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La Puglia davanti al fuoco: l’estate delle evacuazioni e della fragile resistenza

Nel Gargano il ritorno alla normalità comincia con il rumore delle portiere che si chiudono e delle valigie riportate nelle stanze. Una ventina di persone può rientrare nell’agriturismo evacuato poche ore prima, in località Coppa di Mezzo, nel territorio di San Marco in Lamis. L’incendio è stato domato, l’area bonificata e il grande serbatoio di gas vicino al fronte delle fiamme messo in sicurezza. Non lontano, a Vieste, il fuoco ha attraversato la macchia mediterranea in località Chiesola, bruciando diversi ettari di vegetazione. Altri focolai hanno impegnato i soccorritori a Cagnano Varano. È il resoconto di una sola giornata, ma potrebbe essere la fotografia dell’intera estate pugliese.

Il fuoco, in Puglia, non arriva più come un evento eccezionale. Torna puntuale, segue le giornate più calde, si insinua nei terreni incolti, corre tra stoppie, sterpaglie e pinete, raggiunge strade, strutture ricettive e abitazioni. La Regione ha dichiarato lo stato di grave pericolosità per gli incendi boschivi dal 15 giugno al 15 settembre 2026, periodo nel quale tutte le strutture del servizio antincendio devono mantenere un livello rafforzato di allertamento. Il provvedimento riguarda boschi, aree cespugliate, terreni arborati e pascoli, ma la distinzione amministrativa conta poco quando le fiamme si avvicinano alle zone abitate.

Nelle campagne pugliesi basta spesso un punto di innesco per trasformare un terreno secco in una linea di fuoco. Il vento fa il resto: cambia direzione, solleva scintille, rende inutile una strada tagliafuoco e costringe le squadre a riposizionarsi. I residenti osservano colonne di fumo che si alzano dietro le colline; i turisti ricevono l’ordine di lasciare campeggi, villaggi e agriturismi; gli allevatori cercano di spostare gli animali. In quei minuti l’incendio smette di essere soltanto un danno ambientale e diventa un problema di protezione delle persone.

A rendere particolarmente fragile questa stagione non sono però soltanto le temperature elevate e la vegetazione secca. Dietro ogni intervento esiste una macchina composta da vigili del fuoco, Protezione civile, operatori regionali, volontari, forze dell’ordine, personale comunale e mezzi aerei. È una rete che deve essere pronta ad attivarsi in pochi minuti, perché la differenza tra un focolaio controllabile e un incendio esteso si misura spesso nella rapidità del primo intervento.

Proprio nel momento più delicato della campagna antincendio, i sei coordinamenti provinciali del volontariato pugliese hanno denunciato l’assenza di certezze sui rimborsi delle spese sostenute dalle associazioni. La protesta, annunciata a metà luglio, ha coinvolto oltre duecento organizzazioni impegnate sul territorio. I volontari hanno segnalato difficoltà nel sostenere carburante, manutenzione dei mezzi e costi vivi delle operazioni, arrivando a prospettare la sospensione delle attività antincendio.

È questo il paradosso che emerge dall’estate pugliese: mentre il rischio cresce, una parte essenziale del sistema di risposta chiede garanzie per poter continuare a operare. Il volontariato non è una presenza decorativa né un semplice supporto occasionale. In numerosi territori rappresenta il primo presidio disponibile, conosce le strade rurali, individua gli accessi ai boschi, affianca le evacuazioni e sorveglia le aree appena bonificate, dove il fuoco può riprendere anche dopo molte ore.

La Regione, intanto, ha approvato un accordo per attivare un campo operativo presso il Distaccamento aeronautico Jacotenente, nel territorio di Vico del Gargano. La struttura deve contribuire alle attività di prevenzione e lotta attiva durante il periodo di massima pericolosità. È un segnale della necessità di rafforzare il presidio proprio nell’area garganica, dove boschi, macchia mediterranea, strutture turistiche e centri abitati convivono in uno spazio complesso e vulnerabile.

La previsione del rischio viene aggiornata attraverso il Bollettino regionale degli incendi boschivi, che divide la Puglia in aree omogenee e assegna livelli di pericolosità per le successive ventiquattro, quarantotto e settantadue ore. Le categorie vanno da bassa a estrema e dovrebbero orientare le attività di prevenzione, il pattugliamento e la preparazione delle strutture locali. Ma la previsione, da sola, non spegne le fiamme. Deve essere accompagnata dalla pulizia dei terreni, dalla manutenzione delle fasce di sicurezza, dal controllo degli abbruciamenti e dalla disponibilità effettiva di uomini e mezzi.

Ogni incendio lascia dietro di sé un paesaggio apparentemente immobile. I tronchi anneriti restano in piedi, il terreno perde colore, l’odore acre continua a sentirsi anche quando i mezzi di soccorso sono andati via. Il danno non riguarda soltanto gli alberi bruciati. Il suolo senza vegetazione diventa più esposto all’erosione e alle piogge intense; gli animali perdono rifugi e fonti di alimentazione; le attività agricole e turistiche subiscono conseguenze economiche che raramente vengono calcolate nell’immediatezza.

Poi c’è il costo umano. Le squadre lavorano per ore con temperature elevate, indumenti pesanti e visibilità ridotta. I volontari lasciano famiglie e occupazioni per raggiungere un fronte di fuoco. Gli abitanti delle zone evacuate attendono notizie senza sapere se ritroveranno intatta la casa, l’azienda o il raccolto. Anche quando tutto finisce senza vittime, resta la percezione di aver evitato per poco una tragedia.

La Puglia del turismo estivo convive così con un’altra immagine: non soltanto spiagge affollate, borghi e masserie, ma canadair, autobotti, strade interrotte e colonne di fumo visibili dal mare. Sono due realtà che appartengono allo stesso territorio. Proteggere l’ambiente significa anche difendere l’economia turistica, le aziende agricole, le infrastrutture e la sicurezza delle comunità.

La questione decisiva, quindi, non è soltanto quanti incendi saranno spenti entro settembre. È capire quanti potranno essere evitati. Occorrono controlli continui, terreni curati, sanzioni efficaci, coordinamento istituzionale e un sistema stabile di finanziamento delle associazioni. Affidarsi ogni estate alla generosità dei volontari, senza assicurare tempestivamente le risorse necessarie, significa lasciare una parte della sicurezza regionale in una condizione di precarietà.

A San Marco in Lamis gli ospiti sono rientrati nell’agriturismo. A Vieste le fiamme sono state circoscritte. I mezzi hanno terminato la bonifica e l’emergenza, almeno per quella giornata, è stata dichiarata conclusa. Ma il silenzio che segue un incendio non coincide con la fine del rischio. Sotto la cenere possono restare punti caldi, mentre altrove un nuovo focolaio può essere già iniziato.

La Puglia continua dunque a vivere con gli occhi rivolti all’orizzonte, cercando di distinguere una nuvola dal primo segnale di un’altra colonna di fumo. La vera sfida non consiste soltanto nel correre più velocemente verso le fiamme. Consiste nel costruire un sistema capace di arrivare prima del fuoco.