La quarantena di Andrea Merlo (I parte) – Racconti al balcone

Fusco entrò in ufficio sbuffando. Aprì un cassetto della scrivania e si mise a rovistare. Bestemmiò, prima di tirare fuori dalla tasca un fazzoletto di carta ormai ridotto a brandelli. Si tolse la visiera e si asciugò la fronte. Andrea Merlo sorrise sotto la mascherina. Si era rassegnato a convivere con le stranezze del collega ma ne rispettava il fiuto investigativo. Fusco non aveva voluto indossare la protezione consigliata per il covid, fosse chirurgica o fp2. “Non me ne andrò mai in giro come un rapinatore di banche”, aveva detto, “come facciamo a identificare la gente se non la guardiamo in faccia? Non siamo a Star Trek”. Aveva rimediato una visiera da saldatore che lo faceva sembrare un astronauta o un sommozzatore: “Così nessuno mi sputa in faccia e posso bere un caffè senza stare a pensarci troppo”.
Il commissario aveva chiuso un occhio, sapeva che l’aspetto trasandato e l’apparente disprezzo per il protocollo lo faceva sembrare innocuo e favorivano la confidenza necessaria nelle indagini di un poliziotto. “Novità?” chiese Fusco come al solito. “Per ora tutto tace” rispose Merlo, alzandosi per andare ad aprire la finestra. Si affacciò guardando in alto verso il cielo. Non si era ancora abituato a vedere il muro del palazzo di fronte, invece delle montagne, e cercava di alleviare quella mancanza con uno spicchio di azzurro. Viveva una strana dualità. A Brindisi desiderava il profumo del bosco e quando tornava a Castino gli mancava l’aria salmastra che impregnava la città con lo scirocco. “Tutti i montanari si innamorano del mare” aveva commentato Fusco, la prima volta che si erano trovati davanti al porto. Allora Andrea Merlo non gli aveva creduto, ancora contrariato da quel trasferimento a mille chilometri da casa, ma dopo due anni aveva finito col dargli ragione. Fece un respiro profondo, interrotto a metà dalla voce di Micheli: “Rapina al Merrymarket, avete finito di fare gli sfaticati”. Fusco diede una manata sulla scrivania, non potendo assestargli un pugno in faccia, “Che c’entriamo noi?” ringhiò. “E già, senza un morto non vi muovete. La squadra Criminal Minds dei poppiti. Un cassiere, gli hanno sparato. Sarete contenti, ora” rispose Micheli, allontanandosi nel corridoio. Merlo pensò che avrebbe dovuto presentare una lamentela ufficiale, quell’agente non faceva altro che provocarli con il suo sarcasmo e persino una persona riservata e tollerante come lui non lo sopportava più. “Che c’era da rapinare in una baracca come quella?” commentò Fusco, prima di uscire. Il Merrymarket era in periferia. Più che un supermercato, una bottega di quartiere con grandi ambizioni, almeno nel nome. Davanti alla porta c’era una piccola folla. Una decina di persone, distanti le une dalle altre, cercava di sbirciare all’interno. Una donna piangeva, invocando Padre Pio con le mani giunte. Il morto era seduto dietro alla cassa, con le braccia lungo i fianchi e la bocca spalancata. Un foro al centro della fronte sembrava un terzo occhio. “Sembra un colpo a bruciapelo” commentò Fusco, “entrato, colpito, affondato. Il proiettile deve essere uscito, vedi dietro?” disse, indicando lo scaffale alle spalle del cadavere, “pacchi di riso sporchi di sangue e cervello”. Merlo annuì guardandosi intorno. Frutta, verdura, un banco salumeria e un paio di frigoriferi con carne e pesce surgelati. Un angolo per i casalinghi. Una pessima scelta, per un rapinatore, a meno che non fosse disperato.
Accanto al bancone, un uomo rispondeva alle domande di un agente. Merlo si avvicinò. “Ero dietro, nello stanzino. Stavo aprendo una latta grande di tonno. Lo vendiamo sfuso, è più saporito delle scatolette. D’inverno no, solo all’Immacolata per le pucce, ma poi cominciano a fare le insalate di riso e allora lo vendiamo di nuovo”. Merlo pensò allo strano effetto che la polizia faceva alla gente. Un misto di paura, ansia e desiderio di dare più informazioni possibili, anche quelle inutili. “Cosa può dirmi del cassiere?” chiese. Non parlava mai direttamente dell’accaduto, preferiva fare le domande importanti in modo imprevedibile. “Un bravo ragazzo. Onesto. Stava alla cassa e faceva un sacco di altre cose. Qua lavoriamo io e mia moglie. Io alla salumeria e mia moglie al resto. Prima stava mio figlio, ma non gli piaceva e allora se ne è andato a lavorare all’Agusta. Fa l’operaio, è contento, che dovevamo fare. Ernesto ci faceva da fattorino, scaricava le casse di frutta, consegnava la spesa, puliva il negozio. Poi lo abbiamo messo anche alla cassa, così mia moglie poteva stare di più a casa. Era solo lui, i genitori non li teneva più, povero ragazzo”. “Cosa ha sentito?” chiese Merlo. L’uomo scosse la testa. “Solo un rumore forte. Stavo dietro e ho pensato che era caduta qualche cosa. Ho finito col tonno e sono tornato qua. Ho chiesto Ernè che è successo. Poi l’ho visto, che all’inizio non avevo capito, pensavo che si era addormentato. Sono uscito gridando aiuto e uno di fronte si è affacciato. Non c’era nessuno in giro. Vengono tutti verso le dieci a fare la spesa. Qualcuno la mattina presto, così non incontra nessuno. E poi vengono tutti insieme. Fanno la fila però. Fuori. Poi entrano uno alla volta” aggiunse, preoccupato di garantire il rispetto delle regole. “Teneva amici, una fidanzata, qualche vizio?” chiese Fusco, che si era avvicinato. L’uomo scosse la testa: “Macchè fidanzata, lui non lo ha mai detto, però non sembrava legittimo…” fece per toccarsi un orecchio. “Niente di sicuro, ma le voci quello dicevano, che non gli piacevano le donne. Non teneva neanche amici. Forse solo un cugino. Sì, sì, un cugino dell’età sua. Così diceva, ma io non l’ho mai visto. Ogni tanto uscivano la sera e poi arrivava la mattina sbadigliando. Pure oggi, che io l’ho rimproverato che non doveva fare tardi se poi il giorno dopo veniva a lavorare. Vizi? Che vizi doveva tenere, povero figlio. A parte quello che dicono le persone, ma quella è come una malattia, no?”. Qualcuno cominciò a urlare: “Mado’ veramente? Che è successo? Ernesto? Perché?”. Sulla porta, un ragazzo si agitava con le mani fra i capelli, mentre un agente cercava di impedirgli di entrare. “E’ mio figlio” disse l’uomo, andandogli incontro.
(1 - Continua)