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Puglia sotto pressione: rifiuti, incendi e cemento, la mappa dell’illegalità ambientale | REPORTAGE

Nel torrente Carapelle, tra Orta Nova e Borgo Mezzanone, il problema si vede a occhio nudo. Cumuli di scarti della lavorazione di abiti usati occupano, secondo la denuncia presentata dagli ispettori ambientali della Civilis, lunghi tratti dell’alveo e delle campagne circostanti. Materiale che dovrebbe seguire percorsi autorizzati di recupero o smaltimento e che invece finisce ai margini delle strade, nei corsi d’acqua, tra i campi. E qualche volta brucia. Gli ultimi incendi sono stati segnalati il 2 ottobre, con colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza. La segnalazione è arrivata alla Procura, ai Carabinieri forestali e ad Arpa Puglia.

È una fotografia locale, ancora tutta da verificare nelle sue eventuali responsabilità penali, ma sintetizza una parte consistente del problema ambientale pugliese: rifiuti che spariscono dalla filiera legale, campagne utilizzate come aree di deposito, incendi, documenti falsificati, impianti sotto pressione. E, accanto alle forme più rudimentali di abbandono, sistemi molto più sofisticati che possono attraversare province, regioni e perfino frontiere nazionali.

3.601 reati ambientali in un anno

Il Rapporto Ecomafia 2026 di Legambiente, riferito ai dati raccolti nel 2025, colloca la Puglia al terzo posto in Italia per numero di reati ambientali accertati: 3.601, il 10,1 per cento del totale nazionale. Davanti ci sono Campania con 5.636 e Sicilia con 3.726. In tutta Italia i reati censiti sono stati 35.735.

Il dato pugliese è inferiore a quello dell’anno precedente: nel 2024 erano stati accertati 4.146 reati, quando la regione occupava il secondo posto nazionale. La diminuzione è dunque di circa il 13 per cento, sostanzialmente in linea con la flessione nazionale del 12 per cento. Ma il miglioramento complessivo nasconde andamenti territoriali molto diversi.

Bari resta la provincia pugliese con il numero maggiore, 985 reati, ma nel 2024 erano stati 1.526. Lecce sale invece a 847, con un aumento del 30,6 per cento in un anno, e Foggia arriva a 838, il 16,6 per cento in più. Tutte e tre figurano tra le prime dieci province italiane. Taranto registra 282 reati; seguono Brindisi e Barletta-Andria-Trani. Lecce presenta inoltre 3.408 illeciti amministrativi, secondo dato provinciale nazionale.

Complessivamente ai 3.601 reati pugliesi corrispondono, secondo i dati elaborati nel rapporto, 2.822 persone denunciate, 12 arresti e 676 sequestri. Sono numeri sull’attività di accertamento e contrasto e non equivalgono, naturalmente, a condanne definitive.

C’è inoltre un elemento fondamentale per interpretare correttamente la graduatoria: in Puglia sono stati effettuati 132.063 controlli ambientali, il dato più alto registrato tra le regioni italiane. Di questi, 42.035 hanno riguardato il ciclo del cemento, 15.064 i rifiuti, 17.812 la tutela degli animali e 460 il patrimonio culturale. Più controlli significano anche una maggiore capacità di fare emergere reati che altrove possono restare sommersi. È quindi improprio utilizzare la classifica come una misurazione matematica di tutta l’illegalità realmente esistente.

Il grande affare dei rifiuti

È il ciclo dei rifiuti il settore che oggi merita maggiore attenzione. A livello nazionale nel 2025 è tornato, per la prima volta dal 2018, al primo posto tra le filiere dell’illegalità ambientale, con 10.914 reati accertati. La Puglia occupa il terzo posto nazionale anche in questo settore.

Dietro il dato criminale c’è un sistema economico enorme e perfettamente legale che deve movimentare ogni anno milioni di tonnellate di materiali. Secondo il Catasto nazionale dei rifiuti di ISPRA, nel 2024 in Puglia sono stati prodotti 9.289.697 tonnellate di rifiuti speciali: circa 8,9 milioni di tonnellate non pericolose e quasi 388mila tonnellate pericolose. È bene precisarlo: quelle quantità non hanno nulla di illecito. Indicano però la dimensione della filiera che deve essere tracciata, trasportata, recuperata o smaltita e il valore economico che ruota intorno alla sua gestione.

È proprio nei passaggi della filiera che le indagini più recenti mostrano i meccanismi dell’illecito: cambiare la classificazione del rifiuto, falsificare analisi e formulari, inventare destinazioni, ridurre i costi di trattamento e far arrivare il materiale dove non dovrebbe arrivare.

Un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce ha raggiunto nel febbraio 2026 le province di Brindisi, Bari e Salerno e la Bulgaria. Sei persone sono state destinatarie di misure cautelari. Secondo l’accusa, migliaia di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi provenienti da un impianto della provincia di Brindisi sarebbero state fatte partire verso Grecia e Bulgaria attribuendo falsi codici ai materiali e utilizzando documentazione non veritiera.

I Carabinieri del NOE sostengono che carichi presentati documentalmente come plastica e gomma recuperabili contenessero in realtà calcinacci, legno, pannelli, guaine, indumenti e altri materiali tessili, con impurità rilevate in alcuni campioni superiori al 60 per cento. Il presunto profitto illecito è stato quantificato in circa 300mila euro; sono state sequestrate due società e 44 automezzi. Una volta arrivati all’estero, sempre secondo l’ipotesi investigativa, parte dei rifiuti sarebbe stata stoccata in capannoni industriali dismessi e parte abbandonata anche su terreni agricoli. Sono 14 complessivamente gli indagati. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini e le responsabilità dovranno essere accertate nel processo.

Ancora più ampia è l’indagine della Dda di Bari resa pubblica il 27 maggio: 19 indagati, sei misure domiciliari, sette obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e sei interdizioni dall’attività imprenditoriale. Secondo gli investigatori sarebbe esistita una filiera organizzata per far viaggiare rifiuti speciali con documenti falsi e destinazioni esistenti soltanto sulla carta. I materiali provenivano anche da impianti delle province di Roma, Napoli, Caserta, Brindisi e Salerno e sarebbero finiti in cave dismesse, capannoni, vigneti e uliveti.

Nel Foggiano, in particolare tra Cerignola, San Severo, Lucera e il Tavoliere, gli investigatori contestano ripetuti scarichi notturni di rifiuti urbani e speciali, in alcuni casi successivamente incendiati. Il presunto profitto dell’attività è stato stimato in oltre 2,5 milioni di euro; sono state sottoposte a sequestro dieci aziende, una sessantina di veicoli e altri beni. Anche in questo caso si tratta di contestazioni formulate in una fase cautelare e non di responsabilità definitivamente accertate.

A marzo, sempre in provincia di Foggia, il NOE di Bari ha inoltre sequestrato preventivamente un impianto di trattamento di rifiuti speciali non pericolosi a Torremaggiore. Durante l’ispezione sarebbero state trovate circa 7mila tonnellate di rifiuti stoccate anche in aree non previste dall’autorizzazione, oltre a criticità legate al sistema antincendio e alla sicurezza. Anche questo procedimento è nella fase delle indagini preliminari.

Dal traffico internazionale all’abbandono nelle campagne cambia quindi la scala del fenomeno, ma non la logica economica: abbattere il costo dello smaltimento regolare trasformando l’ambiente nel punto finale della catena.

Foggia e il Tavoliere, il fronte più esposto

È probabilmente nel Foggiano che questa sovrapposizione tra rifiuti, campagne e incendi appare più evidente. I dati generali indicano 838 reati ambientali nel 2025, il 16,6 per cento in più rispetto all’anno precedente. Poi ci sono le inchieste sul traffico dei rifiuti, il sequestro dell’impianto di Torremaggiore e le segnalazioni continue di discariche nelle campagne.

Il caso del Carapelle aggiunge un’immagine fisica a questa statistica. Gli ispettori della Civilis sostengono che scarti tessili siano presenti lungo oltre dieci chilometri del torrente e che alcuni cumuli vengano periodicamente incendiati. È una denuncia che deve ancora trovare riscontro investigativo nelle singole responsabilità, ma arriva in un territorio già interessato da procedimenti giudiziari sullo smaltimento abusivo.

Il problema non riguarda soltanto ciò che viene abbandonato. Ogni incendio di rifiuti può trasformare un illecito di gestione in un problema di contaminazione dell’aria, del suolo e potenzialmente delle acque. E quando i siti utilizzati sono cave, terreni agricoli o corsi d’acqua, la bonifica diventa molto più complessa e costosa dello smaltimento che si voleva evitare.

Gli incendi: 611 reati e più di ottomila ettari bruciati

L’altro dato che distingue la Puglia è quello degli incendi boschivi e di vegetazione. Nel 2025 sono stati contestati 611 reati, il numero più alto tra le regioni italiane. Il monitoraggio EFFIS registra nello stesso anno 120 incendi che hanno interessato complessivamente 8.152 ettari di superficie boscata e non boscata.

I due numeri non vanno confusi: i 611 sono contestazioni di reato registrate dall’attività delle forze dell’ordine; i 120 sono eventi rilevati dal sistema di monitoraggio degli incendi. Non significa quindi che siano stati appiccati criminalmente 611 distinti roghi né che per ogni ettaro bruciato sia stata accertata un’origine dolosa.

Foggia è ancora una volta il territorio con il dato più elevato in regione: 254 reati legati agli incendi, secondo valore provinciale italiano. Sul fronte degli illeciti amministrativi ne risultano 364 sia a Foggia sia a Lecce, 348 a Bari e 224 a Taranto.

Il cemento continua a pesare, soprattutto sulla costa

Se i rifiuti rappresentano la filiera tornata al centro dell’attenzione nazionale, in Puglia resta molto forte anche il peso delle violazioni legate al territorio e all’edilizia. Nel ciclo del cemento la regione è seconda in Italia e concentra l’11,9 per cento dei reati nazionali di questo settore, con 940 persone denunciate e 142 sequestri.

La pressione diventa ancora più evidente osservando le coste. Nel rapporto Mare Monstrum 2026, anch’esso basato sui dati del 2025, la Puglia è seconda fra le regioni costiere con 2.599 reati accertati, pari al 12,7 per cento del totale nazionale. Sono 953 quelli riferiti al ciclo illegale del cemento lungo le coste, il 15,4 per cento del dato italiano; 884 riguardano inquinamento, gestione dei rifiuti e problemi connessi alla depurazione.

A questi si aggiungono i fenomeni della pesca illegale e le violazioni alla navigazione e alla nautica da diporto, anche nelle aree protette. Il quadro restituisce una vulnerabilità particolare per una regione con centinaia di chilometri di costa, nella quale il valore turistico, paesaggistico ed economico del mare aumenta anche l’interesse intorno all’uso del territorio.

I 2.599 reati di Mare Monstrum non devono però essere sommati ai 3.601 del Rapporto Ecomafia: i due dossier hanno perimetri statistici differenti e parzialmente sovrapposti. Usarli come addendi produrrebbe un dato inesistente.

Corruzione ambientale: sette inchieste

Un capitolo distinto riguarda quella che Legambiente definisce “green corruption”, cioè le inchieste per fenomeni corruttivi collegati ad attività con impatto sull’ambiente.

Tra il 1° maggio 2025 e il 30 aprile 2026 in Puglia ne sono state censite sette, con 53 arresti. È importante sottolineare sia il diverso periodo temporale rispetto alle statistiche sui reati ambientali, riferite all’intero 2025, sia il fatto che un’inchiesta o una misura cautelare non costituiscono una condanna.

Il dato nazionale aiuta però a comprendere perché l’attenzione non sia concentrata soltanto sulle discariche abusive. Nel Paese Legambiente ha censito nello stesso periodo 75 inchieste, 1.066 persone denunciate, 307 arresti e 151 sequestri per episodi di corruzione connessi ad attività a impatto ambientale.

Ed è qui che occorre una distinzione essenziale. “Reato ambientale” ed “ecomafia” non sono sinonimi. I 3.601 reati accertati in Puglia comprendono una pluralità di condotte e non possono essere attribuiti indistintamente alla criminalità organizzata. Il termine ecomafia indica invece l’incontro tra interessi criminali, attività economiche e aggressione all’ambiente, che deve essere provato caso per caso dalle indagini.

Una regione che controlla molto

Accanto al quadro delle illegalità c’è infatti quello del contrasto. Il primato pugliese dei 132mila controlli è uno degli elementi più significativi del rapporto e viene richiamato anche dalla Regione per spiegare almeno in parte l’elevata emersione dei reati.

Dal 2025 è stato rinnovato per altri tre anni l’Accordo di Programma Quadro “Tutela Ambientale”, che riunisce Regione, Carabinieri, Carabinieri forestali, NOE di Bari e Lecce, Guardia di Finanza, Arpa Puglia e CNR-ITC. Tra gli strumenti utilizzati c’è PERIMSITI, sistema destinato alla perimetrazione dei luoghi interessati dall’abbandono di rifiuti, alla condivisione delle informazioni tra gli enti e al supporto delle operazioni di verifica e rimozione.

Nel territorio della BAT è stato inoltre sottoscritto un accordo specifico con la Prefettura per affrontare il fenomeno dello smembramento e dell’abbandono delle carcasse di veicoli rubati, un’altra tipologia di rifiuto capace di contaminare terreno e falde soprattutto quando le auto vengono incendiate.

Legambiente Puglia propone ora la creazione di un presidio permanente regionale sulla legalità ambientale, capace di mettere in rete dati, istituzioni, Arpa, enti locali, università e associazioni e di produrre un monitoraggio stabile dei fenomeni. È una proposta dell’associazione, non ancora un nuovo organismo operativo.

Non una sola “terra dei fuochi”, ma molti fenomeni diversi

La fotografia della Puglia che emerge dai dati non coincide con un’unica grande emergenza e neppure con una nuova “terra dei fuochi” estesa indistintamente a tutta la regione.

È un mosaico.

C’è il Foggiano delle campagne utilizzate per scarichi abusivi e dei roghi. C’è la filiera industriale e portuale che può diventare, come ipotizzato nell’inchiesta partita da Brindisi, la porta di traffici transnazionali. Ci sono gli impianti di trattamento che richiedono controlli continui. Ci sono le coste sottoposte alla pressione del cemento, dell’inquinamento e della pesca illegale. Ci sono gli incendi boschivi. E c’è il livello meno visibile, fatto di carte, autorizzazioni, classificazioni dei rifiuti, società e passaggi economici.

Nel frattempo, il volume legale da governare resta enorme: quasi 9,3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali prodotti in Puglia in un solo anno. È qui che la tracciabilità diventa decisiva, perché per chi opera illegalmente anche una piccola riduzione del costo di trattamento, moltiplicata per migliaia di tonnellate, può trasformarsi in un profitto rilevante.

Il Rapporto Ecomafia segnala dunque un dato apparentemente contraddittorio: i reati ambientali pugliesi accertati diminuiscono rispetto al 2024, ma la regione resta ai vertici nazionali, mentre Lecce e Foggia mostrano una crescita significativa e alcune delle inchieste del 2026 descrivono sistemi criminali molto più complessi della semplice discarica clandestina.

Il punto non è soltanto quanti reati vengono scoperti. È capire quanta parte dell’illegalità resta invisibile, dove finiscono i rifiuti quando escono dalla filiera legale e quanto rapidamente un territorio riesca a passare dal sequestro alla bonifica e dalla repressione alla prevenzione.

Perché la fotografia più inquietante non è necessariamente quella della montagna di rifiuti abbandonata in una campagna. È quella del rifiuto che sulla carta risulta perfettamente recuperato e che, invece, nessuno sa più dove sia finito.