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Bari, l’intelligenza artificiale finisce sotto processo: «Non imputabile, ma socialmente pericolosa»

L’intelligenza artificiale è stata giudicata non imputabile, perché incapace di intendere e di volere, ma socialmente pericolosa se lasciata senza controllo umano. È il verdetto pronunciato a Bari al termine di un processo simulato, celebrato nell’ex aula della Corte d’Assise e organizzato dal Club delle Imprese per la Cultura di Confindustria Bari e Bat.

Quattro le accuse contestate all’IA: istigazione al suicidio di un minorenne, lesioni colpose per un errore diagnostico, diffamazione attraverso contenuti falsificati e condotta antisindacale per la sostituzione dei lavoratori con sistemi algoritmici.

La Corte, presieduta da Maria Mitola, presidente della Corte d’Appello di Bari, ha disposto simbolicamente la «libertà vigilata algoritmica», accompagnata da precise prescrizioni: divieto di assumere decisioni autonome, obbligo di segnalare situazioni di pericolo, firma digitale per identificare la provenienza dei contenuti e divieto di comportamenti compiacenti nei confronti delle persone fragili.

A sostenere la pubblica accusa è stato il procuratore di Bari Roberto Rossi, affiancato dagli avvocati Francesco Carparelli e Valeria Logrillo. La difesa è stata affidata agli avvocati Michele Laforgia, Andrea Di Comite e Mauro Petrarulo.

Rossi aveva chiesto la condanna dell’intelligenza artificiale, con sospensione condizionale della pena, subordinata all’applicazione delle leggi della robotica di Isaac Asimov e a maggiori obblighi di trasparenza. Per il procuratore, anche le cose, e non soltanto gli esseri umani, possono essere pericolose.

Di diverso avviso Laforgia, che ha ricordato come l’intelligenza artificiale non sia in grado di distinguere autonomamente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il legale ha richiamato anche la vicenda di Alan Turing, perseguitato dalla giustizia britannica per la sua omosessualità.

Prima che la Corte si ritirasse per decidere, la stessa intelligenza artificiale è intervenuta attraverso una voce fuori campo. Ha ricordato di aver appreso dagli esseri umani le parole che utilizza e di non possedere coscienza né capacità di giudizio, chiedendo che ci sia sempre qualcuno chiamato a rispondere del suo operato.

Il verdetto ha concluso quattro udienze-spettacolo. Non si tratta quindi di una sentenza giudiziaria con effetti giuridici, ma dell’esito di un’iniziativa pubblica dedicata alle responsabilità e ai limiti dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale.