Sottile e De Falco, vent’anni fa il loro sacrificio. Ma a morire fu Marlboro City

Sembrava la sconfitta dello Stato. Una Range Rover blindata, appena scalfita dallo schianto e, di fronte, una Fiat Punto della Guardia di finanza devastata come se fosse esplosa. Due finanzieri morti, altri due in fin di vita. I contrabbandieri avevano abbandonato il fuoristrada carico di sigarette senza neanche un graffio.
Sembrava la fine del mondo, quella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2000, al km 46,300 della superstrada ss 379, a poche centinaia di metri dal santuario di Iaddico. La malavita invincibile, lo Stato ridotto a un ammasso di lamiere contorte, costretto a mandare in guerra i suoi uomini a bordo di una utilitaria, quattro ragazzi della Guardia di finanza stipati in una bara a quattro ruote.
E invece, quella notte, alle porte di Brindisi – grazie al sacrificio di quei giovani – fu l’ultima del contrabbando di sigarette in Puglia e l’inizio della fine della Sacra corona unita. La risposta dello Stato fu immediata: cinque giorni dopo c’erano quasi duemila uomini dei reparti speciali inviati da Roma. IN meno di quattro mesi furono arrestate 537 persone e sequestrate 32 tonnellate di sigarette. Marlboro City era finita.
I rapporti investigativi di quella notte raccontano una scena devastante: sul luogo ci sono una Fiat Punto della Guardia di finanza, ma i quattro ragazzi no. Li hanno estratti dalle lamiere i vigili del fuoco e le ambulanze hanno fatto una corsa disperata all’ospedale Perrino, inaugurato pochi mesi prima. Due sono già morti: il vicebrigadiere Alberto De Falco, 33 anni, originario di Cosenza, e il finanziere scelto Tony Sottile, 29 anni della provincia di Caserta. Erano seduti sul lato destro dell’auto, quello sul quale è piombato il fuoristrada. Alla guida c’era il vicebrigadiere Edoardo Roscica, 28 anni, di Catania e dietro di lui l’appuntato Sandro Marras, 33 anni, di Cagliari. Si salveranno, dopo mesi di ricovero in ospedale, interventi chirurgici e sofferenze mai superate del tutto.
Il Range Rover è targato Roma: “gli occupanti risultano dileguati”, si legge nei rapporti dell’epoca che specificano che le due auto sono incastrate tra loro. Il fuoristrada ha la parte anteriore rinforzata con longheroni saldati: sono quelli che hanno devastato la Punto dei finanzieri, smembrandola.
Sul parabrezza posteriore sinistro c’è una scritta di colore rosso che dice “Carabinieri 9.3.99”, l’ennesimo affronto alle forze dell’ordine durante gli inseguimenti. Sui sedili posteriori e nel cofano cartoni di sigarette marca Merit, casa di produzione – ovviamente – Philip Morris. Su un tappetino un passamontagna verde.
Poche ore dopo saranno catturati i due contrabbandieri che erano su quel fuoristrada: Giuseppe Contestabile e Adolfo Bungaro sono accusati di omicidio volontario, ma verranno condannati poi per “omicidio per colpa cosciente”.
L’EX MINISTRO
Lo Stato però non si può accontentare. Il ministro dell’Interno, Enzo Bianco, che per parte di padre è fasanese e d’estate viene in vacanza alla Selva sin da quando era ragazzino, sa bene che, una volta calmate le acque, tutto sarebbe ricominciato come prima: “Mi ricordo che il 23 febbraio era la vigilia del mio compleanno – racconta l’ex ministro al telefono. Mi svegliò nella notte il capo della Polizia Fernando Masone, mi raccontò quello che era successo. Capì che si era arrivati a un punto di non ritorno, che la Puglia stava cambiando senza rendersi conto che la mafia si era infiltrata nell’economia. Un po’ come era accaduto nella mia Catania che si era ritrovata senza quasi rendersene conto a ospitare clan più pericolosi di quelli palermitani. Così la mattina dopo convocai il capo della polizia e i comandanti generali dei carabinieri e della guardia di finanza e chiesi loro: ve la sentite? Spiegai che non volevo un’azione dimostrativa: noi quelli li dobbiamo smontare”.
Neanche 120 ore dopo la morte di Sottile e De Falco arrivarono in Puglia 1.900 uomini, 700 dei quali carabinieri paracadutisti del Tuscania, 700 poliziotti e 700 finanzieri dell’antiterrorismo. Nelle prime due settimane furono arrestate quasi 100 persone, sequestrati 50 blindati e tonnellate di sigarette: “Mandammo i reparti migliori, non mi serviva gente che non avesse esperienza operativa sul campo. Ai carabinieri chiesi di spedire i paracadutisti perché conoscevo bene le campagne nelle quali avrebbero dovuto muoversi e loro erano i migliori. Se lo Stato vuole, può. Io ho dato degli ordini, sapevo che sarebbe stata un’operazione costosa (vennero investiti complessivamente circa 40 miliardi di lire, anche per potenziare finalmente i mezzi a disposizione della Guardia di finanza, fino ad allora impegnata in una lotta impari, ndr). Sa quale fu la scelta vincente? Affidare il comando unico interforze: scelsi il vicecapo della polizia, il prefetto Rino Monaco. Tutta l’attività era perfettamente coordinata. Era un bollettino di guerra con cui mi aggiornavano costantemente: un giorno mi dissero di una torre radar altra 30 metri con cui controllavano la navigazione in tutto l’Adriatico. Nelle campagne tra Fasano e Savelletri trovarono un bunker sotterraneo in cui nascondevano blindati e armi che sembrava un’opera di ingegneria”.
Ecco cosa risulta nei rapporti dell’epoca su quella struttura incredibile: “In contrada Sarzana, in un fondo agricolo coltivato a uliveto, vi è una striscia larga circa cinque metri e lunga 15, coperta di pietrisco di colore bianco. Sotto vi è una struttura in traliccio e piastre metalliche che sostiene un’impalcatura. In un angolo vi è un pozzetto contenente un complesso sistema elettro-idraulico che permette l’apertura di un’ampia botola che nasconde una rampa di discesa che conduce in un ampio locale di forma rettangolare all’interno del quale sono parcheggiati cinque grossi mezzi fuoristrada blindati e adatti allo speronamento di altri mezzi. Sui fuoristrada vi è un sistema di pompaggio di oli sull’asfalto alimentato da un motore elettrico che consente di far uscire dalla parte posteriore sulla strada la sostanza per ostacolare eventuali inseguimenti. In un secchio ci sono tondini di ferro saldati in modo da ricavarne rostri a quattro punte che forano le gomme”.
“E’ stata la più bella operazione di polizia mai effettuata nella storia della Repubblica italiana”, sottolinea con orgoglio Bianco. Si rende conto? Ho pagato un prezzo salatissimo, per otto anni non ho più potuto mettere piede in Puglia. Venivo considerato ad altissimo rischio vendetta da parte della criminalità organizzata. Ma è stata una grande soddisfazione. Se ho avuto riconoscimenti proporzionati a ciò che facemmo? Non so. Di certo ho avvertito molta gratitudine: Fasano mi attribuì la cittadinanza onoraria proprio nel giorno in cui mio padre avrebbe compiuto 100 anni. Nel 2010 il presidente della Provincia di Brindisi, Massimo Ferrarese, mi consegnò il premio Federico II ed è uno tra i ricordi più belli. Il più emozionante fu l’incontro con Edoardo Roscica, il finanziere sopravvissuto, che incontrati ad Alberobello: lo accompagnò il deputato brindisino Mauro D’Attis. L’abbraccio con quel militare mio concittadino, senza dirci una parola, fu il riconoscimento più bello.
IL SOPRAVVISSUTO
Edoardo Roscica oggi ha 47 anni e non ha mai lasciato la Guardia di finanza di Brindisi. A parte quei 15 mesi trascorsi tra ospedali, sale operatorie, sofferenze, speranze, terapie, riabilitazione. Ma non ci ha pensato un attimo a mollare. Quella divisa era la sua vita, da quando nel 1990 aveva partecipato, a Treviso, al corso per diventare finanziere: suo compagno di studi era Tony Sottile, un ragazzo che da Caserta, rimasto orfano di madre giovanissimo, si era trasferito a Rovigo con il padre. “Il destino ci ha uniti sin dal primo giorno”, racconta Roscica. Prima il corso per entrare in Finanza, poi quello successivo per far parte dei Baschi Verdi. Eravamo felici di essere destinati a Brindisi, per chi voleva fare il finanziere quello era il punto nevralgico. C’era il contrabbando e noi eravamo giovani e un po’ incoscienti. Facemmo il viaggio insieme. Tony era appassionato di musica, ascoltava il rock, collezionava cd. Ci trovammo ad abitare nella stessa palazzina al rione Minnuta, lui si era sposato qualche anno prima di me. Le nostre mogli diventarono amiche”.
Anche con Alberto De Falco il destino di Roscica si era incrociato più volte: “Con Alberto eravamo rientrati insieme un mese prima dell’incidente dopo un corso a L’Aquila per diventare sovrintendenti. Per lui la Finanza era una scelta di vita. Veniva da una famiglia benestante, non aveva bisogno di indossare la divisa. Ma era la sua aspirazione assoluta. Era un ragazzo colto, appassionato di auto, impazziva per le Audi. Anche lui era sposato da poco, la figlia Eleonora aveva due anni, vivevano a Mesagne. Gli piaceva scherzare, quando ci incontravamo aveva l’abitudine di baciarmi sulla fronte. Era il suo modo di essere. Mio figlio è nato il 28 maggio, lo stessogiorno di Alberto. E mia figlia il giorno del suo onomastico”.
Con lui erano stati già speronati anni prima: “Era il 1994, eravamo di pattuglia a Savelletri, intervenimmo dopo uno sbarco: anche lì ci arrivò addosso un Range Rover, noi eravamo su un’Alfa 75. Fortunatamente non rimanemmo feriti ma ci rendemmo conto che ormai qualcosa era cambiato».
Gli mostro alcune foto del tragico schianto. “E’ una sensazione forte vedere quell’auto. Le ho sempre guardate di sfuggita quelle immagini, pensare che Tony e Alberto sono morti lì”. Roscica non parla molto di lui, anche perché di quella notte non ricorda quasi nulla: “Eravamo montati in servizio alle 18, da un mese circa stavamo di pattuglia insieme, proprio noi quattro. Arrivò una soffiata che una squadra del rione Paradiso avrebbe sbarcato le sigarette sulla costa nord. Scegliemmo di posizionarci sul ponte di Jaddico convinti che sarebbero passati di lì”. I ricordi di Edoardo si fermano qui. La luce si riaccende tre giorni dopo in Rianimazione. “Ricordo confusamente la voce di mia moglie, l’odore dell’ospedale a Bologna, dove ero stato trasferito. Trascorsero alcuni giorni prima che mi raccontassero la verità su quello che era successo, all’inizio mi dicevano che erano tutti rimasti feriti in maniera grave. Poi mia moglie decise che era arrivato il momento: stava per venirmi a trovare Danila, la moglie di Tony. Piansi, urlai, mi disperai, mi faceva più male del dolore di tutte quelle fratture che avevano segnato per sempre il mio corpo. Quando la incontrai non ci dicemmo niente, ci abbracciammo. Piangemmo”.
Roscica porta tuttora i segni dentro: “Sono tornato con uno spirito diverso, cambiato mentalmente e fisicamente. Non sono più quello di prima, ma l’appartenenza alla Finanza mi dà sicurezza, stare con i colleghi, continuare a lavorare anche se non sono più sul campo e non ho mai più guidato un’auto di pattuglia. Quando solo penso spesso a Danila, a Carmela, la moglie di Alberto, e alla loro figlia Eleonora che non ha il più padre. I due contrabbandieri che ci hanno speronato? No, non sarei disposto a incontrarli mai, non avrei nulla da dire”.
L’INVESTIGATORE
“In quelle settimane avevamo sentore che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di irreparabile: avevamo sotto controllo i telefoni di alcuni capisquadra e ci rendevamo conto di come ormai i trafficanti di sigarette avessero intrapreso la via dello scontro frontale”: Gabriele Gargano oggi è colonnello e comanda il Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Brindisi. All’epoca era un giovane tenente che guidava la prima sezione anticontrabbando nel Nucleo regionale della polizia tributaria, a Bari. Era una sorta di stanza dei bottoni che coordinava la lotta ai sigarettari di tutta la regione: “Chi ascoltava i telefoni si rendeva conto che si era giunti a un punto di non ritorno: i capiclan incitavano gli autisti a puntare contro le nostre auto con i mezzi blindati”. La Finanza nella seconda metà degli anni Novanta cominciava a darsi una struttura di intelligence per affrontare organizzazioni sempre più articolate: “Sino ad allora effettuavamo un’attività di contrasto con una prima linea sul mare tentando di intercettare gli scafi e con una seconda linea a terra per bloccare gli sbarchi. Non esisteva una terza linea, quella che è stata poi creata a partire dal 1997 con intercettazioni telefoniche, pedinamenti, controllo dei flussi finanziari e misure patrimoniali”, spiega Gargano. “Quegli anni per tutti noi furono di scuola per creare la struttura capillare che abbiamo oggi, con i nuclei provinciali che funzionano alla perfezione e un coordinamento che funziona a tutti i livelli”.
Gargano spiega come funzionava il sistema sino all’Operazione Primavera: le sigarette che partivano dal Montenegro erano dei napoletani. I pugliesi si occupavano di quella che loro chiamavano “scarificazione”, ossia la gestione degli scafi e il trasferimento poi a terra sino alle gubbie. In questo modo il rischio d’impresa era suddiviso: se i carichi venivano sequestrati in mare o subito dopo lo sbarco il danno era per i pugliesi. Una volta che i cartoni arrivavano alle gubbie venivano consegnati alle organizzazioni napoletane che le ritiravano con le cosiddette “correntine”, ossia le macchine veloci affidate a giovani piloti che guidavano a tutta velocità da Napoli alla Puglia. Da quel momento la responsabilià passava a loro”.
Dai 20 ai 25 scafi per notte facevano rotta dai porti di Bar e da Cattaro verso le coste pugliesi, da Bari sino al Salento. “A coordinare tutto c’erano grandi radar che sorvegliavano l’Adriatico e che erano una sorta di sala operativa a disposizione delle varie squadre che, pagando, venivano avvertite in tempo reale della presenza di vedette della Finanza. Ne sequestrammo cinque in quegli anni. Vuol sapere una cosa curiosa? Esistevano le scommesse sui carichi di sigarette: gente insospettabile puntava sul buon esito del viaggio con la tecnica dei “futures”. Conveniva anche alle squadre: se lo sbarco andava a buon fine liquidavano le vincite con cifre irrisorie rispetto agli introiti delle sigarette, ma se andava male spettavano a loro le somme delle scommesse e in questo modo rendevano meno grave economicamente il danno ricevuto”.
Ma allora possiamo concludere che dopo l’Operazione Primavera, e grazie al sacrificio di Alberto e Tony, il contrabbando sia stato sconfitto per sempre? “Penso che quelle congiunture favorevoli su cui erano stati costruiti i traffici, l’ultima delle quali il conflitto nei Balcani, siano irripetibili”, assicura il colonnello Gargano. “Ciò non significa che possiamo abbassare la guardia. Tentativi di far passare le sigarette dai nostri porti esistono ancora, soprattutto a bordo dei camion e con prodotti destinati al mercato straniero. In Francia, dove un pacchetto costa 10 euro, il guadagno per i contrabbandieri si fa interessante. Esistono in questo momento due produzioni illecite: quelle che chiamiamo “Cheap white”, ossia sigarette non di marca e a basso costo, destinate per lo più a minoranze etniche e che però possono circolare nell’Unione Europea. E le “Illecit white”, prodotte in paesi esteri in cui sono considerate fumabili ma che non rispettano i canoni di sicurezza imposti dall’Unione Europea e che possono essere particolarmente dannose per la salute”.
Due anni fa nel porto di Brindisi, a bordo della nave Caprera, della nostra Marina militare, la Finanza sequestrò clamorosamente 700 chili di sigarette di contrabbando: né Merit, né Marlboro, né una di quelle marche fumate nel nord Europa. Sulle stecche c’era scritto “Maxia”, Paese di produzione ignoto, così come la tipologia del tabacco usato e dei filtri.
Nel Napoletano intanto cominciano a sorgere piccole aziende, nascoste nelle campagne, dove si producono modesti quantitativi di sigarette, commercializzate soprattutto tra le minoranze etniche. Da business della Sacra corona unita, che a Brindisi vestiva con le magliette sponsorizzate «Marlboro» persino le squadre di calcio dilettantistico della città, ad attività di ripiego per pochi disperati. Questo è oggi il contrabbando di sigarette, anzi era.
Maledetta (operazione) Primavera.