Brindisi longobarda: per due secoli fantasma

Conclusa nel 553 la rovinosa ventennale guerra greco-gotica con la vittoria dei Bizantini e la sottomissione dell’intera penisola, l’imperatore Giustiniano ne affidò l’amministrazione al generale vincitore Narsete il quale, coadiuvato dai suoi comandanti militari distribuiti sul territorio, organizzò un governo estremamente esoso, affidato a burocrati incapaci e del tutto corrotti. Ma quella vittoria si rivelò essere stata del tutto pirrica, giacché dopo pochissimi anni, a partire dal 568, i nordici Longobardi penetrarono in Italia dal Friuli sotto la guida del re Alboino e dilagarono occupando Pavia, che divenne la loro capitale. Quindi, si infiltrarono nel Sud, insediandosi a Spoleto e a Benevento, fondando due potenti ducati. A differenza dei Goti, i Longobardi non perseguirono obiettivi di collaborazione con i vinti, ma li assoggettarono senza neanche tentare di dar vita a forme di organizzazione statale. Eliminarono la residua aristocrazia di origine romana, si spartirono terre e genti e, da ariani quali erano, non risparmiarono neanche atti di persecuzione ai danni della Chiesa cattolica.
I Bizantini organizzarono la difesa in prossimità delle coste e intorno ad alcune città fortificate, riuscendo inizialmente a conservare la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, Roma, l’esarcato di Ravenna con la Pentapoli, la Calabria, parte della Campania e la Apulia et Calabria, quest’ultima l’attuale Salento in cui sarebbero poi sopravvissute solo Taranto, Gallipoli, Ugento, Castro, Otranto, e Brindisi, sottoposte però a un progressivo impoverimento con il quasi totale ripiegamento dell’iniziativa economico-produttiva, privata e statale. Solo Otranto, a differenza di tutto il resto del Salento, elevato a centro del potere regionale bizantino, divenne un polo dinamico di rilievo affermandosi come emporio della regione.
Il ducato longobardo di Benevento fu fondato intorno al 570 e ne fu primo duca Zottone che nel 591 fu succeduto da Arechi I il quale, durante il mezzo secolo che durò, estese verso sud il già consolidato territorio del ducato, sottraendo ai Bizantini anche le importanti città di Capua Salerno e Crotone. Alla sua morte nel 641, i presidi meridionali bizantini si erano notevolmente ridotti, essenzialmente limitati a Napoli, Amalfi, Gaeta, Sorrento, la Sicilia, parte della Calabria e alcune città costiere pugliesi e salentine: Trani, Bari, Brindisi, Otranto, Gallipoli e Taranto. Nel 647 divenne duca di Benevento Grimoaldo I che, quando nel 661 fu nominato re dei Longobardi, lasciò il ducato al figlio Romualdo, poco prima che l’imperatore d’Oriente Costante II salpasse in armi da Costantinopoli per intraprendere la riconquista dell’Italia.
Costante II sbarcò a Taranto nel 663 e risalì la Puglia seminando distruzioni: saccheggiò Oria, Ceglie, Conversano, Monopoli, Bari, e via di seguito. Poi s’inoltrò nel Sannio senza però riuscire a impadronirsi di Benevento e giunse a Napoli. Di lì si recò a Roma e quindi vi ritornò per poi raggiungere via mare la Sicilia, dove la spedizione si concluse nel luglio del 668 con il suo assassinio. Poco dopo la morte di Costante II, il duca di Benevento Romualdo conquistò nuovi spazi e in Puglia giunse stabilmente fino a Taranto Oria e Brindisi, che divenne longobarda intorno al 680.
Da quel momento, la linea di frontiera in Puglia tra territori longobardi e bizantini si stabilì nel Salento settentrionale, intorno alla direttrice Taranto-Oria-Brindisi, anche se le tracce dell’effettivo stanziamento longobardo rimasero alquanto evanescenti, non essendoci riscontri dell’esistenza di un fronte militare lineare ed ermetico, ma solo evidenze di contiguità di influenze non arginate da frontiere stabili e durature. I Longobardi, la cui influenza si stemperava nel Salento settentrionale e svaniva del tutto da Otranto in giù, di fatto non furono in grado di riempire il vuoto di potere che in quella fascia intermedia pur lasciava la debole amministrazione bizantina. Di conseguenza, Bisanzio non cessò di considerare la situazione pugliese come una guerra interrotta, programmandone e, infine, completandone la riconquista nell’885, al culmine della campagna del generale Niceforo Foca, quando anche Brindisi tornò ad essere bizantina.
Durante due interi secoli dunque – da circa il 680 a circa l’880 – Brindisi restò ‘formalmente’ longobarda. E che ne fu di Brindisi in tutto quel tempo? Ebbene: ben poco, a giudicare dalla carenza estrema di fonti storiche pervenute, solitamente indizio di mancanza di eventi, circostanze e personaggi da riferire e quindi, forte indizio di marcata decadenza, associata, anche e certamente, ad un progressivo processo di depopolamento ed alla conseguente perdita della stessa fisionomia urbana della città. Del resto, come accennato anche prima, già durante i cent’anni precedenti la conquista longobarda, Brindisi aveva sofferto un progressivo decadimento socioeconomico che, innescato dalla guerra greco-gotica, era proseguito e si era aggravato sotto la disastrosa amministrazione – inefficiente, esosa e corrotta – del governo bizantino.
Quando poi i Longobardi di Romualdo presero la città – ormai in gran parte già abbandonata dai suoi abitanti in fuga – non sapendo come gestire quel porto che i Bizantini avrebbero potuto utilizzare per aprirsi una comoda testa di ponte sul territorio peninsulare a nord di Otranto, decisero di non recuperarla e, anzi: fecero l’opposto. Preferirono quindi, elevare a loro caposaldo regionale la vicina Oria, già roccaforte bizantina, localizzata in posizione strategica e facile da difendere in quanto lontana dalla costa e arroccata su una altura. E benché non ci siano elementi del tutto certi per stabilire la data in cui anche il vescovo brindisino trasferì la sua sede a Oria, è probabile che ciò avvenne in quello stesso frangente storico e, forse, furono gli stessi Longobardi, convertitisi intorno a quegli anni al cristianesimo romano, a favorire l’instaurazione per la prima volta in quella città di una cattedra episcopale tra fine ‘600 e primi ‘700.
«Alla fine del VII secolo era vescovo di Brindisi Prezioso, a noi noto solo dal 1876, quando fu scoperto in contrada Paradiso il suo sarcofago, in un sepolcro che si può attribuire ad una fase di sbandamento della cittadinanza, sia per il luogo del ritrovamento, in una contrada lontana dalla città e dalla necropoli romana, sia per le caratteristiche dell’epigrafe. Egli fu l’ultimo vescovo residente in Brindisi, prima che la sede episcopale si trasferisse in Oria a ulteriore prova della volontà longobarda di distruggere Brindisi. I Longobardi, quindi, fecero di Oria un loro caposaldo, che divenne anche sede dei vescovi di Brindisi, come conferma l’epigrafe rinvenuta nei pressi del castello di Oria, che riporta il nome longobardo del vescovo Megelpotus, erettore di una chiesa dedicata alla Vergine e, probabilmente, primo vescovo a risiedere in Oria… La documentazione epigrafica indica che ai margini di Brindisi solo rimasero alcuni gruppi di Ebrei, parte stabiliti presso il seno di levante del porto interno e parte presso l’attuale via Tor Pisana dove vi fu anche un loro sepolcro, con qualche altro sparuto gruppo di cittadini stabiliti intorno al vecchio martyrium di San Leucio, ubicato prossimo all’attuale chiesa Cappuccini» [Giacomo Carito].
Ad ulteriore riprova dell’estrema debolezza sociale, oltreché politica ed economica, in cui si trovò a versare con quei suoi superstiti abitanti la città divenuta longobarda, un cronista tranese – in una delle rare eccezioni alla citata carenza di fonti documentarie su Brindisi – la descrive “eversa vero atque diruta” e senza guida morale, nel suo racconto del trafugamento delle spoglie del protovescovo brindisino San Leucio, effettuato nottetempo da un gruppo di Tranesi, proprio in quel finire di VII secolo.
In seguito, il ducato di Benevento sopravvisse anche all’arrivo dei Franchi di Carlo Magno che, sceso in Italia nel 771 e sconfitti i Longobardi nel 774, rinunciò ad estendere il proprio controllo sulle longobarde terre meridionali, preferendo mantenere in vita quello stato longobardo in qualche modo a lui sottomesso, piuttosto che intraprendere impegnative campagne militari che avrebbero potuto stimolare imbarazzanti richieste di ampliamento territoriale da parte pontificia, nonché attivare pericolose frizioni con il confinante impero bizantino, proprio lungo quel labile limes della direttrice Taranto-Oria-Brindisi. E così, Brindisi restò ancora formalmente longobarda, pur se quasi ‘di fatto, come inesistente’.
Di Brindisi, infatti, nelle cronache dell’epoca se ne riparla solo nell’838, quando sullo scenario meridionale d’Italia, affianco ai tre preesistenti contendenti, bizantini, longobardi e imperiali sacro-romani, comparve un quarto litigante: i Saraceni, musulmani nordafricani provenienti dalla loro nuova vicina base, la Sicilia, che da poco più di una decina d’anni avevano cominciato ad occupare sottraendola ai Bizantini, e da cui avevano cominciato a guardare all’Italia peninsulare come ad una meta di facili scorrerie, in una delle quali risalirono per la prima volta l’Adriatico e s’impadronirono indisturbati di Brindisi.
Il duca Sicardo, appena saputolo, accorse da Benevento con numerose forze per respingerli, ma fu bloccato da un banale tranello: gli assalitori, scavata una trincera in prossimità dell’ingresso alla città, la ricoprirono con rami e con zolle di terra e vi attirarono il nemico che cadde nella trappola subendo gravissime perdite; lo stesso Sicardo riuscì solo fortunosamente a salvarsi. I Saraceni poi, avuta notizia che dopo lo scacco il duca Sicardo preparava la rivincita, non esitarono a dar fuoco alla città e a ritirarsi, non senza averla depredata del poco ancora depredabile. Quindi, alcuni di loro si stabilirono una quindicina di chilometri più a nord, nella strategica e protetta baia di Guaceto, ove costruirono un campo trincerato che utilizzarono a lungo come base per le loro scorrerie di mare e di terra.
Nell’840 i Saraceni risalirono le coste della Calabria ed occuparono Taranto e qualche anno dopo, nell’847, ritornati sull’Adriatico, espugnarono anche Bari. Così, oltre che dalla Sicilia, anche da Taranto e soprattutto da Bari – città che divennero sedi di emirati – partirono per anni le incursioni arabe dirette sulle città e sui territori appartenenti ai domini bizantini residui in Italia, nonché a quelli longobardi. Nell’864, una flotta veneziana, battuti i Saraceni, permise per qualche anno la restaurazione del dominio bizantino su Taranto, mentre nell’866, il sacro romano imperatore dei Franchi, Ludovico II, disceso in Puglia per scacciare i Saraceni da Bari, riuscì solo a liberare dall’occupazione araba Matera Canosa e Oria, nel trascorso di una lunga campagna in cui i Franchi – circa l’867 – occuparono momentaneamente anche Brindisi. Dopo qualche anno, Ludovico II ritornò su Bari, conquistandola finalmente il 3 febbraio dell’871, liberandola dal trentennale dominio arabo e facendo prigioniero l’emiro. E nell’880, i Bizantini dell’imperatore Basilio I liberarono anche Taranto dai Saraceni.
Infine, sbarcato sulla punta dello stivale nell’885, l’abile stratega bizantino Niceforo Foca estese l’offensiva su quasi tutto il Meridione continentale, riconquistando sia le città ancora rimaste in mano araba e sia gran parte dei territori occupati dai Longobardi, per poi – nell’886 – rientrare a Costantinopoli, imbarcandosi con tutto il suo esercito a Brindisi dopo avervi lasciato liberi gli schiavi catturati lungo l’offensiva. I limiti territoriali di quella conquista non sono definiti con esattezza nelle fonti, ma è verosimile che i Bizantini abbiano rioccupato tutta la regione che si estende dalla valle del Crati fino a Taranto, la Lucania orientale con le vallate del Sinni e del Bradano, nonché tutta la costa salentina, risultando più arduo definire dove essi siano arrivati a nordovest di Bari. Certo è, comunque, che fu nel contesto di quella campagna che Brindisi tornò sotto il formale controllo dei Bizantini, i quali, dopo i duecento anni della parentesi longobarda, la ritrovarono in condizioni pietose, persino peggiori di quelle in cui l’avevano lasciata e probabilmente all’apice negativo della sua già più che millenaria esistenza. La Brindisi dei Longobardi, infatti, altro non era stata, che una ‘città fantasma’.