Nel blu dipinto di blu del porto di Brindisi: quando la natura continua a stupire

Capita spesso, in questi giorni di lockdown, di imbattersi in immagini e filmati di delfini che nuotano allegri e beati nelle acque interne dei porti italiani che si affacciano sull’Adriatico, di grandi squali che gironzolano indisturbati sotto i pontili dei piccoli porti jonici e tirrenici; è sotto gli occhi di tutti anche la simpatica tartaruga marina che, da noi, fa capolino, districandosi fra boe e barche, per nutrirsi delle cozze che strappa a morsi dalle cime delle boe oppure fa la spola fra la banchina Montenegro ed il Villaggio Pescatori, quasi fosse la motobarca in servizio fra Brindisi e il Casale.
Altra cosa che tutti quanti abbiamo notato è come l’acqua dei porti è diventata sempre più limpida, come diretta conseguenza del blocco pressoché totale per quasi due mesi di ogni attività a mare.
Si tratta di un fenomeno collegato non solo e non tanto alla riduzione degli inquinanti in mare, quanto, invece, una conseguenza del blocco della circolazione marittima che ha fatto si che le varie sostanze limacciose e detritiche che, solitamente, vengo rimescolate da eliche, scafi e chiglie di imbarcazioni in movimento, hanno avuto tempo e modo di posarsi, un po’ come avviene se si lascia a decantare per qualche giorno un secchio contenente acqua fangosa e si potrà notare che la terra si viene a depositare pian piano sul fondo, restituendo trasparenza all’acqua.
A questo proposito, mi ha fatto molto sorridere la meraviglia che ha suscitato, fino a diventare addirittura virale, il video che immortala un cavalluccio marino che, a fior d’acqua, nuota placidamente nei canali di Venezia in un’acqua insolitamente ed incredibilmente cristallina, laddove gli ippocampi, da che il mondo è mondo, sono presenti soprattutto nelle lagune e nelle aree portuali, per cui è solamente l’acqua torbida che non ci permette di vederli, ma loro ci sono lo stesso!
Altro fattore che può spiegare il maggior numero di avvistamenti di animali marini che solitamente si tengono al largo, è la riduzione dell’attività antropica che ha quasi annullato anche i rumori provenienti dalla città e dalle industrie, per cui i cetacei che, generalmente mal sopportano l’inquinamento acustico, si intrufolano più volentieri nel porto, dove trovano abbondante pesce di cui nutrirsi.
Per il resto, da vecchio conoscitore delle ricchezze del patrimonio faunistico dei mari salentini, aree portuali comprese, posso dire che non c’è nulla di veramente eccezionale nella presenza di tartarughe e delfini nel porto interno, in quello medio ed in quello industriale, solo che la attuale limpidezza dell’acqua e la scarsa presenza di imbarcazioni che solcano il mare, ce li rendono semplicemente più visibili ed il loro comportamento, in questa contingenza particolare, è anche meno timoroso e più spontaneo e naturale.
Detto questo, approfitto dell’occasione per descrivere quanto di bello e solitamente nascosto ai nostri occhi c’è sui fondali delle aree portuali salentine, come ho avuto occasione di scoprire e verificare nel corso di alcune mie immersioni.
Stante il divieto generale di balneazione che riguarda tutto quanto il porto di Brindisi, sono state rare, ma non pochissime, le occasioni (pulizia dei fondali della darsena del Castello Alfonsino, recupero in mare di oggetti caduti dai pontili del Porticciolo turistico, ispezione della foce di Fiume Grande, ecc.) in cui ho potuto “assaporare” l’acqua del nostro porto, mentre sono state ben maggiori le occasioni di visitare i mari interni di Taranto dove, in alcune zone e con le cautele del caso, l’attività di ricerca e fotografia subacquea non solo a scopo scientifico ma anche divulgativo non viene vista di cattivo occhio, per cui alcune delle foto di corredo a questo mio racconto provengono dal vicino capoluogo jonico, pur ritraendo specie presenti anche nell’area portuale di Brindisi.
Ciò che sicuramente stupisce è la infinita varietà di specie animali che popolano queste acque che, nell’immaginario collettivo, si è portati a ritenere quasi morte e che, invece, sono tutto un pullulare di vita: da piccoli organismi singolarmente quasi invisibili ma che colonizzano a milioni ogni tipo di substrato naturale o artificiale, alle cozze ed agli altri molluschi gasteropodi fino ai coloratissimi nudibranchi che incedono lentamente alla perenne ricerca di cibo, dai vivaci pescetti che sfrecciano in ogni dove, quasi a fior d’acqua, ai placidi pesci da fondale che ti fissano pigramente quando gli passi vicino e, poi, crostacei (granchi, paguri ed anche gamberetti) e cefalopodi (polpi e seppie soprattutto) completano il “paesaggio base” delle acque di ogni porto. A questo ci aggiungiamo, almeno qui da noi, grandi meduse, come il Polmone di mare, tantissimi Spirografi simili a splendidi fiori e, se si è fortunati e con l’occhio esperto, date le loro doti mimetiche, ci si può imbattere in un buffo Pesce ago o in qualche simpatico Cavalluccio marino.
Quello di Brindisi, però, ha delle caratteristiche e peculiarità che lo rendono diverso da tutti gli altri porti adriatici. Innanzi tutto, non dobbiamo dimenticarlo mai, nonostante la cementificazione selvaggia dell’ultimo secolo, è più che un semplice porto naturale, come si è sempre detto e decantato, ma quasi un fiordo, una assoluta rarità per il mar Mediterraneo.
Il fiordo propriamente detto è una stretta insenatura costiera, allungata e profonda, con profilo trasversale a U, caratteristica, in genere, di regioni montuose sottoposte a glaciazione, come in Norvegia. Il buon Dio, invece, ne ha voluto regalare uno ai brindisini e non si è limitato a questo dono, ma per spingere i nostri avi a popolarlo ed a proliferare pacificamente, potendo ben vivere di agricoltura pesca, lo ha munito di ben quattro fiumi che rendessero il suolo fecondo ed il mare in cui sfociavano, ricchissimo di nutrimento per le specie marine: si tratta del Cillarese, orami ridotto a canale, che sfocia nel Seno di Ponente del porto interno, del Patri, anch’esso ridotto ormai ad un “canapicchio” che striscia nel cemento (salvo incazzarsi di tanto in tanto e tracimare invadendo strade e costruzioni), il quale sfocia dalla parte opposta, cioè al margine estremo del seno di Levante, nel porto medio. A Sant’Apollinare nei pressi di Punta delle Terrare (dove, non a caso, è sorto il primo insediamento umano risalente all’età del bronzo) sfocia Fiume Piccolo (in tempi antichi denominato Luciana), anch’esso brutalmente ridimensionato dall’opera dell’uomo mentre, un po’ più a sud, semi-tappato dalla Centrale Termoelettrica Brindisi Nord, confluisce a mare Fiume Grande (in tempi antichi denominato Delta, proprio per la sua ampissima foce), in parte deviata e canalizzata ma che ancora riesce fieramente a resistere agli attacchi di coloro che la vorrebbero sacrificare in nome del dio denaro e di un concetto di progresso ormai desueto e figlio dei disastri ambientali degli anni sessanta del secolo scorso, ma che ancora conserva, qui da noi, qualche strenuo sostenitore.
Le acque di Fiume Grande – ed in minor misura gli altri fiumiciattoli summenzionati – sfociano, con tutto il loro carico di nutrienti, in una insenatura naturale del porto di Brindisi e l’acqua dolce che si mescola a quella marina e, in virtù della particolare conformazione, non si disperde immediatamente ma si rimescola in una sorta di brodo primordiale salmastro: sicchè l’apporto di sostanza organica e di sedimenti alimenta condizioni biologiche idonee per il proliferare di tantissime forme di vita, costituenti ottimo ed abbondante nutrimento per tantissime specie animali sempre più grandi, in una catena alimentare che vede al suo vertice oltre che l’uomo, (predatore per eccellenza di ogni forma di vita in mare come sulla terra) i grossi pesci, gli uccelli marini, ma anche le tartarughe ed i delfini.
A titolo di esempio, i pesci che maggiormente abbondano nel porto di Brindisi sono, oltre gli immancabili cefali, che prediligono proprio le acque salmastre delle foci dei fiumi e quelle portuali piene di nutrimenti, gli altri pesci eurialini – cioè in grado di vivere sia in acqua dolce che salata oltre che, a maggior ragione, in quella salmastra – come le orate, le spigole i latterini ed anche le prelibate ombrine.
A queste specie ittiche vi sono da aggiungere, per citarli in brindisino, i pesci che vivono abitualmente sottocosta come “cuggiuni, vope, gruenchi, trigghie, ngidde, cazzi di re e sparatieddi”, vale a dire ghiozzi, boghe, gronghi, triglie, anguille, donzelle e saraghi. Una tale ricchezza ittica, come abbiamo accennato, attira inevitabilmente vari predatori, per cui non è raro che, oltre tonni, leccie e palamite si introducano nel porto medio anche tartarughe marine e delfini.
Abbiamo chiesto considerazioni al riguardo alla responsabile del Centro Fauna Selvatica della Provincia di Brindisi, la biologa Paola Pino d’Astore, la quale ha avuto la possibilità di osservare ed esaminare, in quindici anni, 544 tartarughe marine e 110 cetacei lungo la costa brindisina da Lendinuso ad Egnazia: “Sia le tartarughe marine che i delfini frequentano regolarmente le acque del porto di Brindisi, spingendosi fino al porto interno. Il motivo è sempre lo stesso: la ricerca di cibo, anche più facile da catturare che in mare aperto. E cosi tartarughe marine provenienti da nord, invece di fare il giro largo fino a Punta Riso (dove comunque sono frequentemente avvistate dai pescatori), in condizioni di alta marea, attraversano l’arco di Bocche di Puglia, caratteristico della vecchia diga, passando velocemente dal mare aperto al porto medio, nelle acque del porticciolo turistico, alla ricerca di pesce, mitili, crostacei, molluschi e meduse. Tra i tanti casi, da qualche tempo ci sono segnalazioni riguardanti una regolare presenza di almeno due esemplari di Tartaruga marina comune (Caretta caretta) nel seno di ponente tra la zona militare del Castello Svevo, Lega Navale, Squadra Navale della Guardia di Finanza e Villaggio Pescatori e quindi passeggiando lungo la banchina o tra i pontili potrebbe capitare a chiunque di scorgere un esemplare. Un episodio curioso avvenne quando una sera d’estate, durante una processione a mare del Santo Patrono di Brindisi, comparve tra le barche una tartaruga marina, con grande meraviglia delle persone presenti, incredule per l’insolito avvistamento. E’ stata un’occasione per pensare e ricordare che condividiamo lo stesso ambiente, prezioso per tutti. Vi è tanto da mangiare anche nel porto esterno fino alle Isole Pedagne e lungo questo tratto, precisamente a Capo Bianco, ci sono numerosi casi di esemplari, rilevati secondo procedure biologiche, che testimoniano la costante presenza, durante l’anno, di tartarughe marine, per lo più giovani e subadulte. Ma non solo. All’improvviso, soprattutto nel porto medio ed esterno, dalle banchine, pontili e barche chiunque potrebbe casualmente assistere al salto di un delfino o ai suoi movimenti a pelo d’acqua mentre è concentrato alla ricerca di un pesce o di banchi di pesci più piccoli, che spesso increspano la superficie del mare nel momento in cui si danno alla fuga inseguite dal predatore. E sono stati avvistati e filmati non solo delfini singoli ma anche mamma delfino con il piccolo. Non sono immagini o visioni esotiche. Il nostro ambiente marino, anche quello portuale, benedetto da correnti circolari in entrata ed uscita che lo mantengono in vita, ospita una ricchezza di vita sommersa testimoniata in grande (per dimensione di specie) dal salto vigoroso di un delfino o dal profondo respiro di una tartaruga marina che è emersa in superficie al termine della sua ultima apnea. Magnifiche creature, da rispettare ed osservare con lo stupore silenzioso di un bambino”.