Pales Matuta, la dea brindisina dimenticata

Riprendendo il filo del discorso, s’è constatato che la promessa fatta da Attilio Regolo di fronte alle mura di Brindisi ricorderebbe per filo e per segno il rituale della “evocatio”, a condizione, però, che l’evocata Pales fosse stata la dea protettrice di Brindisi. Purtroppo sappiamo che questa divinità faceva parte del pantheon romano, e non aveva niente a che fare con la cerchia degli dèi brindisini; di conseguenza non c’era motivo per Regolo di coinvolgerla in una cerimonia che interessava il nume tutore della città assediata.
Così sembra. Almeno a prima vista.
Ancora una volta, a sconvolgere ogni apparenza, ci pensa un’altra strana consuetudine dei Romani, quella che Tacito menziona utilizzando per primo l’espressione, poi divenuta nota, di «interpretatio romana». In base a quest’altro protocollo, ogni dio forestiero veniva assimilato alla divinità, già facente parte della tradizione romano, che più le era simile. In pratica, ad ogni divinità straniera veniva attribuito il nome d’un dio romano identificato in base a specifiche somiglianze logiche, funzionali o di culto, secondo discrezionale valutazione dei pontefici romani. Pertanto, il nume che proteggeva la città assediata non veniva evocato con il proprio nome ma con quello dell’entità romana ritenuta più affine.
Ecco così svelato il mistero contenuto nel passo di Floro: non era alla dea Pales che Regolo aveva fatto voto di edificare un tempio, ma alla dea tutrice di Brindisi — per l’occasione evocata ed invitata a trasferirsi a Roma — alla quale i pontefici avevano assegnato quel nome in base alla “interpretatio”. In definitiva, lo storico non s’era avvalso di nessun trucco teatrale per abbellire la presa di Brindisi, né aveva fatto uso di fantasie o di simboli: aveva narrato, sia pur succintamente, il rito cui i Romani si affidavano per espugnare una città assediata, senza rischiare nel contempo di turbare la situazione di pace instaurata con gli dèi. Appare inoltre significativo che, per una guerra durata un biennio, l’autore si sia soffermato proprio su questo episodio più prettamente religioso. Pur riassumendo al massimo, aveva in ogni caso offerto le coordinate essenziali per mettere il lettore del suo tempo nelle condizioni di capire che si trattava di una evocatio, perché, così facendo, metteva in risalto l’importanza dell’impresa in sé e, più in generale, della conquista ottenuta.
Come il testo di Floro, anche il conflitto, che vide coinvolti i nostri progenitori nell’inutile tentativo di mantenere la propria indipendenza, non stimola se non modesti interessi. Conclusione inevitabile, pure la presa di Brindisi suscita scarse attenzioni, persino da parte dei cronisti locali, quasi si trattasse d’un episodio marginale, mentre il racconto di Floro evidenzia che in antichità l’avvenimento aveva meritato ben diversa considerazione. In effetti, il rituale dell’evocatio non era una pratica abituale. Al contrario, come tutte le armi segrete, veniva usata con parsimonia, quasi sempre per le grandi occasioni, tanto è vero che viene esplicitamente citata per due soli scontri, quelli che impegnarono Roma con rinomate potenze dell’epoca: Veio e Cartagine,. Senza contare poi che lo strapotere dell’Urbe era tale che, di solito, gli avversari deponevano le armi ben prima, proprio per evitare di dover subire un inutile e sanguinoso assedio.
Tornando alla nostra divinità, c’è da evidenziare che Pales, con una così estesa propensione pastorale, è perfettamente in grado di rappresentare una credibile dea protettrice della comunità brindisina. Come spesso ricordato, i nostri avi chiamavano la penisola salentina Calabria (Kalabrìa) e sé stessi Calabri (Kalabroì). Basandosi su questi termini i coloni lacedemoni, sbarcati a Taranto e loro acerrimi nemici, coniarono tutta una serie di locuzioni offensive che toccavano anche gli aspetti di vita quotidiana. Poiché gli Spartiati consideravano disdicevole una qualsivoglia attività lavorativa, s’inventarono tutta una serie di vocaboli che utilizzavano la radice del nostro etnico per indicare chi era dedito alla pastorizia. Nacquero così vocaboli tipo kolabrόs (kολαβρός) (porcellino) e kalábrops (καλάβροψ) (bastone del pastore) con cui si scherniva chi era dedito all’allevamento del bestiame. Il che costituisce una prova evidente che la società arcaica brindisina si fondava sulla pastorizia e che la classe dirigente era allora composta da pastori. Nulla di strano, in definitiva, che una comunità così strutturata avesse eletto a nume tutelare una dea che proteggeva le mandrie, le greggi e chi ne era possessore.
Tutto porta pertanto a concludere che la Pales menzionata da Floro non è altri che l’interpretazione romana della divinità tutelare brindisina, chiamata fuori da Attilio Regolo per poter mettere con tranquillità a ferro e fuoco la città assediata.
Peccato che la scarsa conoscenza delle divinità salentine precluda la possibilità di risalire al nome originario della nostra antica dea, anche se qualcosa è ricavabile, sempre scandagliando le abitudini dei Romani. Si sa infatti che, nel corso della cerimonia, il nome della divinità romana, in cui s’identificava quella straniera, era seguito da un epiteto che aveva funzioni distintive. Con il trascorrere del tempo, l’attributo (o come si dice più propriamente, l’epiclesi) subiva delle modifiche, sino anche a sparire del tutto, sicché alla fine le due divinità finivano per identificarsi. Non a caso, Floro ci fornisce il nome della dea senza accompagnarlo con nessuna epiclesi. Quando egli scrive, sono passati quasi quattro secoli dai fatti raccontati e la romanizzazione della divinità brindisina doveva essersi ormai completata. Fortuna vuole che, almeno in questo caso, c’è la possibilità di rintracciare l’’attributo assegnatole. Ce lo consentono gli “Scholia Vergilii Veronensia”, una raccolta di commenti (o come dicono gli specialisti, di “scoli”) alle opere di Virgilio.
In apertura del terzo libro delle Georgiche, Virgilio si rivolge infatti alla Pales romana e preannuncia ossequioso: «Anche te, grande Pales, canteremo» («Te quoque, Magna Pales… canemus»). A margine del manoscritto, il commentatore (lo scoliasta) analizza le epiclesi utilizzate per Pales e ci fa sapere che, oltre all’epiteto di “Magna”, Virgilio usa, in altra parte delle Georgiche, quello di “Veneranda” e che c’è poi un altro attributo, mai da altri autori adoperato, quello di «Matuta». Infine così conclude: «E Pales Matuta alla quale Attilio Regolo dedicò un tempio distinto» («et Pales Matuta, cuius templum Atilius Regulus vovit antidiastéllon…»). E con il termine greco «antidiastéllon» (distinto) lascia chiaramente intendere che c’erano due templi diversi intitolati a Pales, perché due erano le dee con quel nome: la Pales Matuta, alla quale Regolo aveva votato un tempio, e la Pales Magna e Veneranda cantata da Virgilio. In definitiva, quella brindisina, il cui epiteto era appunto Matuta, e quella romana, chiamata Magna e Veneranda. Dall’epiclesi ricaviamo così che la nostra principale divinità era una dea del Mattino e dell’Aurora, vale a dire del periodo del giorno in cui appare la luce, quindi con ogni probabilità associata alle nascite degli animali da pascolo.
Già questo ci regala qualcosa di sinora sconosciuto delle nostre lontane origini, ma non è tutto. Indagando sempre su questo versante, le fonti epigrafiche consentono di ricavare un altro indizio rilevante costituito da un’annotazione contenuta nei Fasti Anziati, il calendario romano più antico giunto fino a noi, antecedente pure alla riforma giuliana. Questo calendario, basato su tredici mesi, riporta tra le altre informazioni le festività dedicate alle divinità («sacra») e le ricorrenze («dies natalis») dei templi. Ebbene, in corrispondenza del 7 luglio, è indicata la commemorazione d’un tempio votato a Pales, che è proprio quello promesso da Regolo alla dea protettrice della nostra città.
Per curiosità va detto che l’esatta scritta indicata nel calendario è «PALIBUS II», che potrebbe essere resa con “alla seconda delle Pales”, il che rafforza l’idea che le Pales erano due: quella romana arcaica e quella brindisina trasferitasi dalla nostra città.
Riassumendo, tutti gli indizi portano a concludere che i pontefici romani, nel compiere il rituale, ritennero di assimilare il nume tutelare brindisino alla dea Pales, la quale fu pertanto evocata da Regolo con l’epiclesi Matuta, con la promessa di dedicarle un tempio la cui ricorrenza venne fissata al 7 luglio.
L’evocatio aveva come inevitabile conseguenza l’assalto finale ed il saccheggio, che aveva in genere tragiche conseguenze, come accadde a Veio e Cartagine. Nel caso di Brindisi la razzia non assunse forme estreme di distruzione, considerato che le ricerche archeologiche non rivelano segni traumatici di strappi e di discontinuità negli insediamenti della zona. La stessa continuità si riscontra nondimeno nel susseguirsi degli avvenimenti, che vedono il coinvolgimento fattivo dei Brindisini nelle scelte istituzionali sin dalle fasi appena successive alla conquista romana. Lo raccontano pochi ma significativi esempi: un frammento di «elogium», la cui iscrizione attesta che fu un brindisino a procedere alla prima «lectio» (scelta) del senato locale ed all’avvio della prima elezione popolare della colonia latina; la presenza, durante la guerra annibalica, di un «Dasio Brundusino» addirittura al comando del presidio di Clastidium.
L’aristocrazia brindisina era stata pertanto accolta a pieno titolo nella classe dirigente chiamata a guidare la neonata colonia latina, dedotta dopo la conquista della città, e ne era parte integrante. Poiché i Romani non erano soliti fare concessioni senza chiedere nulla in cambio, ciò m’induce a credere che, in quella circostanza, sia intervenuto un qualche accomodamento che però fa parte di un’altra storia, magari da raccontare in un prossimo futuro.
Per ciò che riguarda invece questa storia, era l’estate del 267 a.C. quando Brindisi, dopo aver opposto un’accanita resistenza, fu presa e saccheggiata. Per la nostra città finiva in quel momento un mondo e se ne apriva un altro. E, se si volesse scegliere un giorno con cui tracciare un confine, il 7 luglio 267 a.C. parrebbe il più indicato.
È infatti solo una suggestiva ipotesi, e nulla più, tuttavia non è detto che la data scelta per il tempio dedicato alla Pales brindisina non coincidesse proprio con quella in cui Brindisi fu preda delle armi romane.
(2 – fine)