Viaggio a Carovigno: tra le torri e il mare

Una splendida mattinata di metà gennaio è complice ed amica per una meta che è tutto un bollore di sapori e di profumi. Carovigno è posta, come fosse una pietra preziosa, sulla prima collina a nord di Brindisi, la cui erta si fa sentire a poche centinaia di metri dall’ingresso alla cittadina.
17mila abitanti condividono un territorio di circa 106 kmq di straordinario e a tratti sorprendente patrimonio naturale. Decido che delle due vie che portano da Brindisi a Carovigno, quella veloce della statale 379 che risolca l’antica Appia Traiana in direzione Bari, sia la più idonea a riservare le maggiori emozioni. L’altra, la statale n. 16, che attraversa il comune di San Vito dei Normanni e che con un rettifilo in costante salita, di circa 5 km giunge attraversa come freccia Carovigno per proseguire verso Ostuni, ha perduto gran parte della sua funzione di dialogo tra i territori, ridotta a puro nastro di asfalto.
Scorre veloce l’auto che mi accompagna e quel limite territoriale, tra i comuni rivieraschi di Brindisi e Carovigno, avviene nei pressi dell’oasi naturale di Torre Guaceto, un’area protetta dalle consonanti floro-faunistiche determinate da una variata unicità.
Difficile raccontare di quanta energia civile sia occorsa, di quante battaglie sociali, sono state spese e quante petizioni sono state firmate, solo per parlare della forza popolare che, oltre 40 anni fa, lottò perché venisse realizzata l’oasi naturale, ma ancor più per far scampare quell’area ad una ipotesi di studio per la realizzazione di una Centrale Termo Nucleare. Il Piano Energetico Nazionale affidato ad Enel, prevedeva la realizzazione di una centrale in Puglia ed il sito compreso tra le marine di Brindisi e Carovigno, rivestiva tutte le caratteristiche necessarie. A dirla tutta l’altro era nei pressi di Avetrana, ma ci fu la convergenza di una congiuntura internazionale e non già le ragioni tecnico-scientifiche a far cessare ogni velleità di dare vita a centrali termonucleari in Italia, Cernobyl era lontano da venire, ma piace sottolineare come e quanto la convergenza di una popolazione che scelse la natura, oggi vive immersa in un processo che anticipa e di molto l’agognato “green deal” di cui le cronache battono in queste ore l’avvento multimiliardario a cura dell’Unione Europea.
Oggi l’oasi naturale di Torre Guaceto è presidio di un modello di coabitazione, ma affianco ad essa il famigerato cemento ha inginocchiato aree come la marina di Specchiolla, Pantanagianni, Morgicchio e Torre Santa Sabina, all’osanna di una identità vacanziera che soffoca, invece di esaltare le vocazioni del territorio. Di contro la presenza turistica che si esalta nella lunga stagione vacanziera che da noi rasenta i sei mesi l’anno, ha determinato la crescita, proprio a Carovigno di una economia che circuita attorno al piacere di godere il tempo libero.
La costante ricerca di un dialogo tra bisogni e sogni ha edificato un modello urbano che si diffonde e si mescola col paesaggio, grazie alla punteggiatura di masserie, le antiche strutture agricole, che oggi vivono e si mantengono del piacere del soggiorno e del gusto di mangiare sano.
Da Torre Santa Sabina, la cui restaurata torre, abbandonata la sua funzione primitiva di avvistamento degli invasori saraceni e donata alla piacevole suggestione degli occhi, come il seno di mare che la lambisce, mi avvio verso Carovigno percorrendo la strada provinciale n. 34 che a circa 3mila metri dal centro abitato, incrocia la ferrovia adriatica e la locale stazione, pure essa rivificata e frequentata dal piccolo esercito di pendolari verso i centri maggiori. Una piccola bretella riconnette l’attuale tracciato che sovrapassa la linea ferrata, a quello originario che accarezzava e si insinuava tra gli ulivi prima di arrivare dinanzi alla stazione ed al vecchio passaggio a livello, oramai chiuso. Il piccolo tratto sarebbe bene, porlo sotto tutela, tanto è utile preservarlo alla vista di chi distratto neppure s’accorge che la lentezza e la misura delle comunicazioni erano tarati, fino a troppi anni fa per una velocità a misura d’uomo. I romantici paracarri zebrati nulla possono al cospetto delle attuali barriere jersey.
La circonvallazione che cinge le antiche mura è oggi un’arteria che smista il traffico e consente in più punti l’accesso alla antica struttura, cinta muraria che vede nella torre del castello Dentice di Frazzo il vertice settentrionale. Qui nei pressi, nei pressi della piazzetta dinanzi alla chiesa di Maria Santissima di Belvedere, un manufatto sacro che risente delle diverse vicissitudini edilizie che lo hanno visto terminare, solo nel 1978, degna di rilievo è la presenza di una grossa pietra d’inciampo, dedicata a Leonardo Santoro un ragazzo di soli 19 anni, ucciso il 19 Settembre 1994. Nelle campagne al confine con San Vito dei Normanni, in località Calacurto. Leonardo Santoro, aveva la colpa di essere fratello di un collaboratore di giustizia, stava aprendo il cancello della casa in campagna del padre, quando fu raggiunto dai colpi di un fucile. Un segnale per invitare il pentito a non parlare. Per il suo delitto vennero condannati Salvatore Cappelli, brindisino, che per i giudici agì insieme ai pentiti Vito Di Emidio (Bullone) e Benedetto Stano (Adriano).
Entro nella chiesa dedicata a colei che di Carovigno è elemento sacro e culturale. Cerco tra le giovani mura, la storia, il significato di una vicenda che si sviluppò non lontano dalla cittadina, dove in una grotta fu ritrovato un suo quadro risalente al tempo che vide la presenza dei monaci basiliani.
Le mura fredde e i grandi volumi, tutti ancora da definire, sono suggestionati dalla presenza estemporanea alla tastiera di un organo, di mani gentili ed io mi siedo ad ascoltare note sacre e quello spazio che prima era freddo che a riscaldarlo il prete ci ha messo diverse stufe a fungo, si riscalda al senso del sacro che esce dai tasti. Quelle poche parole che conosco e che mi sembrano adatte, le rivolgo al ricordo di Leonardo, morto innocente di mafia, divenuto, malgrado lui, una pietra, un masso contro il quale sbatte l’ingiustizia, la mafia, il malaffare.
Carovigno trova origine del nome nel greco “Carbina” col significato di terra generosa, fertile e fruttuosa e dire che ancor oggi a Carovigno si produca un ottimo olio e della cura delle terre con una agricoltura d’avangiardia si producano diverse varietà d’ortaggi, lo dimostra il connubio culturale ed economico che vede la cittadina fregiarsi del titolo di città del cibo. La presenza di un alto numero di punti di ristorazione sia entro le mura che disseminati tra le tante masserie e le località di mare, ne tratteggiano una carta d’identità economica che volge verso l’eccellenza sempre accorta all’ospitalità e al buon gusto.
Non si rilevano impianti industriali, non sono presenti opifici di rilievo e l’attività della estrazione della pietra resta principale tratto di una cultura del territorio.
L’austero castello, la vicina chiesa di Sant’Anna e via cattedrale, sono state nella storia di Carovigno il cuore del suo sviluppo. La cinquecentesca chiesa madre dedicata all’Assunta che custodisce le statue dei Patroni Filippo e Giacomo, ma più volte rimodulata, definiscono un basamento di “affetti” che nutrono di un costante rinnovamento, che è nello spirito del corovignese, mite e laborioso, tenace e vigoroso.
Una targa poco evidente, nei pressi del “calvario” risalente al 1862 recita che Carovigno è Comune del Circondario di San Vito, Collegio Elettorale di Brindisi, distretto di Brindisi, provincia di Terra d’Otranto.
Lungo la statale 16 che attraversa il tratto urbano, il primo all’ingresso da San Vito, l’altro all’uscita per Ostuni, sorgono due monumenti bronzei che sovrastano due rondò, Il primo rappresenta il banditore della “Nzegna” ovvero il gioco con le bandiere che di Carovigno è divenuto il millenario segno di riconoscimento.
La “Nzefna” altro non è che la bandiera che richiama con i colori i motivi e le allegorie della rosa mistica che riecheggia il rito della Madonna a cui è devoto il popolo di Carovigno. Ogni lunedì dopo Pasqua, si ripete a Processione, da generazione in generazione ad opera della famiglia Carlucci (dei Mamma Mamma) di Carovigno, il lunedì di Pasqua in Largo Machiavelli, il Martedì in Piazza Municipio ed, il primo sabato successivo dopo la Pasqua, al Santuario di Belvedere a pochi chilometri di distanza da Carovigno.
Il secondo rappresenta lo stemma cittadino, un delfino cavalcato da un amorino che suona la cetra. La mitologia vuole trattarsi di Arcione, figlio di Poseidone re dei mari, correndo il rischio di morire assassinato, suonò il suo strumento, durante la navigazione da oriente verso la Magna Grecia. Un gruppo di delfini lo scortò a riva sano e salvo. A lui si richiamano molte città rivierasche, tra queste, Carovigno.
Percorrendo lentamente l’assolato corso Vittorio Emanuele II l’occhio sale ad una targa posta al primo piano di in palazzotto che riflette su Salvatore Morelli, da Carovigno, intellettuale antiborbonico, fino a subire il carcere e deputato del parlamento del neonato stato unitario cui non fa mancare il suo pensiero critico verso l’azione del governo.
Con l’Unità d’Italia, Morelli, cominciò la propria opera di scrivere insistendo in particolar modo sulla necessità di istituire l’istruzione obbligatoria per tutto il popolo, e l’approvazione di leggi che equiparassero i diritti della donna a quelli dell’uomo, che secondo il Morelli viveva nella condizione di schiavitù domestica. Di tutte le sue proposte ne fu approvata solo una, quella secondo cui la donna poteva svolgere le funzione di testimone, mentre le altre furono riprese soltanto un secolo dopo con la cosiddetta “Riforma del Diritto di Famiglia”.
Le sue idee, hanno camminato lentamente lungo la strada, ora sconnessa, ora sdrucciola della storia, ma dinanzia alla sua casa, mi pare giusto fermarsi, magari sedere su una delle panchine che agevolano la riflessione ed unire Salvatore Morelli ai tanti giovani di Carovigno che mai sono tornati dalle battaglie e dalle guerre combattute, e che li vedono sepolti chissà dove.
Il mesto pensiero mi colpisce a pochi passi dalla casa natale di Morelli, dinanzi al monumento ai caduti di tutte le guerre, giovani, a cui quasi nessuno presta più attenzione.

(il prossimo viaggio a San Michele Salentino)