L’arrivo del Giro a Brindisi visto con gli occhi di un bambino di 50 anni fa

A distanza di quasi mezzo secolo dall’ultima volta, il Giro d’Italia, la corsa a tappe maschile di ciclismo su strada professionistico che, dal 1909, si svolge ogni anno lungo le strade italiane, farà tappa a Brindisi e la città si è messo il vestito buono per accoglierla degnamente.
Tornando, indietro nel tempo, fino a quel 20 maggio 1971, quando la cronoprologo partì da Lecce e percorrendo la nuovissima ed appena realizzata superstrada, giunse a Brindisi ed al successivo 21 maggio 1971, quando la prima tappa vera e propria partì da Brindisi per arrivare a Bari, non posso fare a meno di immergermi nei miei ricordi di bambino di otto anni, che ha avuto la fortuna di poter vivere molti dei momenti esaltanti dello sport nel capoluogo messapico.
Essendo, all’epoca, mio padre Franco, assessore allo Sport ed al Turismo del Comune di Brindisi ho potuto anche respirare l’aria di entusiasmo e, direi, di eccitazione che vi era attorno all’organizzazione di un evento di tal fatta.
Non va ignorato, inoltre, che all’epoca, quando non vi era ancora internet e le notizie dal mondo e dall’Italia, nello sport come nella cronaca, erano solo quelle che si attingevano sulla carta stampata e nelle rare trasmissioni dei due canali della RAI, il Giro d’Italia, per grandi e piccini, rappresentava la leggenda, la madre di tutti gli eventi sportivi, capace di catalizzare l’interesse di una intera nazione per quasi un mese, in cui anche i media esteri erano puntati sulla “corsa rosa”, come veniva chiamata in quanto originata da una intuizione di tre giornalisti della Gazzetta dello Sport, il quotidiano sportivo che tradizionalmente è stampato su carta rosa.
I ciclisti dell’epoca, quelli, diciamo, di primo livello, erano leggende viventi ed il pronunciare i loro nomi incute ancora ataviche emozioni: sto pensando a ciclisti del calibro di Felice Gimondi, Marino Basso, Gianni Motta, Wladimiro Panizza e Franco Bitossi tanto per rimanere agli italiani che hanno fatto la storia di questo sport a cavallo fra gli anni sessanta e settanta, raccogliendo il testimone di Gino Bartali e Fausto Coppi, testimone che avrebbero poi ceduto nel decennio successivo a Moser e Saaronni. Poterli vedere da vicino, sia pure per un istante, quello in cui sfrecciavano davanti ai nostri occhi, era una sensazione fantastica ed un ricordo inestinguibile.
Una certa delusione c’era per la mancata partecipazione del campionissimo belga Eddy Merckx- soprannominato il cannibale in quanto vinceva praticamente tutte quante le gare a cui partecipava- il quale non prese parte alla competizione rosa che si era aggiudicato l’anno precedente e che avrebbe vinto anche nelle tre stagioni successive, ma c’era lo spagnolo Josè Fuente, soprannominato el Tarangu, lo scalatore, astro nascente del ciclismo su strada e tante altre stelle internazionali.
Per capire come era vissuto il Giro d’Italia e, più in generale, il ciclismo, mezzo secolo fa, basti pensare che le raccolte di figurine Panini che andavano in voga non erano solo quelle dei calciatori ma, quasi allo stesso livello, c’erano quelle dei ciclisti
A Brindisi, in quell’epoca, si stava bene, la città era in crescita ed aveva raggiunto il traguardo dei 70.000 abitanti, la disoccupazione era ai minimi storici in quanto già negli anni sessanta il Petrolchimico, anzi la Montecatini, come veniva chiamata all’epoca, prima della fusione con Edison, aveva assorbito tutta la manovalanza possibile non solo della città, ma anche dei centri limitrofi e dalle campagne, i traffici passeggeri con la Grecia erano al top e di questo ne beneficiavano non solo i “latin lover” di quegli anni che andavano, per usare il gergo dei quegli anni, a turiste.
La Centrale Termoelettrica di Costa Morena-Brindisi Nord, entrata in funzione proprio in quegli anni, non bruciava ancora carbone ma oli combustibili e, non esistendo ancora controlli di natura ambientale né una coscienza ambientalista, il fumo nero non faceva alcuna paura e ci sembrava normale, tornati dalla spiaggia, il rito del batuffolo d’ovatta e l’olio d’oliva per togliere dai piedi il catrame che si era appiccicato addosso, camminando sulla sabbia o sugli scogli.
La grande crisi energetica del 1973, con la conseguente austerity e le domeniche senza auto, era ancora al di là del venire e, comunque, in una cittadina a misura d’uomo come Brindisi, non avrebbe procurato grossi scompensi e sarebbe stata vissuta senza drammi ed, anzi, con folklore e divertimento, alla riscoperta delle passeggiate in bicicletta (guai, però, a lasciarle un attimo incustodite venivano rubate in un nonnulla, come da ragazzino sperimentai sulla mia stessa pelle!).
Politicamente Brindisi era ancora il centro principale di quello che da molti oggi viene definito il Grande Salento ed all’epoca erano numerosi i salentini, anche imprenditori e sindaci, che si recavano, come si suol dire, con il cappello in mano, sulla strada di Mesagne presso la villa di zio Giulio Caiati, parlamentare fin dalla Costituente e più volte Ministro, oltre che pezzo grosso del C.O.N.I. (per cui ci fu sicuramente tanto di suo nel far arrivare e, il giorno dopo, ripartire il Giro da Brindisi), a chiedere questo o quel favore o, più semplicemente, a chiedere un consiglio od un parere che, nella mente di chi lo riceveva, si tramutava istantaneamente in un ordine categorico da eseguire senza più riflettere e spesso era sufficiente dire “l’ha detto Caiati”, per mettere a tacere ogni genere di controversia, sia di natura politica che economica o personale!
Ma torniamo al Giro d’Italia ed ai miei ricordi di bambino. L’arrivo del cronoprologo a tappe era previsto sul lungomare, ossia giù alla marina, come si usava dire, dove avevano montato il palco d’onore ed una tribunetta in tubi innocenti, ma la “carovana” avrebbe sfrecciato sui corsi prima di giungere sotto al traguardo. Il palco d’onore, che ricordo come enorme, era a beneficio delle autorità dell’epoca, fra cui c’era anche mio padre Franco, insieme ad altri due noti “Franchi” dell’epoca: il sindaco Arina e il suo immediato successore Lo Parco: ovviamente c’era la possibilità di “imbucare” anche qualche stretto parente, specie se bambino, ma, nel nostro caso, il diritto di primogenitura imponeva la presenza di mio fratello Donato, di tre anni più grande di me.
Accettai con sportività questa decisione e me ne feci una ragione sia perché non è stata mai mia abitudine mettere in discussione le scelte paterne, sia in quanto avrei avuto, comunque, la possibilità di assistere al passaggio dei ciclisti da un posto comunque privilegiato, come era il balcone di casa dei miei nonni con affaccio su Corso Garibaldi.
Essendo il prologo del Giro una cronometro a squadre o crono staffetta, come si diceva allì’epoca, non vi era l’emozione dell’arrivo di assistere all’arrivo del gruppo dei migliori, condito, magari,m da una testa a testa finale, ma vi era la gioia prolungata dell’arrivo alla spicciolata dei vari protagonisti della corsa. La gente, non essendovi timori legati ad alcun genere di pandemia, si accalcava sulle transenne al passaggio dei ciclisti e l’incoraggiamento era generoso per tutti, conosciuti o sconosciuti che fossero.
Il tifo di noi ragazzini era tutto per la Salvarani, sia perché era la squadra di Gimondi, sia perché erano stati distribuiti cappellini e gadget della squadra a tutti gli spettatori della corsa per cui ci sembrava doveroso ricambiare con il tifo più caldo ed assordante e fu proprio la Salvarani a vincere la tappa fra il tripudio generale.
Il giorno successivo mi toccò andare a scuola e fu con non poco dispiacere che mi persi la partenza della tappa da Brindisi in direzione di Bari, avrei dato chissà che cosa per vedere il mio idolo Felice Gimondi, alla partenza, con addosso la mitica maglia rosa, conquistata il giorno prima ed accolsi con ulteriore dispiacere la notizia che la vittoria di tappa era andata al suo rivale Marino Basso, leader della Molteni, che gli strappò, così, anche la maglia rosa.
Ad aggiudicarsi il Giro del 1971 fu il per me sconosciuto ciclista svedese Gösta Pettersson, un asso nelle cronometro, ma che nessuno si aspettava che avrebbe mai potuto vincere una massacrante corsa a tappe, Basso fu nmaglia ciclamino, cioè vincitore della classifica a punti, lo spagnolo Fuente fu, giustamente, il migliore scalatore. E il mio Gimondi? Si dovette “accontentare”, quell’anno, di indossare la maglia rosa solo per un giorno, vincere altre due tappe ed arrivare solamente settimo nella classifica finale.
Ed io, mentre nel mio cassetto dei ricordi conservo le emozioni di quei momenti spensierati e gioiosi, nel cassetto del mio armadio conservo una vecchia maglia celeste in lanetta grezza, con su scritto, in bianco su sfondo nero “Salvarani”.