Caro sindacalista, tu vai avanti che c’è posto per tuo figlio

Caro sindacalista,
ti confesso subito che per me non fa nessuna differenza se sei della cisl, della cgil, della uil, della cisal, dell’ugl ,dei cobas, dello snals, delle gilde o altro … francamente me ne infischio.
E me ne frego pure se sei nell’industria, nella scuola, nel pubblico impiego, nella sanità o nel commercio. Per me non fa nessuna differenza.
Mi dirai che sbaglio approccio, che non siete tutti uguali e se facessi di tutta l’erba un fascio sarei davvero grossolano.
E’ vero: non siete tutti uguali.
Se sei un dirigente sindacale della Cgil, infatti, sei più figo, elegante, ricercato (nel senso del buon gusto), hai una bella macchina scura, e non hai paura, forte della tua tessera al PD, di dimostrare un certo benessere che spesso sembri ostentare in chiave educativa a favore dei tuoi iscritti (vedi, io ce l’ho fatta, impegnati anche tu!); se sei della cisl, invece, rivenendo da una cultura cattolica di tipo parrocchiale, sei portato meno all’ostentazione e quindi risulti più popolare, meno civettuolo, leggermente sbracato, un po’ sovrappeso ma rassicurante; ma se sei un po’ rozzo e quasi ualano, pronto alla rissa verbale e trasandato, capelli un po’ unti e scarpe impolverate, allora sei della uil.
Piccole differenze di natura estetica.
Un momento: non vorrei che tu nutrissi il dubbio che questa mia sia un attacco al sindacato come istituzione, che ti rinfaccerò la tua poca propensione al lavoro, che ti ricorderò che la maggior parte delle tue vittorie aziendali non sono altro che inciuci preventivi, che nelle stesse aziende nelle quali hai svolto queste battaglie lavorano i tuoi figli, cugini e nipoti.
Non devi avere nessun dubbio, è proprio così: io sono convinto di tutto questo, come la maggior parte della gente.
Decenni di storielle, vere o presunte, di atteggiamenti stereotipati, di arricchimenti improvvisi, di amanti risapute, di seconde case al mare, di auto medio alte, di mogli con orecchini e collane d’oro, hanno prodotto questa “vulgata” che è difficile da sradicare.

Né, francamente, mi stupisco o mi indigno.

Per me queste cose sono come le malattie esantematiche, come gli scioperi degli studenti a novembre, come i processi a Berlusconi, come l’influenza stagionale, come i consiglieri comunali che sono lì da vent’anni, come “Domenica in” … ci sono, esistono, non mi piacciono, ma non ci posso fare niente.
Ti vedo come una via di mezzo fra l’imbonitore ed il capopopolo, a metà fra il patronato e la segreteria politica, sospeso fra la difesa dei deboli e la gustosa frequentazione dei potenti.
Se penso che dovresti essere l’erede dei grandi sindacalisti socialisti e cattolici che testimoniavano con la vita il proprio impegno, mi viene da ridere, anzi da piangere.
Vulgata come aggettivo vuol dire più o meno “così come la gente conosce quella cosa” ed esantematiche sono dette le malattie che vengono in tenera età e che presentano eruzioni, bollicine, esantemi, ‘mpoddi insomma.
Lo spiego perché ho scoperto che sei davvero ignorante, ma di una ignoranza “per sottrazione”, se così si può dire, quasi affascinante, cioè ignorante in tutto tranne che nel tuo settore. Quando ti sento parlare di bilanci e di reinvestimenti in fabbrica o quando citi le circolari ministeriali dei vari ministeri mi stupisci.
Sai, caro sindacalista, sino a poco tempo fa pensavo che la prima parte della frase che ogni tanto usi “non ho la laurea ma certe cose le capisco” e che spesso è seguita da una dettagliatissima carrellata sui vantaggi presenti nella bozza del nuovo contratto collettivo nazionale di lavoro, servisse soprattutto ad enfatizzare, a sottolineare la massima competenza nel tuo settore e cioè che servisse per dire “tu avrai anche una grande cultura ma sono io che capisco come va il mondo”.
E invece no; mi sbagliavo.
Quella dichiarazione sullo stato del tuo curriculum studiorum è una difesa, una resa, una richiesta di grazia; serve a comunicare : “so tutto del prossimo contratto collettivo e sono pronto a discuterne fino a domani ma non chiedetemi come si chiamava l’amico di Achille che ho visto pure il film “Il centurione” ma non me lo ricordo mai”.
Patroclo si chiama, Patroclo, e non sai che ti perdi; ma non ti preoccupare, a te non serve.
E poi guarda che il film è “Troy” e quello che dici tu se mai è “Il gladiatore” non “Il centurione”.

Ultimamente mi hai tenuto inchiodato per strada a parlarmi di perequazione, contributivo, tfr, contratto nazionale, lotta e scioperi ma già, dopo pochi minuti non ti seguivo più; all’improvviso sono spariti i rumori della strada e finanche la tua voce, e sei rimasto tu, leggermente sudato, con le scarpe costose, i pantaloni costosi, la macchina bella, la sicurezza di chi non ha problemi fino alla fine del mese. 

Ti ho immaginato nel tuo ufficio mentre pianifichi la grande presa in giro del mondo, mentre ripensi alla grande ingenuità che c’è la fuori, mentre ti angosci per mantenere quella posizione che il fato ha voluto donarti.
Si, mi hai fatto un po’ pena, ti ho visto come una peripatetica, meretrice, insomma donna di facili costumi, disposta a deliziarmi con qualunque mezzo per una ventina di minuti sapendo già che il massimo piacere che posso provare di questi tempi è un piccolo aumento in busta paga capace di evitarmi qualche altra figuraccia, con le utenze, con l’amministratore del condominio o altro. Ma sono un buono e anche quando ho potuto “averti” ho declinato l’invito con delicatezza, con rispetto, senza infierire, che infondo, ho pensato, è vero che le puttane guadagnano ma non è un bel vivere.
Poi un trillo di telefono mi ha svegliato, era il tuo. Come un cardiochirurgo al quale abbiano chiesto una consulenza mi hai lasciato con gesti fra le scuse e la crisi epilettica, con la mano mi hai fatto cenno di aspettare e poi, dopo un po’, chiedendo scusa all’interlocutore, mi hai salutato calorosamente come solo voi sindacalisti sapete fare, quasi a dirmi, “abbiamo finito, ti ho dedicato tutto quello che potevo, ci sentiamo, mi raccomando, acqua in bocca e a disposizione”.
A disposizione per cosa? Cosa puoi fare per me? Niente, assolutamente niente, e quel poco che puoi fare oramai, so che lo fai per te e per nessun altro. Hai letto questi pensieri sul mio viso e, nonostante ciò, mi hai dato una pacca sulla spalla e mi hai sorriso sempre mentre parlavi al telefonino. Grande!, Sei davvero grande. Devo darti atto del fatto che sei inossidabile: tangentopoli, mani pulite, l’antimafia, la caccia alle streghe, i terremoti, le cavallette, le sette piaghe d’Egitto, niente … niente è riuscito a scalfirti.
Mentre ci indigniamo per le ruberie delle pensioni d’oro, per barbieri pagati come manager, per politici arraffoni e incompetenti, per enti inutili che ci succhiano la vita, nonostante ciò, noi ti manteniamo, caro sindacalista, e ti paghiamo.
Paghiamo i tuoi sostituti nella scuola, nella sanità, nelle pubbliche amministrazioni e nessuno sa o vuole fermare questo meccanismo che ha davvero del perverso.
Tu intanto, con i nostri soldi, ti aggiri indaffaratissimo per riunioni insulse dove tutto viene deciso nelle ore precedenti e dove la concertazione, parola fra le più stupide coniata per una politica stupida, viene effettuata per aggiungere riti ai riti, riunioni alle riunioni, deliberazioni alle deliberazioni, niente al niente.
Vai avanti così, questo è il tuo tempo e questa nazione è la tua terra, noi intanto ci arrabatteremo, combatteremo ogni giorno per non perdere quel poco di dignità che ci è rimasta, parleremo, se proprio vogliamo sognare, di Patroclo e dell’amicizia, e forse ci commuoveremo ripensando al pianto di Achille così come si addice ai perdenti; tu vai avanti così che forse c’è posto anche per tuo figlio che, buon sangue non mente, ha già capito tutto pure lui.
Absit iniuria verbis.
Che vuol dire, traduco solo questa volta per te, così, alla buona: “Non te la prendere, senza offesa”.
A.Serni