Valentina Siccardi, la passione non ha età

Ma tu quando vuoi smettere?”. Comincia con questo scherzoso saluto sul campo di gioco, al termine di una gara che invece l’ha vista ancora una volta protagonista, il mio incontro con Valentina Siccardi, “Sicca” per tutti quando indossa la canotta e si presenta nella sua vera identità, quella di icona del basket femminile brindisino. E la risposta – tra il serio ed il faceto – non puo che essere: “me lo chiedo anch’io da qualche anno, ma poi guardo quella palla a spicchi e non riesco a darmi una risposta!”. Brindisina verace, ormai prossima alle 38 primavere, le ultime 26 dedicate alla palla a spicchi, mostra una vitalità ed un entusiasmo che le giovani generazioni di cestiste dovrebbero prendere ad esempio. “Si, è vero – mi dice, con la testa ancora umida di fresca doccia e l’adrenalina da competizione non ancora smaltita – ho iniziato a 12 anni nella Futura Brindisi con coach Annarita Pagliara e non ho ancora smesso di amarla quella palla. Fu un periodo bellissimo, pensa che solo 5 anni dopo ci ritrovammo sul tetto d’Italia nella categoria Cadette, che bella soddisfazione per noi e per la nostra città”. Un amore per Brindisi che Valentina dimostra ancora oggi, tornata a calcare i parquet e vestire i colori della città natìa, prima con Intrepida e quest’anno con New Basket Academy; e questo nonostante i successi e le emozioni più belli li abbia vissuti lontano dalla scalinata di Virgilio. Viterbo, Montichiari, Taranto, le tappe che hanno ospitato per 10 anni le sue magiche esperienze in Serie A/1, regalandole un palmares di tutto rispetto: 3 scudetti tricolori, 1 Coppa Italia, 2 SuperCoppe Italiane, 1 sfortunata finale di Fiba Cup. Il tutto condito dalla maglia azzurra della Nazionale “A” che ha vestito per 6 volte. Emozioni tante, dunque, “ma la più bella – e gli occhi le luccicano ancora, non certo per la fatica della gara appena conclusa – è stata sicuramente la vittoria del secondo scudetto, perchè lo abbiamo vinto in casa (a Taranto, n.d.a.) davanti ai nostri tifosi, davanti alla mia famiglia e sopratutto perché ero il capitano ed ho potuto alzare io la Coppa e procedere al classico taglio della retina”. Ma per una come lei, che di successi ne ha collezionati tanti, le vittorie non sono tutto: “vero, il basket mi ha regalato altro, grandissime amicizie per esempio. La più forte è senza dubbio Ilaria Bolognese, ho iniziato con lei e non ci siamo mai più perse, è una sorella più che un’amica; ma anche a Viterbo ho una sorella, Mariachiara Scaramuccia. Sono andata lì che ero praticamente una bambina e lei mi ha aiutato sempre, proprio come farebbe una sorella maggiore. Ma di amicizie il basket me ne ha regalate tante per fortuna”. Si accalora, si entusiasma, persino si esalta, quando parla della palla a spicchi. Quando ricorda i suoi coach (“tutti bravi e tutti mi hanno insegnato qualcosa, ma quello a cui sono rimasta più legata è senza dubbio Carlo Scaramuccia di Viterbo: un secondo papà per me”). O quando sorride al ricordo dell’episodio più curioso della sua carriera (“ A Taranto, quando si entrava in sala video e coach Ricchini – grande tecnico e grandissima persona – parlava per 1 ora e Mahoney, che traduceva per le straniere, diceva 2 parole… E lui si arrabbiava perchè diceva “com’è possibile che io parlo 1 ora e lei dice 2 parole in inglese? “ma potrei scrivere un libro su coach Ricchini: ci ha fatto divertire tantissimo”). Persino quando ricorda la più grande amarezza della carriera (“quella finale di Fiba Cup persa con il Galatasaray a Istanbul, mannaggia potevamo vincerla!”). Tento di trascinarla su altre vie: gli hobby (“leggere, passeggiare con la mia cagnolina Grace, viaggiare”), il suo amore per gli animali (“me lo ha trasmesso mio padre, a casa abbiamo sempre avuto cani”) che l’ha portata ad interessarsi dinamicamente all’attività di Gianluigi, il suo compagno – guarda un po’ che coincidenza: anche lui un cestista! – con l’apertura di un centro di toelettatura per cani. Ma non c’è nulla da fare, anche quando le chiedi del suo futuro, del suo “sogno nel cassetto” (“fare una famiglia con Gianluigi”), il basket ritorna prepotentemente nei suoi pensieri: “progetti futuri con il basket, quando appenderò le scarpe al chiodo? Mah, mi piacerebbe fare il direttore sportivo: mi piace come figura. L’allenatore forse no: sono cambiati i tempi e non mi trovo più con la “nuova” generazione, forse ci sono pochi ragazzi che vivono di pane e basket come vivevo io”. Ma c’è un aspetto della sensibilità di Sicca che ritrovo molto spesso – e gliene chiedo conferma – nei suoi post sui social, nei suoi ricordi non solo cestistici: l’affetto profondo, intenso, emozionante, per suo zio Nicola, scomparso qualche anno fa. “Mio Zio Nicola è stato per me un amico, il mio procuratore, il mio secondo papà; mi ha seguita ovunque, venendo a vedere le mie partite anche a Viterbo, era la persona che più di tutte, insieme a mio padre, mi ha spinto ad andare via e a giocare ad alti livelli. La sua morte mi ha segnato per sempre, ma la sua presenza la sento sempre al mio fianco, in campo e fuori: ho la collanina con la sua immagine che porto sempre con me. Posso dire che è la mia forza”.
E prima che l’emozione la invada, cerco di riportarle il sorriso con il consueto saluto: “vabbè, ma quando smetti?”.
Te lo dico l’anno prossimo, coach!”.