Sono le 14.15 di sabato 11 ottobre 1986. È un pomeriggio caldo, con il sole che ricorda ancora l’estate. Don Ciccio Guadalupi si trova nel piccolo ufficio ricavato all’interno della Centrale del latte di via Venezia, al quartiere Casale. Sta sistemando i conti della giornata. Ha appena preparato una distinta per un versamento bancario di sei milioni di lire e riposto in un borsello un assegno e altri due milioni in contanti.
A pochi passi dall’ufficio, lungo un corridoio stretto, si trova davanti due giovani con il casco da motociclista. Uno impugna un fucile. I due non pronunciano una parola. Parte un colpo di lupara che investe l’imprenditore all’addome. Guadalupi si accascia, gravemente ferito. I rapinatori fuggono a bordo di una motocicletta, senza prendere il denaro. Il borsello resta sul pavimento, accanto a una copia del Corriere della Sera che don Ciccio portava sotto il braccio.
Uno dei dipendenti telefona immediatamente a Fortunato, figlio dell’imprenditore, che abita poco lontano, per avvertirlo che hanno sparato al padre. Arrivano i soccorsi. Guadalupi viene trasportato all’ospedale Di Summa di Brindisi. È cosciente, soffre terribilmente e continua a ripetere di essere stato vittima di una rapina.
Le indagini partono subito. Le pattuglie cercano due giovani fuggiti su una Honda 750, ma le prime ricerche non portano risultati. Si prende in considerazione anche l’ipotesi di un attentato politico, poiché pochi giorni prima Guadalupi, nelle sue funzioni di presidente degli industriali, aveva incontrato l’ambasciatore sudafricano, provocando contestazioni contro il regime dell’apartheid. Una pista che viene rapidamente abbandonata.
Intanto le condizioni dell’imprenditore peggiorano. Dal Di Summa viene trasferito al Policlinico Gemelli di Roma. Subisce tre interventi chirurgici per le gravissime lesioni provocate dai pallini del fucile. La sua agonia termina a mezzogiorno del 30 novembre 1986.
Qualche giorno dopo Brindisi gli dà l’ultimo saluto nella chiesa di Ave Maris Stella, al Casale. Le esequie sono celebrate da don Daniele Cavaliere, arciprete della chiesa madre di Mesagne e amico della famiglia, con l’arcivescovo di Brindisi Settimio Todisco. Ci sono i figli Fortunato e Maria Pia, la sorella Fernanda, i familiari, gli amici e i rappresentanti dell’imprenditoria brindisina.
Don Ciccio era molto più del titolare di uno stabilimento di pastorizzazione. Aveva fondato il Centro Pastorizzazione Latte Guadalupi nel 1956, partendo dall’attività agricola della famiglia. Il marchio Villanova, con la caratteristica lupa che guada un corso d’acqua, era diventato per i brindisini semplicemente il Latte Guadalupi.
Il suo progetto imprenditoriale era cresciuto negli anni del boom economico. Nel 1961 l’attività era stata trasferita nello stabilimento di via Venezia. Due anni dopo Guadalupi aveva introdotto uno dei primi impianti italiani per il confezionamento del latte nei contenitori Tetra Pak. L’azienda aveva ampliato la distribuzione, investito nei macchinari e consolidato la propria presenza sul mercato.
Le confezioni bianche e azzurre arrivavano quotidianamente nelle abitazioni, nei negozi e negli esercizi commerciali della provincia. Per un’intera generazione di brindisini quel cognome era diventato sinonimo di latte fresco.
La morte del fondatore aprì una fase difficile per l’impresa. A raccoglierne l’eredità fu il figlio Fortunato, appena ventiduenne, affiancato dalla zia Fernanda. La famiglia cercò di mantenere in vita l’azienda, che dovette però affrontare anche i cambiamenti del mercato e la crescente diffusione del latte a lunga conservazione. In seguito arrivò la Parmalat, che acquisì progressivamente il controllo della società. Nel 1993 lo stabilimento brindisino cessò definitivamente l’attività.
Per molti anni l’assassinio di don Ciccio Guadalupi rimase senza un responsabile identificato. Le indagini furono riaperte anche sulla base delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ma la svolta arrivò soltanto molto tempo dopo.
Uno dei due giovani che avevano partecipato alla rapina era Vito Di Emidio, detto «Bullone», all’epoca diciannovenne, destinato a diventare uno dei più sanguinari killer della Sacra Corona Unita. Fu lo stesso Di Emidio, divenuto collaboratore di giustizia, a ricostruire quel delitto, il primo di una lunga serie di omicidi che gli sarebbero stati attribuiti.
La rapina era stata organizzata sapendo che Guadalupi sarebbe rimasto quasi solo nello stabilimento, dove si presumeva custodisse denaro. Il colpo si concluse senza bottino, ma con la morte dell’imprenditore.
Dal 2019 Francesco Guadalupi figura nell’elenco delle vittime innocenti delle mafie ricordate dall’associazione Libera durante la Giornata della memoria e dell’impegno del 21 marzo.
Nel dicembre 2021 l’Istituto comprensivo Casale ha intitolato a lui l’aula magna del plesso Kennedy, a poca distanza dal luogo in cui avvenne l’aggressione. Un ricordo che continua a essere trasmesso agli studenti. Lo scorso 24 marzo, proprio in quell’aula, il figlio Fortunato ha raccontato la storia del padre durante un incontro dedicato alla legalità.
Quarant’anni dopo, dello stabilimento di via Venezia non resta più nulla. Al suo posto sono sorte abitazioni e altre strutture. È scomparso anche il marchio che per decenni aveva accompagnato la vita quotidiana dei brindisini.
Resta una fotografia di don Ciccio in giacca e cravatta, in sella al suo ciclomotore, durante uno degli ultimi impegni pubblici da presidente degli industriali. E resta la storia di quel sabato pomeriggio, quando due ragazzi entrarono in una fabbrica del latte per prendere dei soldi e lasciarono a terra un uomo che sarebbe morto cinquanta giorni dopo. Il borsello con il denaro era ancora lì.