ne attestano l’esistenza sono le tracce documentali relative al toponimo e risalgono al 1195, quando San Pietro Vernotico compare per la prima volta in documenti ufficiali: è infatti tra i feudi che l’imperatrice Costanza d’Altavilla conferma al Vescovo di Lecce, fra le donazioni già fatte da precedenti conti normanni di Lecce.
L’appellativo “Vernotico” deriverebbe dal diritto di pascolo durante l’inverno “vernoticus” riservato al feudatario. Lo stesso appellativo potrebbe essere stato aggiunto al nome del centro abitato in ragione di un canale che lo attraversa e che, convoglierebbe le acque invernali per un loro migliore deflusso verso la costa nei pressi di località Lendinuso.
Attraverso le vie del centro abitato ed il comune denominatore è la sequenza di affittasi, vendesi e porte di case disabitate che inaridiscono la principale via Brindisi. Ciò che ieri era il salotto cittadino, la piazza antistante la chiesa matrice, piazza del popolo, vera agorà del paese è deserta e se non fosse per la regolarità dell’orologio che sovrasta il palazzotto comunale, sembrerebbe di vivere la strana sensazione di un day after nucleare.
Mute le lastre marmoree delle lapidi, ricordano il sacrificio di chi per la nostra libertà a donato la vita.
Al centro della piazza lo stemma del Paese sfregiato è ulteriore segno di degrado ed abbandono, come se persino la speranza avesse abbandonato il campo.
Eppure, il paese è sede di effervescenza scolastica, un viale titolato agli studenti, con gli istituti scolastici che vogliono rappresentare e testimoniare la via di uscita da una fase di stallo.
Loro sono la scuola, io cerco la società civile, quella produce, quella che lavora, quella che pensa, e quella che mostra attraverso l’azione, la propria presenza. Io a San Pietro la leggo solo in filigrana.
Sam Pietro, avamposto settentrionale della diocesi di Lecce ma inglobata nella provincia di Brindisi, a partire dalla sua nascita nel 1927 e collocata sulla direttrice della ferrovia per Lecce, ha ricoperto per diversi anni la cerniera amministrativa, ma anche economico-sociale tra le due provincie.
La stazione di San Pietro divenne luogo di carico privilegiato per i mosti provenienti dalle cantine dell’entroterra e da qui in gran numero i vagoni, trasferivano alle rinomate cantine del nord i famosi vini da taglio che hanno contribuito, e non poco, allo sviluppo della enologia italiana. Di tanto, niente resta a San Pietro e di uno dei più rinomati stabilimenti vitivinicoli, proprio nei pressi della stazione, limitrofo a via della Libertà, la metamorfosi è emblematica; ridotto il primo a centro commerciale, la seconda a vico senza uscita.
Via della Libertà era frequentata dai giovani soldati italiani che dopo l’armistizio, proprio a San Pietro Vernotico, ricostituirono il “Primo Raggruppamento Motorizzato” del Regio Esercito e dalla locale stazione ripresero il lungo cammino di speranza che sarebbe terminato a Milano il 25 aprile 1945. Pochi ricordano che a San Pietro si teneva fino a qualche decennio fa, un simpatico ed effervescente carnevale, che seguiva il calendario della Chiesa Milanese di rito Ambrosiano, pertanto almeno una settimana successiva al carnevale Romano. Era sintomo di una elegante quanto sottile mentalità commerciale, che consentiva ai bravi imprenditori di San Pietro di restare attivi e fare affari in ogni occasione.
Due sono i riferimenti che mi rimangono fissi negli occhi andando via da San Pietro, Domenico Modugno e i giovani.
Qui ha vissuto e da qui è emigrato chi ha cantato la voglia di volare a tutta l’Italia. Cantava persino il dialetto salentino di San Pietro, creduto siciliano. L’altro riferimento è una panchina rossa, posta dinanzi all’Istituto Commerciale “Valzani” in viale degli studenti. Sulla panchina un nome: Noemi; una memoria: il suo omicidio; una ferita; l’insopportabile e immondo femminicidio; un dramma: la deviata condizione giovanile.
A San Pietro ci sono stato in due date differenti, in ambedue, la presenza dei giovani non l’ho percepita. Alla gentile signora che mi ha servito il caffè macchiato, ne chiedo informazione, ma lei chiuse le spalle, neppure mi risponde, ma i suoi occhi la tradiscono. Gli avventori hanno un’età media di sessant’anni e a fare un po’ di allegria ci pensano due cagnolini che animano la piazzetta antistante.
Vado via ripercorrendo le parole delle tante e belle canzoni di Modugno, ma una mi ritorna martellante, è “Malarazza”, ovvero il lamento di un servo ad un Santo crocifisso, cui quest’ultimo risponde: “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!”.

(Il prossimo numero saremo a Torchiarolo)