Cantarelli, quando il Brindisi volava libero

Quello del libero, nel calcio di una volta, era un ruolo di solitudine. Non aveva un uomo da marcare, viveva nel limbo della terra di nessuno, a metà strada tra la sua area di rigore e la linea di centrocampo, e la porta avversaria era solo un lontano miraggio. Il libero non aveva la rapidità del terzino, né la rudezza del mediano con i piedi quadrati e lo sguardo assassino. Possedeva spesso invece la tecnica e il carisma per comandare la difesa e intervenire come l’ultimo dei mohicani, quando il centravanti avversario superava lo stopper e puntava diritto verso la rete. Il libero, durante le partite più tranquille, aveva il tempo di scambiare quattro chiacchiere con il suo portiere che restava inchiodato con i piedi sulla linea di porta o al massimo (come faceva Di Vincenzo) la percorreva saltellando da un palo all’altro colpendolo con i tacchetti per mantenere i muscoli caldi, anche perché i guanti non esistevano. Si parava a mani nude.

Il libero portava sulle spalle il numero 4 o il 6, come invece avevano scelto Facchetti e Scirea. Mario Cantarelli aveva il quattro. E se c’è un uomo che potrebbe rappresentare per sempre quanto di più bello ha raccontato il calcio brindisino nella sua travagliata storia, quello è proprio lui, il “Maestro”. E non solo perché era in campo nei tre momenti più intensi che la palla di cuoio abbia mai fatto vivere in quello che un tempo si chiamava “campo sportivo comunale”: la promozione dalla serie C alla B con Luis Vinicio in panchina (stagione 1971-72), la clamorosa vittoria per 3-0 contro il Genoa capolista (vigilia di Natale 1972) e i sei successi di fila, conclusi con la storica trasferta di Arezzo e la salvezza (1974-75). Un metro e 85, un gigante per l’epoca, considerato uno dei più forti liberi del calcio italiano.

“Si chiamava gioco del calcio perché era un divertimento. Non mi sono mai preoccupato troppo della mia carriera, andavo in campo per divertirmi e all’inizio ero anche un po’avventato, tipo che tentavo un tunnel al centravanti avversario nell’area di rigore. Poi arrivò Vinicio e mi spiegò come si giocava: io ho messo in pratica ciò che lui chiedeva e ha avuto ragione”: Mario Cantarelli oggi è un pensionato di 76 anni che vive a Pescara, la città da cui approdò a Brindisi nel 1969 ma non prima di averci lasciato il cuore. La moglie è abruzzese. Gli almanacchi raccontano di 230 presenze e tre gol con la maglia biancazzurra, tra il 1969 e il 1976, l’anno del precipizio, senza ritorno: l’addio alla serie B.
Era un altro calcio, quello, ed era un’altra Brindisi. La gradinata in tubi innocenti, i tifosi brindisini guidati da un francescano, fra’ Lino Izzinosa del convento della Pietà, i primi cori introdotti dal gruppo di ultras ostunesi (la cadenza “Fo-rza-Bri-ndi-si” era stata affiancata da un più musicale “biancazzurri, biancazzurri, alè alè alè), il mitico trombettista che suonava la carica con la marcia trionfale dell’Aida, un altro che aveva collegato le trombe dell’auto a una batteria e suonava “Oh Susanna”, ma solo la prima strofa e la melodia non si chiudeva mai, come un’ossessionante incompiuta. Una sola donna in gradinata, cinquantenne con i capelli neri come la pece, il rossetto rosso intenso e una sigaretta perennemente accesa. E poi ghiacciomenta, caffè dello sport e le candele Lodge sui tabelloni pubblicitari.
“Il primo impatto con Brindisi fu un po’ traumatico. Non era certo la bella città che è diventata oggi. Si entrava dal rione Paradiso, incontravi tante baracche, poi per arrivare al Casale attraversavi quella che chiamavano la Corea. Era tutta da ricostruire, c’era tanta miseria. Ma aveva un grande presidente: Franco Fanuzzi riuscì a costruire una squadra che era davvero un lusso rispetto alla realtà in cui era nata”.

Lei aveva già giocato per alcune stagioni nel Bari, addirittura anche una partita in serie A, poi il trasferimento a Pescara. Come si ritrovò all’improvviso a Brindisi?
“Il Pescara era in grandi difficoltà economiche. Il commendatore Fanuzzi lo seppe e venne a vederci giocare per trovare qualcuno che potesse rinforzare la sua squadra. Voleva a tutti i costi vincere il campionato di serie C e arrivare in B. Il Pescara era disposto a cedergli Cremaschi e Boccolini, ma lui si impuntò: se non mi date anche Cantarelli non prendo nessuno. E fu accontentato. Franco Fanuzzi è stato un grandissimo uomo e un personaggio unico, ma soprattutto un grande intenditore di calcio. Si sentiva talmente legato alla città che voleva portare la squadra che ne portava il nome ai massimi livelli. La serie B doveva essere una tappa intermedia: la sua ambizione era la serie A e sono sicuro che ci sarebbe riuscito se non fosse morto all’improvviso”.
Il calcio di allora era diverso tecnicamente, ma anche sul piano economico. Quando guadagnava?
“Al Brindisi prendevo 350 mila lire al mese, poco più di un impiegato. Ma per noi il vero guadagno erano i premi-partita che erano un’istituzione. Qualche giorno prima veniva il presidente e ci diceva quanto ci sarebbe toccato in caso di vittoria. Con quei soldi dovevi camparci. Ai più forti la società pagava anche il ristorante, ma era un trattamento per pochi”.

I calciatori non erano star, soprattutto il calcio era lontanissimo dal pubblico femminile. Un po’ triste no? Come viveva un calciatore professionista a Brindisi negli anni Settanta?
“Io avevo preso casa al Casale, proprio accanto allo stadio, in un appartamento dell’ingegner Mautarelli. Non c’erano veri luoghi di ritrovo, ognuno di noi si costruiva delle amicizie personale, frequentazioni private. Avevo una grande amicizia con Gino Zecca, il meccanico del Casale che si è sempre speso per tutti noi giocatori. Era uno che risolveva tutti i problemi e soprattutto era un’ottima compagnia, penso che personaggi come lui vicini alle squadre siano fondamentali per creare un clima positivo. E poi c’era Franco Fontana, il proprietario del “Gabbiano”. So che non c’è più e anche il ristorante è stato chiuso. Non sa quante serate a mangiare e a chiacchierare con Franco e il fratello. Si faceva sempre tardi e poi una sigaretta sulla banchina con i pescatori che uscivano per mare. Durante il giorno noi giocatori ci vedevamo per un caffè al bar Sica, di fronte alla latteria Angelini, a fianco al negozio di fiori di Mimino Fiorini”.

Se c’è una gara epica, l’Italia-Germania 4-3 di Brindisi, è la vittoria contro il Genoa per 3-0. Perché resterà per sempre “la partita della storia”?
“Era il pomeriggio della vigilia di Natale. I giornali scrissero che il Genoa, la squadra costruita per vincere il campionato, e che poi arrivò in serie A, si era giocata il premio partita doppio contro il Brindisi, una neopromossa. Fu una partita di quelle che non si ripetono, lo stadio pieno, c’erano 10-11 mila persone. Sembravamo posseduti, ognuno di noi tirò fuori delle qualità che nessuno immaginava di avere. Boccolini fece una partita strabiliante, Tomy realizzò una doppietta e Blek Cremaschi mise il gol dell’apoteosi. Alla fine della partita era ormai buio e i tifosi non volevano andare via dallo stadio nonostante fosse Natale: utilizzarono i giornali come torce e fecero una fiaccolata che illuminò la gradinata. Poi ci aspettarono all’uscita e ci acclamarono: sembrava che nessuno volesse tornare a casa, che si volesse rendere eterno quel momento”.

Nella storia della serie B restano quelle sei vittorie consecutive che aprirono la strada a una salvezza miracolosa. E qui siamo siamo al secondo monumento del calcio brindisino.
“Con l’allenatore Invernizzi, che aveva sostituito Renna, si era creato astio nello spogliatoi. Io stesso non ci andavo d’accordo, avevo iniziato la stagione con problemi al ginocchio e Mimmo Fanuzzi mi disse: se vuoi andartene, vai pure. Feci le valigie e lasciai Brindisi. Le cose però cominciarono ad andare male, la squadra era precipitata in fondo alla classifica e rischiava di retrocedere. Richiamarono Renna, Fanuzzi mi telefonò: torna. Presi la macchina e arrivai a Brindisi in pantaloncini, senza neanche una valigia. Gli dissi: torno in campo, ma non faccio il capitano. Giocammo con la Spal in casa, vincevamo 2-0 ma prendemmo due gol e finì in pareggio. Mi chiamò ancora Fanuzzi in disparte: “Devi fare il capitano”. Io gli dissi: “Lo faccio, ma devo parlare con la squadra”. Mi fu concesso, tornai nello spogliatoio e feci un bel discorso, dissi ai ragazzi che avevamo una squadra forte e che non si poteva retrocedere. Andammo in trasferta a Novara e vincemmo. Fu la prima, poi in casa con l’Avellino e segnai io, a Palermo Magherini fece un gol da trenta metri. Sei partite consecutive, sentivamo che non ci poteva fermare più nessuno. Avevamo ritrovato la fiducia. Ad Arezzo all’ultima giornata ci bastava il pareggio: la città fu invasa dai nostri tifosi, arrivati con un treno speciale. Di Vincenzo fece una papera, forse l’unica della sua carriera, e prendemmo un gol. Ma poi Marmo pareggiò e fu un trionfo indimenticabile, prima ad Arezzo con i tifosi, poi di ritorno a Brindisi”.

Questa favola termina però e senza un lieto fine. La retrocessione in serie C e poi i successivi tracolli. Dopo 42 anni il Brindisi non è mai più riuscito a venire fuori dal baratro e ormai quasi tutti i tifosi di oggi non hanno vissuto gli anni della serie B. Cosa accadde?
“Prima di tutto la morte del commendatore Fanuzzi. Con lui il Brindisi sarebbe rimasto ai massimi livelli per chissà quanti anni. Quando arrivò la notizia tutti avemmo la paura, non dico la certezza, che sarebbe finito tutto. Il figlio Mimmo non aveva l’esperienza e la capacità, fino a quel momento era stato solo «il figlio del presidente». Poi ne ha pagato le conseguenze sulla sua pelle. Io ho voluto bene a Mimmo come se fosse un fratello. La retrocessione del Brindisi fu in parte responsabilità della sua inesperienza. Ci fu un triunvirato composto da giornalisti nazionali, direttori sportivi e giocatori che spinsero per portare a Brindisi il blocco del Foggia e un allenatore, Puricelli, che aveva un grandissimo passato da calciatore, ma che aveva sistemi vecchi, ormai superati dalle tecniche olandesi che prevedevano allenamenti duri. Con Puricelli la mattina i giocatori erano in giro per la città o seduti al tavolino del bar. Parlai con Mimmo Fanuzzi, istintivamente si fidò di me: gli dissi dobbiamo richiamare Bonafin. Ma mentre era in volo e stava per atterrare a Brindisi i giornalisti di testate nazionali chiamarono Mimmo e gli dissero: se mandi via Puricelli ti distruggiamo. Così quando Bonafin atterrò a Brindisi andai in aeroporto e gli dissi: devi tornartene a casa. Poi Fanuzzi mi chiamò: “Mario, hai perso la guerra. Te ne devi andare”. E io gli risposi: “Voi avete perso la guerra, perché retrocedete”. Dopo un mese e quattro sconfitte consecutive mi richiamarono. Il Brindisi quell’anno si poteva salvare, aveva ottimi giocatori e Ulivieri, che vinse il titolo di capocannoniere del campionato con una squadra retrocessa. Forse era destino”.

Cantarelli, la pagina più triste di questa storia è stata scritta qualche anno fa con la morte di Dino Cremaschi.
“Ci ha legati una grandissima amicizia nata ai tempi del Pescara. Pensi che conoscevo la sua futura moglie prima ancora che si sposassero. Era un centravanti di razza ma soprattutto un uomo gentile e per bene. Io ero più anziano di lui e smisi prima. Quando Blek stava male mi avvisò Sensibile e con lui andai a trovarlo sperando di infondergli quella voglia di lottare contro la malattia che lo stava portando via. “Dai Blek che si torna in campo”. Ma non ce la fece. Ci ritrovammo in tanti del vecchio Brindisi ai funerali, in una chiesa di Lodi, per sentirci per l’ultima volta insieme con lui. Blek non è mai morto nella nostra memoria, né in quella dei brindisini che lo hanno conosciuto. Non fatelo mai dimenticare ai tifosi di oggi. Non dimenticateci mai, perché abbiamo lasciato lì un pezzo grande del nostro cuore. Io ero un brindisino e adesso mi sento un brindisino all’estero. Lo scriva. Mi saluti la mia città”.