Monsignor Settimio, per tutti un esempio di servizio alla vita

di Giancarlo Sacrestano per il7 Magazine

Il 10 maggio 1924 nasceva a Brindisi Settimio Todisco. A Sua Eccellenza Reverendissima Settimio Todisco, Arcivescovo emerito della nostra Diocesi, intendo riservare un articolo di riflessione, proprio nei giorni in cui apprendiamo e con non poca sorpresa, della mole di reazioni negative alla notizia che il Santo Padre ha accolto le dovute dimissioni dell’attuale Pastore Diocesano, Mons. Domenico Caliandro.
Lunedì 17 il Cardinale Zuppi presidente C.E.I. ha dichiarato sul rapporto poveri di Caritas: “la Caritas è la Chiesa, non una agenzia esterna a cui la Chiesa affida la carità”. Eccezionale fu l’opera di Settimio Todisco per dare vita a Brindisi alla Caritas con un grosso intervento per acquisire una sede divenuta storica per l’incontro tra povertà e sostegno alimentare, morale ed assistenziale.
Todisco è stato il centesimo Arcivescovo della Diocesi di Brindisi-Ostuni per un quarto di secolo, dal 1975 al 2000, quando per raggiunti limiti d’età (in applicazione del primo paragrafo del canone numero 401 del Codice di Diritto Canonico) lasciò la guida pastorale della antichissima Cattedra di San Leucio a S.E. Rocco Talucci.
Settimio Todisco è stato l’ultimo Arcivescovo della nostra Diocesi a ricevere il Sacro Pallio poiché allora, la nostra, era ancora la Diocesi Metropolitana della provincia ecclesiastica salentina.
Amatissimo pastore, uomo riservatissimo, rappresenta per tutti un esempio di servizio alla vita.

Nel 1995, anno giubilare per il Suo 25esimo anniversario di consacrazione episcopale, il Santo Padre, San Giovanni Paolo II, dopo aver ricordato le “doti di cuore e di mente” e la perizia con cui ha sempre ricoperto i diversi incarichi affidatigli, espresse una considerazione che illumina oltre maniera il senso profondo della vita di Mons. Settimio: “ci è abbastanza nota la tua pietà, la responsabilità nell’adempimento del tuo dovere e l’unione devota con questa Sede Apostolica e col Romano Pontefice”.
Alle parole di San Giovanni Paolo II, viene spontaneo esclamare: Parole SANTE!
Una verità costantemente salda nella persona di Settimio Todisco che proprio nel 1995, richiesto, altrimenti non lo avrebbe forse neppure pensato, rese noto il proprio motto episcopale: “Corde et Fide” (col cuore e con la fede). Anche lo stemma collegato al motto sintetizza graficamente questo binomio indissolubile. Il cuore è rappresentato dai luoghi della terra natìa che corrisponde a quella affidata al suo più lungo Ministero Episcopale.
La fede è simboleggiata dalla croce. Ancora una volta una semplice, sobria eleganza per tratteggiare l’identità di un Pastore che incarna appieno “l’amore per la Verità”.
Di quanto egli fosse convinto di voler servire il Signore, lo si può ancora leggere nello sbiadito foglietto di invito alla sua consacrazione sacerdotale che risale al 27 luglio 1947: “Tu Es Sacerdos in Aeternum”. Non un monito, un macigno sotto cui nascondere aneliti di altra libertà. No.
No, il 24enne Settimio fa una scelta convintamene libera, che lo distoglie dalla schiavitù degli affanni dell’immanenza, per celebrare i pascoli eternamente verdi della trascendenza. “Ho cercato di essere un buon prete, coltivando lo studio, la cultura, le virtù, la vocazione. Cose indispensabili – dice di sé Settimio Todisco – per crescere per maturare la propria personalità”.
Il rigore morale corrisponde ad un carattere votato alla rinuncia, al fare a meno di quel troppo che, bulimicamente, sovraffolla le giornate di troppi. Sarà che incarna l’antica tempra, misurata al dolore di tempi magri ed alle piaghe aperte da un conflitto mondiale, come oggi serpeggino ai margini dei confini della guerra Russo-Ucraina. Sono questi oggi gli esempi cui sarebbe utile guardare. “L’unica forza era la nostra gioventù, perché di pane ce n’era poco ed il vero nostro cibo era la Parola di cui ci nutrivamo insaziabili” mi disse qualche mese prima della morte il compianto Mons. Saverio Martucci, mesagnese, persona particolarmente vicina e cara al nostro amato Arcivescovo Emerito, avendo condiviso con lui l’esperienza di seminarista e che con un pizzico di simpatica ironia, ci teneva a rimarcare come lui fosse più anziano, perché consacrato sacerdote qualche giorno prima, nello stesso mese di luglio di quel ‘47.

Ma se non bastasse, il legame forte e carico di amore tra il Pastore e la sua terra, la propria città, lo si percepisce in un passo di una delle poche interviste. Siamo sempre del 1995, allorquando l’intervistatore fa rilevare a Mons. Settimio quanto la città ami il proprio Arcivescovo, egli risponde: “mi sono sforzato di rendere servizio a questa città. Se il Signore mi darà vita, spero di poter offrire ancora qualcosa di più. È vero, la città mi vuole bene, ed è vero che anche io voglio bene a questa città”.
Scambio di amorosi sensi, quegli stessi che oggi spesso percepiamo morti e sepolti. Eppure mai come oggi sembra facile dire “ti amo”, ma spesso è solo un modo di dire e non una verità.
La ragione forse è nel fatto che siamo attratti dall’egoismo, da quella idea relativistica che mette l’“io” e non DIO in primo piano.
“C’era un tempo in cui si era davvero poveri di cose, ma questa povertà lasciava tanto spazio all’amore, in famiglia e nella società” racconta un altro testimone antico. Mons. Antonio Riboldi, classe 1923 anch’egli vescovo emerito, di Acerra. (leggere le sue omelie, ogni settimana era per me fonte di speranza).
“La grandezza di un uomo – continua Mns. Antonio Riboldi – si misura dalla profondità con cui sa tessere i rapporti con gli altri che gli sono vicini o che si incontrano nella vita, creando così rapporti che diventano, non solo sicura condivisione in tutto, ma costituiscono solide fondamenta su cui regna la fiducia. Ed è essenziale per la vita questo modo di stare insieme o vicini: un grande dono”.
Settimio Todisco è un GRANDE DONO per la comunità brindisina.
La foto che sostiene questa nota è tratta da un momento importante nella vita del nostro Amato Pastore, è il giorno 8 di aprile dell’anno 2000. L’intensità dello scatto è generata da quello che gli occhi di Settimio Todisco vedono: una rappresentanza del “gregge” che mansueto e devoto è radunato dal suo Pastore per la consegna del mandato al nuovo che governerà quel popolo. È Piazza Santa Teresa, il luogo, ed Egli, che negli scatti precedenti di quel rullino è ritratto in atteggiamento commosso e partecipato da quello scambio di affetto, con la sua gente, a cui la sua anima genuina e sana non lo renderà mai aduso, pare intercettare il nuovo orizzonte ed i traguardi che Egli ha mirabilmente disegnato durante tutta la sua azione episcopale.
Suggestiva e profetica la visione di una “Comunità che adulta nella fede, cammina per le strade e tra la gente”. Se si vuole è lo scatto che riprende il momento del padre, che lasciato l’affanno del proprio compito, continua ad avere cura del proprio figlio.

Ne percepisce gli umori nuovi, le nuove aspettative, le nuove e non perlustrate paure per il futuro. La comunità lascia il vecchio pastore al meritato riposo andando legittimamente incontro al Pastore nuovo che arriva. Tutto per una comunità ecclesiale adulta nella fede, quale proiezione figliata dal Concilio Vaticano II, concluso da quel Papa, Paolo VI cui egli è legatissimo e non solo perché lo ha creato vescovo nel 1970.
“Bisogna subito chiedersi con generosità di intenti: che significa per prima cosa essere cristiani? – si domandava appunto Paolo VI in una omelia del luglio del 1964 –Vuol dire accorgersi, ed essere coinvolti, che siamo amati da Dio; che lassù c’è Chi ci vuol bene: una Provvidenza esiste su di noi; l’amore del Padre ci guarda, e una tenerezza infinita ci ammanta.
Questo Amore si fa fratello per le nostre strade, ha sofferto per le nostre angustie, ha parlato la nostra lingua, è perfino venuto accanto a noi per guarirci, per istruirci e chiarire a ciascuno: voglio stare sempre con te, quale Principio e quale Fine: Io sono il tuo Pane, il tuo Maestro, la tua Forza e la tua Guida”.
Può il Padre dire di più per manifestare il Suo Amore?

Ma per viverlo occorre sapere uscire da noi stessi, dai nostri piccoli e angusti interessi e amare in grande: ciò è possibile solo se si rimane ogni giorno in Dio”.
Settimio Todisco si è fatto ascolto e ha risposto, incarnandole, le sollecitazioni di quel Papa che assai bene interpretava i temi forti del Concilio.
Nel suo discorso all’ingresso da Vescovo in Ostuni, nel 1975, affermava: “I credenti, devono, a testa alta, professare la fede con le parole, i comportamenti e le opere, con l’intera vita”. “Dobbiamo puntare – continuava – sulla carità non come precetto moralistico, di buona convivenza, ma come partecipazione di tutti alla comunione ecclesiale”.
Una delle scommesse più intense di un Concilio che ha aperto, anzi, ha spalancato le porte della Chiesa ai laici.
È interamente contrappuntata da una silenziosa operosità tutta la sua azione pastorale.
Il suo amore è marcato dal silenzio e dalla preghiera. Come pure l’azione sua è illuminata da luci di speranza accese in ognuno che ha incontrato, e se il suo modus operandi ti appare distaccato e a volte dottamente professorale, è appena dopo il primo accenno di saluto che si scioglie un sorriso paternamente amicale, aperto all’ascolto e la sua diventa presenza intima e benevola, in cui ti piace riposare le ansiose inquietudini, che ti opprimono dentro.
Eccellenza Carissima, ai Suoi 98 anni ed alla Sua Luce l’augurio genuino e sentito: AD MULTOS ANNOS!