Il tango a Brindisi: una novità? Non proprio. Diciamo meglio: un revival

di Gianfranco Perri

Avessi fatto di professione il pilota d’aereo, sarei stato -credo- uno scrittore prolifico. E sì, perché i miei “scritti” a cui più sono affezionato, li ho “scritti” quasi tutti, in aereo: magari trasvolando l’oceano di notte, senza -come solito- dormire.

Comunque, anche se non da pilota, viaggio molto, e l’oceano lo trasvolo con abbastanza frequenza: negli ultimi quarant’anni, credo, ben più di duecento volte! E così -da una decina d’anni a questa parte- qualche “scritto” che ho poi saputo sia anche piaciuto a molti, l’ho anche “scritto”.

Sarà la pressione in cabina, sarà l’effetto della buona grappa o del buon cognac dopo cena, sarà l’atmosfera un po’ surreale creata dalla penombra in cui tanti sconosciuti tutt’intorno dormono, sarà l’idea dello stacco fisico dalle quotidiane vicissitudini terrestri e terrene, ma volando mi viene spontaneo di pensare, poi, anche, fantasticare, e poi, anche, scrivere… e non importa troppo il soggetto dell’occasione.

Stavolta scrivo di “tango”. Ho letto, solo qualche giorno fa su Senza Colonne News, la notizia di un prossimo evento di tango alla fine di questo mese di aprile nel Teatro Verdi di Brindisi -la sesta edizione del Festival & Campeonato di Tango- e adesso, combinazione, sulla rivista “Nexos” di American Airline -sto volando da New York a Madrid- ho letto un bell’articolo intitolato: “i 100 anni di La cumparsita”: uno tra i tanghi più celebri di tutti i tempi.

E così, inevitabilmente, mi si sono affollati nella memoria tanti dei miei, ormai troppi, ricordi: dallo spensierato canzonettare di mia madre -credo si chiamasse “Il tango delle capinere” una delle sue canzoni predilette- indaffarata in cucina, alle strade e alle “milongas” di Buenos Aires. Dopo ne racconto!

Nell’aprile del 1917, 100 anni fa, l’orchestra dell’italo argentino Roberto Firpo interpretò per la prima volta in pubblico, nel Cafè La Giralda di Montevideo, una composizione dell’allora giovane pianista, lo studente uruguaiano Gerardo Matos Rodriguez: da quel giorno “La cumparsita” iniziò il suo inarrestabile percorso che presto lo convertì nel tango più interpretato e più registrato nel mondo, tanto da essere dichiarato -nel 1997- “inno culturale e popolare” dell’Uruguay. “La comparsa” vuol dire “gruppo di persone mascherate, che sfilano e ballano durante le feste del carnevale”. “La cumparsita” invece, semplice diminutivo, ne indica uno piccolo o comunque poco pretenzioso di quei gruppi.

In cento, e anzi credo in più di mille, lo hanno interpretato e lo hanno registrato. I compositori italo argentini Conturisi e Maroni ne scrissero le famose parole “Desde el día que te fuiste siento angustia en mi pecho. Decì percanta: que has hecho de mi pobre corazòn”. Il cantore per eccellenza del tango, Carlos Gardel, con la sua voce e la sua interpretazione lo elevò a livello di mito. Il famoso musicista italo-argentino Astor Piazzolla, spesso critico verso i tanghi troppo orecchiabili e poco creativi, lo interpretò e lo incise in varie occasioni. In Italia furono in molti a interpretare il famoso tango: Tito Schipa per esempio e, più di recente, anche Milva.

Gli esperti e studiosi del tango sanno che il pezzo strumentale fu scritto qualche mese prima del suo esordio in pubblico, verosimilmente tra la fine del 1915 e l’inizio del 1916, in piena prima guerra mondiale, e sanno che l’autore Gerardo Matos Rodriguez ne aveva poi anche scritto un testo. Mentre furono gli autori Conturisi e Maroni che scrissero le parole -poi più universalmente conosciute- riprese nell’incisione che nel 1924 ne fece Carlos Gardel per la casa discografica Odeon, accompagnato dalle chitarre di Ricardo e Barbieri.

Sempre gli esperti, dicono che la versione migliore che mai sia stata registrata del tango “La cumparsita” è quella della leggendaria orchestra di Juan D’Arienzo, ma a me, modestamente, piace di più quella del grande Gardel.

È mai possibile appartenere al mondo del tango, ballato, suonato, cantato, ascoltato, senza essere coinvolto e stregato dalla forza colossale di questo pezzo? Credo proprio di no. E infatti, per scoprire questo filo invisibile che aggroviglia, a vario titolo, tutti i tangheri del mondo, basta passeggiare ancor oggi per le strade di Buenos Aires: io l’ho fatto ed assicuro che quel filo esiste!

E si! Infatti, l’epoca dorata del tango fu la decada degli anni ’40 -quando mia madre a Brindisi era una ventenne- poi si fu spegnendo poco a poco fino a segnare negli anni ’70 e ’80 il suo periodo peggiore. Poi risorse negli anni ’90, e da allora è stato un ritorno inarrestabile alla ribalta, conquistando e riconquistando generazioni intere, anche di paesi e popoli inimmaginabili, finanche nel più lontano Oriente.

Dal mio articolo “Brindisi, perla in un pianeta di bellezze” – Senzacolonne 11 novembre 2011:

 … Nel più ovvio locale di tango di Buenos Aires, quindi nel quartiere di San Telmo, seduti a un tavolo, nella penombra vediamo due coppie di ballerini che a prima vista ci sembrano brutti assai, e pure buffi con tutte quelle trine e quei damaschi addosso, ma diventano bellissimi appena la musica comincia. Quando la musica comincia, loro in uno spazio ridottissimo, scansando tavoli scrostati e camerieri come pinguini, scansando clienti che vanno al bagno e sempre sulle stesse cinque o sei mattonelle, disegnano l’amore, la guerra, il sesso. A occhi chiusi, senza ripetere mai gli stessi movimenti, senza essersi “messi d’accordo”, ma appunto in un accordo interno che è la musica, ballano. Si respingono, si attirano, si disegnano l’un l’altro… – “Ma quale amore” di Valeria Parrella-

Ma il tango a Buenos Aires lo si balla ovunque, specialmente nelle “milongas”, specie di balere popolari, ed anche per strada: è facilissimo imbattersi in ballerini più o meno improvvisati che si esibiscono su una piazzetta o piroettando tra i tavolini di un caffè.

La prima volta che andai a Buenos Aires, con Mariana nell’aprile 1991, una sera dopo cena chiedemmo ad un tassista di portarci ad ascoltare un po’ di buon tango. Naturalmente a San Telmo ci disse, però vi porto in un posto non da turisti, ma da “portegni” ossia dove gli argentini di Buenos Aires vanno ad ascoltare il tango.

Arrivammo già sul tardi, la strada abbastanza appartata e semi buia, il taxi si fermò su quello che sembrava l’uscio di un bar di periferia. L’insegna era accesa “Los dos Pianitos” e con la luce fievole, così come fievoli erano le luci all’interno che si potevano indovinare dalla strada. Con Mariana ci guardammo con sguardo insospettito e preoccupato, ci dovevamo fidare del tassista? Ma il gioco ormai era fatto e, senza il tempo per altre riflessioni, eravamo già all’interno del locale. Poco più di una mezza dozzina di tavoli, due o tre dei quali occupati da altrettante coppie. Al fondo il tipico bancone da bar e nel bel mezzo del salone due piani neri, posizionati di spalla, cioè l’uno con la spalla attaccata a quella dell’altro: erano i due piani che davano il nome al locale.

Ci venne incontro il padrone del locale, un signore di una certa età che salutò confidenzialmente il tassista, evidentemente suo amico oltreché coetaneo il quale, entrato con noi, si premurò di presentarci a quel signore. Ci accomodammo ad uno dei tavoli ed il tassista si andò a sedere da solo ad un altro tavolo, ordinando un bicchiere “del solito”. Il padrone di casa ci volle premurosamente spiegare che era un po’ tardi e che, essendo un giorno infrasettimanale, la musica dal vivo degli artisti del locale era ormai finita e che però, con piacere, lui ci avrebbe suonato qualche pezzo.

Ci aprirono una bottiglia di vino rosso e ci portarono un bel piatto di formaggi assortiti, con qualche salsiccetta appena cotta alla brace, che era naturalmente l’accompagnate “per default”. Dopo una decina di minuti, il signore di casa si siede al piano e comincia a suonare, divinamente e rigorosamente al ritmo di tango. E cosa suona? “La cumparsita”!

Una delle coppie seduta ad uno dei tavoli, si alzò e cominciò a ballare, si trattava di una coppia attempata -noi vent’anni fa avevamo solo quarant’anni e non escludo che i tanti vecchietti che vedevamo, forse oggi non ci parrebbero poi così anziani- che nella penombra sembrava quasi galleggiare tra i tavoli come dondolata dalle onde di un mare improbabile.

Al secondo tango, il tassista si alzò, si avvicinò al pianista e cominciò a cantare “Por una cabeza”, un altro classico tra i classici di Carlos Gardel.

L’ambiente si stava incredibilmente trasformando, da quello un po’ triste e quasi squallido che ci aveva accolto, ad uno caldo armonioso e quasi magico. Invitammo il tassista a bere un bicchier di vino con noi, poi in effetti di bicchieri di vino ne bevemmo qualcuno in più tutti quanti, la musica al piano proseguì con il suo canto e con il ballo, anche gli altri pochi clienti presenti si lasciarono coinvolgere e ci ritrovammo, noi compresi, a cantare in coro qualcuna delle strofe musicali più conosciute e più facili da intonare: di nuovo e in primis “La cumparsita”. Rimanemmo in quel locale poco più di un’oretta in tutto e poi andammo via: un’esperienza molto bella, indimenticabile quanto imprevista ed imprevedibile.

Sono ritornato più volte ancora a Buenos Aires: una volta ad un tassista chiesi se conoscesse “Los dos Pianitos” a San Telmo, mi rispose che il signore de “Los dos Pianitos” non c’era più, e che non c’erano più neanche i due pianini di San Telmo.

Dunque, amici brindisini: riascoltiamo il tango, riballiamo il tango, risuoniamo il tango. Riscopriamo e ricalchiamo le passioni dei nostri genitori, dei nostri zii e dei nostri nonni: magari così ci accorgiamo che le cose veramente belle sono semplici e sono lì… proprio a portata di mano, a portata di ricordo. Coraggio!

gianfrancoperri@gmail.com