Via Sele, stavolta è davvero fuori tutti

di Lucia Pezzuto per il7 Magazine

Scuola elementare in via Sele sotto sequestro, fuori gli abusivi. Hanno venti giorni di tempo per lasciare quella che per quattro anni è stata la loro casa. Nove famiglie, 24 persone in tutto, oltre a una bimba di un anno, tra qualche giorno finiranno in mezzo ad una strada. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Valerio Francassi, ha disposto il sequestro preventivo della scuola elementare in via Sele a Brindisi. Le 24 persone sono indagate, in concorso tra di loro, per “occupazione arbitraria dell’immobile di proprietà pubblica del Comune di Brindisi”.
Quella della scuola elementare in via Sele al quartiere Perrino di Brindisi è storia vecchia. Pur essendo di proprietà comunale per anni è stata occupata da persone senza un tetto, famiglie disperate, con tanto di bimbi al seguito, che non avevano altro luogo dove andare. Il dramma di una città dove anche avere un alloggio popolare è un lusso. Per anni il Comune di Brindisi ha chiuso gli occhi e consentito a queste persone di restare. Le precedenti amministrazioni, forse mosse da un senso di umanità, hanno ripristinato l’erogazione di acque e luce, consentendo a queste persone di poterne usufruire. Oggi lo sgombero delle struttura non è rinviabile ancora di più perché la magistratura di Brindisi ha aperto un fascicolo per occupazione abusiva proprio a carico degli attuali residenti e perché , sempre secondo la magistratura, lo stabile versa in “condizioni precarie dal punto di vista igienico con conseguenti rischi per la salute pubblica”. Del resto lo dice lo stesso giudice per le indagini preliminari nell’atto di sequestro “ non risulta alcun atto o provvedimento che abbia autorizzato l’occupazione dell’immobile che, per altro, ha una destinazione diversa da quella abitativa”.
In poche parole queste persone sono abusivi, abusivi di cui il Comune, proprietario dell’immobile, era a conoscenza.“Non è giusto chiamarci abusivi, perché noi non abbiamo sfondato -dice Valentino Pepe, uno dei residenti all’interno della scuola- Qui la porta è stata aperta da un consigliere comunale, un avvocato che all’epoca faceva parte della commissione casa. Io sto qui da quattro anni. Era il 15 dicembre, ho trascorso qui il primo Natale dopo tanto tempo che ero in mezzo a una strada. C’era il sindaco Consales, poi è caduto tutto. Abbiamo ricevuto la denuncia per abusivismo e nessuno se ne è importato più di nulla”.
Quello che racconta Valentino, un ex operaio metalmeccanico di 50 anni, oggi senza lavoro, è la versione di tutte le persone che abitano all’interno della struttura. Tutti dicono di non aver forzato la serratura ma che un consigliere comunale, un avvocato, si presentò con le chiavi e aprì loro la scuola. Ma Mimmo Consales, che all’epoca era sindaco, dice: “Il Comune  non autorizzò nessuno ad aprire quella porta e ne tanto meno un consigliere comunale. Chi lo ha fatto, lo ha fatto a nome proprio e per proprio conto”. 
Insomma il Comune non poteva autorizzare un’occupazione abusiva eppure tutte le amministrazioni che nel frattempo si sono succedute erano consapevoli della situazione.
“All’epoca eravamo cinque, sei. Poi c’è stato un periodo che era tutto pieno, ogni stanza era occupata -dice Valentino- Ora siamo anche di meno, qualche stanza vuote c’è. Qui sono morte tre persone, due di queste di tumore”.
In una delle aule abita anche un dipendente della Provincia di Brindisi, la sua è una delle tante storie che si incrociano tra queste aule che per qualcuno hanno il calore di una casa. Osvaldo Di Nunzio, 56 anni, è un operaio della Santa Teresa, guadagna all’incirca 700 euro. Osvaldo ha tre figli, un ragazzo di 33 anni, Michele, che vive con lui, lo ha avuto con una prima moglie che poi è morta, e altri due ragazzini piccoli, che hanno 14 anni e 11 anni, avuti con una donna dalla quale ora ha divorziato.
“Con la mia busta paga non riesco a vivere. Io pago 300 euro alla mia ex moglie, 258 di assegni famigliari. Se dovessi prendere una casa in affitto ci vorrebbero altre 300 euro più i soldi per le bollette -racconta Osvaldo- Insomma non mi rimarrebbe nulla neppure per mangiare. Quando mi sbatteranno fuori di qua come farò. Io mi devo vestire, lavare, devo andare a lavoro. Mi toccherà dormire in macchina. Adesso, neppure quella, perché è rotta”.
Osvaldo è disperato, la sua situazione di precarietà lo ha logorato e il pensiero di finire nuovamente in mezzo a una strada è per lui inaccettabile.
“Penso che l’ultima cosa che mi è rimasta è mettermi una pistola in testa e mi sparo. Ormai mi hanno tolto tutto, non ho più niente. Non c’è nessuno che ci aiuta, che va dal sindaco e gli dice: non puoi buttare queste persone in mezzo a una strada -dice ancora- Io non sono mai stato così, io una volta avevo una bella casa, grande. Poi ho fatto la stupidaggine di risposarmi e mi sono rovinato. Le ultime volte che i miei bambini sono venuti qui mi hanno detto: papà ma come stai combinato. E io mi sono vergognato”.
Osvaldo è consapevole che questa situazione non può andare avanti così ma è anche fortemente deluso e sfiduciato dal quelle istituzioni che avrebbero dovuto aiutare le persone come lui. Punta il dito sul sindaco Rossi che un tempo era un consigliere comunale e che più volte era intervenuto su questo argomento.
“Questo non è un luogo sicuramente per abitare ma non ci sono problemi strutturali. Alla fine si può stare. Se il Comune non ha altre soluzioni perché non ci lascia stare – dice- Rossi quando era consigliere tante volte ha detto alla sindaca Carluccio di sistemare questa situazione , lui diceva da terzo mondo, ma ora che è sindaco lui perché non ci aiuta”.
Osvaldo dice anche che tutti sarebbero disponibili a lasciare la struttura se fosse offerta loro un’alternativa. “Il sindacato ci ha detto che il giudice non può fare questa cosa senza consultare l’assistente sociale e il sindaco di Brindisi , visto che la scuola è del Comune. Poi io ho parlato con Rossi. Ho chiesto anche solo una stanza e cucina, per vivere dignitosamente. Possibile che non si può avere. Io sono divorziato e ho due ragazzini piccoli. Non posso portarli qui . Mi vergogno. Sono quattro mesi che non li vedo. Io li sto perdendo -dice- Il sindaco mi ha detto che qualcosa si poteva fare. Che le case c’erano verso la Montecatini. Anche perché ci sono tante case chiuse di proprietà comunale e non so perché non le aprono e non le danno alle famiglie che ne hanno bisogno. E poi ci potrebbero essere tante altre soluzioni. C’è la sede vecchia della Guardia Forestale, basterebbe sistemarla. C’è anche l’Ostello della Gioventù che è chiuso e nessuno usa. Alla fine siamo nove famiglie , non siamo tanti”.
Tra le persone che abitano nella scuola c’è anche una famiglia con una bimba di appena un anno. Vito Cavalera,41 anni, il papà della piccola, non lavora, la famiglia lo aiuta come può ma anche così sopravvivere è un’impresa. “Noi siamo persone , non animali. Gli immigrati poi li aiutano e noi che siamo brindisini niente. Io ho anche una bimba di un anno -dice- Qua dentro siamo tutti una famiglia e veramente che ci aiutiamo. Le case ci sono ma il Comune le tiene chiuse. Noi non vogliamo rimanere qui ma dateci un’alternativa. Noi siamo entrati qui che c’era la spazzatura perché prima c’erano stati gli stranieri. Noi l’abbiamo ripulita tutta la scuola e abbiamo aggiustato. Alcuni di noi hanno speso anche dei soldi”.
Vito rammenta così che nel 2013 nella stessa scuola vennero ospitati temporaneamente circa 60 migranti. In quel periodo il dormitorio di via Provinciale per San Vito necessitava di alcuni interventi di ristrutturazione. All’epoca le aule della scuola furono trasformate in piccole stanze con tanto di brandine e accessori per accogliere gli stranieri. Di tutto quello che spese il Comune di Brindisi rimase solo un cumulo di spazzatura e sporcizia che poi le famiglie brindisine portarono via prima di stabilirsi dentro la scuola.
Ma non tutti sono entrati quattro anni fa, c’è anche chi per occupare una delle aule della scuola ha dovuto pagare. E’ il caso di Danilo Nibio, 44 anni: “Sono qui da un anno, ho pagato 250 euro alla persone che c’era prima. Non lavoro, mi arrangio raccogliendo il ferro e facendo i traslochi. Siamo italiani, siamo brindisini perché aiutano gli stranieri e noi no”. Danilo non lavora, ha detto che se rimarrà in mezzo alla strada si cercherà una casa abbandonata nelle campagne.
Non ha intenzione di uscire dalla scuola Antonio Epicoco , 45 anni, anche lui disoccupato: “Io sono qui da sette mesi, ho avuto una vita difficile, sono stato in carcere. Ora che vorrei tanto stare tranquillo, trovarmi un lavoro, vivere la mia vita dignitosamente con la mia compagna se esco da qui dove vado. Dovrò tornare in mezzo a una strada. Qui nessuno viene per aiutarti , neppure per darti un litro di latte. E meno male che il Comune ci passa la luce e l’acqua. E se chiedi aiuto alla parrocchia ti dice: vai all’Eurospin”.
Le nove famiglie della scuola in via Sele sono tutte in graduatoria per avere un alloggio popolare, ma sino ad oggi senza alcun risultato. Ora il sindaco, Riccardo Rossi, mercoledì ha ricevuto una delegazione di queste famiglie e ha assicurato che cercherà di intercedere con il tribunale affinchè si conceda loro una proroga rispetto ai venti giorni previsti prima dello sfratto. In realtà il tribunale può concedere la proroga solo se sussistono alcuni elementi quale quello che sia in atto un provvedimento da parte del Comune che consenta a questa gente di avere un’alternativa. Quindi il Comune dovrà dimostrare prima al tribunale e poi a queste persone di avere un’alternativa. In queste ora l’amministrazione con l’ufficio casa e i servizi sociali stanno valutando due ipotesi. Quella principale e che queste famiglie vengano trasferite in una struttura di proprietà comunale che si trova alla periferia della città e che da poco è stata ristrutturata e dove c’è persino un custode, l’altra è quella di concedere l’utilizzo solo ad alcune stanze nella struttura di Punto Luce nello stesso quartiere Perrino.
Così il sindaco Riccardo Rossi sta cercando di tamponare questa ennesima emergenza abitativa ma il problema resta per tutte quelle famiglie che vivono ancora a Parco Bove e non sanno se andranno mai ad abitare nelle case costruite con i fondi regionali, per quell’italiano che vive tra gli immigrati nel dormitorio in via Provinciale per San Vito, per quella coppia che dorme in auto davanti alla stazione, per quella famiglia che vive con due ragazzini nell’istituto Vincenziano e per un mese ha dormito sui tavoli nella sacrestia del Duomo, per tutti quei disperati che confidano ancora in una graduatoria dell’ufficio casa per avere un alloggio popolare là dove una vera graduatoria non c’è perché negli anni non c’è stato nessuno a mettere ordine.