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«Sui social gli insulti vanno contestualizzati»: chiesta l’archiviazione della denuncia della sindaca di Lecce

Insultare una sindaca sui social dopo che ha subito un furto in casa non costituisce necessariamente diffamazione. È questa, in sostanza, la valutazione della Procura di Lecce, che ha chiesto l’archiviazione del procedimento nato dalla denuncia presentata da Adriana Poli Bortone contro gli autori di alcuni commenti offensivi pubblicati su Facebook e altre piattaforme. Una posizione contestata dalla legale della prima cittadina, che ha già annunciato opposizione.

La vicenda risale alla scorsa estate, quando l’abitazione della sindaca fu presa di mira dai ladri. Alla notizia del furto seguirono numerosi commenti sui social, alcuni apertamente offensivi. Tra le espressioni finite nella denuncia figuravano «Tra ladri non ci si tocca» e «hanno fatto bene».

Per il pubblico ministero Roberta Di Filippo, tuttavia, non ricorrerebbero gli estremi della diffamazione aggravata. Nella richiesta di archiviazione, la magistrata sostiene che ogni espressione debba essere valutata nel contesto in cui è stata pronunciata, richiamando la «deresponsabilizzazione» che caratterizza le cosiddette piazze virtuali.

La Procura introduce anche un altro elemento: la diversa ampiezza del diritto di critica quando il destinatario è un esponente politico. Secondo il pm, infatti, la reputazione di chi ricopre incarichi pubblici resta meritevole di tutela, ma deve sopportare una maggiore esposizione alle critiche rispetto a quella di un comune cittadino.

Una motivazione che non convince Francesca Conte, avvocata della sindaca, secondo la quale proprio la diffusione degli insulti attraverso i social dovrebbe richiedere maggiore attenzione da parte della magistratura.

«È una battaglia di etica giuridica e di civiltà», ha dichiarato la legale, annunciando l’intenzione di opporsi alla richiesta di archiviazione.

Secondo Conte, riconoscere un contesto di deresponsabilizzazione nelle piattaforme digitali rischia di offrire una giustificazione alla violenza verbale. L’avvocata contesta inoltre l’idea che chi esercita funzioni politico-amministrative debba accettare qualsiasi espressione offensiva come manifestazione del diritto di critica.

Il procedimento, dunque, non è ancora definitivamente chiuso. La Procura ha chiesto l’archiviazione, ma la decisione spetta al giudice per le indagini preliminari, che dovrà valutare anche l’eventuale opposizione della parte offesa.

La questione sottoposta al giudice riguarda il confine tra critica politica, anche aspra, e offesa alla reputazione personale, quando le espressioni vengono pubblicate sulle piattaforme social.