Quella bomba inesplosa spiegatela ai bambini che non hanno mai tremato

Caro direttore, mi chiamo Vecchio Tommaso e sono un bambino di cinque anni. Io, la mamma e i miei tre fratellini stiamo seguendo con ansia la storia di quella bomba che hanno trovato là dietro, nelle campagne sopra la ferrovia. Ci hanno detto che sta lontano, dopo lo spiazzo della Pietà dove si gioca al pallone, non la conosco bene la strada fuori città, non ci siamo mai andati. Ma la bomba non è lontana. La casa nostra è all’Annunziata, in via Montecristo. Vabbe’, era.
Vi voglio raccontare della mia famiglia. Il mio papà si chiama Vecchio Lorenzo e fa il falegname, ma non lo ricordo molto bene. Mia mamma sì, benissimo, si chiama Morleo Lucia e ha 30 anni, i capelli neri lunghi e un boccolo sbarazzino che gli cade proprio sulla fronte. Io sono l’ometto di casa, devo badare ai miei fratellini più piccoli: Sofia ha tre anni ed è già una gran chiacchierona, Giuseppe ne ha due ed è la mia ombra. Anna ha solo un mese, piange sempre.
Casa nostra era tra la chiesa di Cristo e Porta Lecce. Il rifugio stava un po’ lontano ma la mamma diceva che eravamo al sicuro perché gli aerei buttano le bombe solo dove ci sono i soldati, mica dove stanno i bambini. Così quando suonava la sirena ci imbacuccava tutti, io pensavo a mettere il cappottino a Sofia e Giuseppe, mamma c’aveva da prendere in braccio Anna, la avvolgeva in una coperta. Papà non c’era, mi dicevano che era in viaggio ma io sapevo che stava alla guerra. Mi sarebbe piaciuto che mi prendesse in braccio papà mio, volevo sentirmi stringere perché il lamento della sirena mi faceva tremare e il cuore mi batteva forte, ma non potevo piangere, io ero l’ometto di casa, c’erano la mamma e i miei fratellini, dovevo proteggerli.
Novembre era il mese delle sirene e delle bombe. Mamma le prime volte ci diceva che erano le casse di vino della cantina di via Lata che cadevano sul pavimento con il vetro che andava in mille pezzi, ma poi si vedevano luci accecanti e i vicini che piangevano, e le donne anziane che pregavano. E tutte le case erano al buio che non potevi accendere neanche una candela. Io l’ho capito che i nemici arrivavano con gli aerei e bisognava stare zitti e muti, correre nei rifugi, proteggere i bambini e pregare. Non c’erano uomini giovani che correvano fuori dalle case: solo donne, bambini e qualche vecchio che si incamminava lentamente. Sembrava che i nonni non avessero paura di ciò che pioveva dal cielo: si affidavano al destino.
Chissà dov’era papà in quei momenti, ma lui non avrebbe avuto paura e quindi neanche io ne potevo avere.
Quella notte in casa non stavamo soli: c’era la nonna, lo zio e la zia che erano appena rientrati dal viaggio di nozze fatto in treno e avevano portato i confetti, altri parenti che abitavano vicino. Con i miei fratellini giocavamo sul letto grande dove dormivamo sino a quando non sarebbe tornato papà, magari ci avrebbe fatto una sorpresa a Natale, che mancava solo un mese. Sarebbe arrivato vestito da soldato con le medaglie al petto, avrebbe bussato e gli sarei saltato addosso per aggrapparmi al collo forte. Visto papà? Ho badato io alla mamma e ai fratellini.
Poi sono suonate le sirene, mamma è venuta sul letto con Anna in braccio, io mi sono seduto vicino con Sofia e Giuseppe. Eravamo tutti stretti stretti, la casa al buio, fuori il silenzio. “Mamma, stai tranquilla, non gettano le bombe sui bambini. Domani ci porti ai giardinetti?”. Poi abbiamo sentito come un fischio lungo. E ci siamo abbracciati per sempre.
Vedete, caro direttore, per questo io, la mamma e i miei fratellini seguiamo con trepidazione ed emozione la storia di quest’altra bomba che invece non è esplosa su una casa abitata da bambini. Se quella sera pure la nostra fosse stata difettosa, si sarebbe adagiata silenziosamente in un angolo della nostra strada, casa nostra non sarebbe crollata lasciandoci tutti là sotto, avremmo rivisto papà e poi io sarei divenuto a mia volta padre e nonno, e oggi vi scriverebbe questa lettera Vecchio Tommaso di anni 81. E non un bambino di cinque anni.
Io, la mia mamma e i miei fratellini non ci siamo mai separati da quella notte, con la data dell’8 novembre appiccicata per sempre vicino alle nostre fotografie sul marmo. Papà è tornato dalla guerra ma non ci ha trovato, e ci ha raggiunto tanti anni dopo.
Caro direttore, io, la mia mamma e i miei fratellini siamo sorpresi: quando si è scoperto che un’altra bomba lanciata sulla città non è esplosa, forse quella stessa notte in cui siamo volati via, non ha ucciso altri bambini, nessuno ha compreso di quale incredibile miracolo sia avvenuto. Credetemi, direttore, la guerra è orribile, specialmente quando sei un bambino piccolo, anche se pensi di poter fare l’ometto. Ecco perché sarebbe necessario fermarsi un attimo e pensare.
E bisognerebbe approfittare di questo miracolo scoperto per caso. Io non so neanche cosa sia un cinema, non ho fatto in tempo a vederlo, i bambini di oggi sono molto fortunati, ma non sanno.
Bisogna spiegare loro che mai, mai, mai, per niente al mondo un bimbo dovrebbe tremare sperando di proteggere la sua mamma e i suoi fratellini. E che mai dovrebbe morire come è successo a noi. Spiegatelo questo, ora che il passato ha restituito un pezzo di dolore e prima che si dimentichi per sempre come ci si è dimenticati di noi. Mi sarebbe piaciuto farlo io, ma non posso.
Sono Vecchio Tommaso, morto a 5 anni in via Montecristo, a Brindisi, la notte dell’8 novembre 1941.