Fratelli Cafiero, una famiglia di bottai entrati nella storia

Realizzare botti è una vera e propria arte. È il caso di parlarne al passato, visto che questo straordinario mestiere è stato definitivamente condannato alla scomparsa per il progresso tecnologico e lo sviluppo industriale. L’artigiano di una volta partiva da pezzi di legno inanimati, un materiale naturale, nobile e duttile, per costruire eccezionali recipienti necessari non solo per il trasporto e per il contenimento del “nettare degli dei”, ma anche a dare al vino il gusto e un profumo particolare.
Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento a Brindisi erano in attività numerosi opifici ed industrie enologiche dediti alla produzione di vino, collocati principalmente su via Appia, via Osanna, via Cappuccini e via Provinciale per San Vito, una delle più importanti era la Premiata Fabbrica di Botti Fratelli Cafiero, situata sul lato destro di via Osanna procedendo verso il passaggio a livello, subito dopo aver superato l’ex pesa pubblica. Era preceduta sullo stesso lato dallo stabilimento vinicolo di Vincenzo Guadalupi, di entrambi gli stabili oggi non è rimasto nulla.
L’azienda venne fondata verso la fine del 1880 dai cinque fratelli Cafiero e si sviluppava su una superficie molto ampia, ovvero su un’area di oltre 2.200 metri quadrati tutti di proprietà: lo stabilimento comprendeva tre grandi capannoni coperti, che occupavano circa duecento metri quadri cadauno, alcuni uffici, mentre il restante spazio scoperto veniva utilizzato per i lavori all’aperto e come deposito di legname. Il nome della ditta era impresso a grandi caratteri sul prospetto principale dello stabile.
Era una impresa davvero grandiosa per quei tempi, riusciva a dare lavoro ad oltre una cinquantina di operai, due ragionieri ed alcuni impiegati, un numero davvero importanti considerato che Brindisi in quegli anni contava poco più di ventitremila abitanti. Una bellissima foto dei primi del Novecento, di proprietà della famiglia di Antonio Cafiero, ritrae il folto gruppo di lavoratori in posa insieme ai proprietari davanti alla fabbrica, una riproduzione fotografica che lascia percepire quale fosse il clima di benessere e di armonia tra i lavoratori, così come confermato dalle diverse narrazioni orali tramandate nei decenni successivi e conservate nella memoria popolare.
Dall’interessante ricerca svolta e pubblicata nel 1997 da Giuseppe M. Catanzaro, autore di importanti testi sul contesto storico e sociale dell’ultimo secolo, si evince l’importanza per l’economia brindisina di questo importantissimo laboratorio artigianale: per circa trent’anni l’attività manifatturiera funzionò a pieno ritmo grazie alle richieste di fornitura di botti, barili, mastelli, tini e di altri recipienti di varie forme e dimensioni che pervenivano ai Cafiero in maniera continuativa non solo dai commercianti e vinai di Brindisi e dei comuni limitrofi, ma anche da diverse località pugliesi e da altre città italiane, in particolare da Venezia e Trieste, e persino dalla Grecia, dove poi venivano esportati via mare. Un successo scaturito certamente dalla qualità dei prodotti realizzati, dall’ottimo legno impiegato nelle lavorazioni e dall’abilità artigianale dei falegnami brindisini che sapevano creare le doghe in legno tornendole secondo le varie necessità. Questi bravissimi artigiani, veri e propri artisti del legno, si distinguevano per l’enorme volontà ma soprattutto perché erano capaci di dare anima a quell’elemento che tanto amavano e conoscevano, padroni delle tecniche e dei segreti – tramandati per generazioni – su come curvare il legname. Si utilizzava il legno di cerro o di rovere per costruire le botti che dovevano contenere alcol e cognac, mentre per le botti destinate al vino si adoperava quasi esclusivamente il legno di castagno.
Nei periodi di maggiore lavorazione, in special modo nei mesi estivi quando si avvicinava la stagione della vendemmia e della vinificazione, si riusciva a costruire anche trenta botti di piccole e medie dimensioni al giorno, di forma rotonda o ovale, mentre erano una dozzina le botti di capacità pari o superiore ai 150 ettolitri realizzate nell’arco di un mese. In queste fasi venivano reclutati altri lavoratori stagionali, personale specializzato proveniente anche da Gallipoli e dalla provincia barese. Le botti di grandi dimensioni, ricorda ancora il prof. Giuseppe Catanzaro, dopo il loro collaudo venivano smontate, affastellate separatamente e spedite con la ferrovia alle varie destinazioni. Le doghe già numerate venivano poi montate sul posto dal personale della Premiata Ditta che si recava espressamente sul luogo, sotto l’attenta direzione di Bernardo Cafiero. Quest’ultimo era il maggiore dei cinque fratelli, aveva appreso il mestiere dal nonno materno e si era perfezionato sotto la guida di maestranze francesi giunte appositamente a Brindisi su invito dell’industriale Gaston Giran, in occasione della distruzione dei vigneti transalpini causata dalla fillossera.
Bernardo fu anche l’unico dei fratelli a continuare l’attività di bottaio dopo il fallimento della Premiata Ditta avvenuto verso la fine del 1910: i dissesti finanziari, la mancata oculatezza ed altre concomitanti condizioni sfavorevoli portarono la società a chiudere i battenti dopo circa tre decenni di intensa attività lavorativa. La metà dei locali furono poi venduti per far fronte ai creditori, la restante parte fu divisa tra i tre fratelli ancora in vita (uno era deceduto poco dopo la costituzione della società, un altro morì durante il tragico fallimento). Coadiuvato dal figlio e da una decina di affezionati lavoratori, Bernardo riuscì comunque a continuare la produzione di botti per diversi anni nel laboratorio a lui assegnato con la divisione dei beni. La definitiva cessazione dell’attività avvenne in data 1 gennaio 1952, Antonio Cafiero, erede del mestiere e dell’immobile, aveva ristrutturato l’azienda con macchinari ed attrezzature moderne, ma per i mancati introiti causati dall’insolvenza di numerosi clienti, e amareggiato dalla triste situazione che vedeva ormai la presenza sul mercato di contenitori e di materiali differenti realizzati industrialmente, si sentì costretto a chiudere la fabbrica per dedicarsi esclusivamente all’agricoltura.
Il forte calo della richiesta era stato generato anche dal contestuale sorgere di ben cinque analoghi stabilimenti nelle immediate vicinanze: la fabbrica di botti di Domenico De Benedetto, aperta nel 1918, era proprio a pochi passi da quella di Cafiero, ovvero agli inizi di via Cappuccini ad angolo con via Adamello, poi c’era quella di Giuseppe Saponaro e figli situata alla fine di via Lucio Strabone, mentre su via Appia c’erano quelle di Raffaele Di Giulio e fratelli (ad angolo con via Tor Pisana), di Francesco Piliego (ad angolo con via de Carpentieri) e di Cosimo Perrone (di fronte a via Lucio Strabone). Esisteva inoltre la fabbrica di Luigi Cioffi, sempre su via Appia nei pressi dello stabilimento vinicolo Silvestrini, che aveva di fronte le distillerie Poli (dove era il cinema Eden) e Casalini.
Il fabbricato di Antonio Cafiero fu acquisito dai fratelli Panunzio ed utilizzato per l’ampliamento del pastificio già attivo dal dicembre 1936 nei locali adiacenti, proprio dov’era lo stabilimento vinicolo dei Guadalupi. Ma di questa fiorente attività artigianale, di quella di Domenico De Benedetto e di Raffaele Di Giulio parleremo nei prossimi numeri.