Coriandoli – Racconti al balcone

Sbadigliò un paio di volte prima di alzarsi. I ragazzi del piano di sopra avevano imperversato fino all’alba, fra urla, risate e musica a tutto volume. Non poteva neanche lamentarsi. L’ultimo arrivato, una matricola mingherlina con i capelli rossi e un lieve balbettio nella voce, aveva suonato il campanello due sere prima. “S-signora Tina, s-sabato s-sera faremo un po’ di chiasso. Volevo avvisarla, ci scusi, è carnevale. Anzi, perché non s-sale anche lei? Ci farebbe piacere” le aveva chiesto, tormentandosi l’orlo del maglione. Tina aveva reclinato l’invito e il ragazzo era risalito, con un sorriso di sollievo dipinto sulle labbra. Così aveva resistito all’impulso di battere il soffitto con il manico della scopa, quando alle tre era partito l’inconfondibile “It’s fun to stay at the Y.M.C.A.” dei Village Peaple che, fortunatamente, aveva segnato anche la fine dei bagordi. Si stiracchiò e, dopo aver preparato la moka, guardò fuori dalla finestra per vedere se piovesse. Un sole pallido illuminava il patio, costellato di puntini variopinti come se avesse il morbillo. Non sembravano solo coriandoli, c’era qualcosa di molto meno piacevole a imbrattare il pavimento. Sbuffò, indispettita. Non aveva intenzione di passare la mattinata a ripulire la sporcizia di quei maleducati. Si vestì e salì la rampa che la separava dall’appartamento dei ragazzi. La porta d’ingresso era socchiusa. “Ecco” pensò Tina, “avranno bevuto così tanto da dimenticare il minimo della prudenza”.
Entrò cauta, chiamando l’unico che conosceva per nome. Vide un piede spuntare dalla stanza in fondo al corridoio. Alzò il tono della voce. Il silenzio era surreale, non si sentiva neanche il respiro pesante di chi ha bevuto un po’ troppo alcool. Avanzò ancora, prima di vedere il corpo della matricola dai capelli rossi. Era disteso per terra, con indosso i boxer e una t-shirt e la testa infilata in un sacchetto di plastica trasparente pieno di coriandoli, fra i quali si intravedevano gli occhi vitrei e spalancati. L’urlo le restò strozzato in gola mentre correva fuori dalla casa fino alla strada.
L’ispettore Merisi lasciò passare due bambini travestiti da uomo ragno. Si tenevano per mano, seguiti da un uomo dal viso stanco. “Non lasciare la mano di tuo fratello” gli sentì dire. Strano che avessero scelto lo stesso costume. L’agente davanti al cancelletto gli fece strada. Attraversò il cortile e guardò verso l’alto, attirato dai flash dietro il vetro della finestra al primo piano. La porta al piano terra era aperta, una donna pallida sedeva su una sedia mentre uno dei suoi uomini le faceva qualche domanda. Merisi roteò l’indice destro per indicargli che le avrebbe parlato più tardi. Si scambiarono un cenno di assenso. La stanza era piena di gente e di disordine. Stelle filanti e coriandoli erano dappertutto, accanto a bottiglie di birra vuote e sacchetti di patatine. C’era un vago sentore di marijuana nell’aria stantia. Un tizio della polizia postale stava smanettando sul pc. Merisi lo conosceva, sapeva che non voleva essere disturbato prima di finire i suoi controlli. “Asfissia” disse il medico legale, “almeno così sembra. Vedi il nastro adesivo?” indicò un rotolino accanto al corpo, “Tutto intorno al collo, per bloccarlo.
Avrebbe potuto strapparlo facilmente invece niente, nessun segno sulle mani o sulle braccia. Se l’hanno ammazzato non ha fatto nulla per difendersi. Saprò di più dopo averlo esaminato meglio, ma, se dovessi sbilanciarmi direi che sembra aver fatto tutto da solo. Assurdo”. Merisi cercò con gli occhi il suo vice. “Allora?” chiese. “L’ha trovato la signora del piano di sotto, era salita a lamentarsi dopo la festa di ieri sera. Ci abitano in tre. Ma uno torna sempre dai suoi per il fine settimana e l’altro non c’è. La signora dice che si ferma spesso a dormire dalla ragazza, che abita in fondo alla strada. Ho mandato un agente a cercarlo” rispose l’uomo. Il tizio della Postale richiamò la sua attenzione: “Ci sono strane ricerche” disse, “quelle idiozie che fanno i ragazzi facilmente influenzabili. Choking game si chiamano. Credono che la mancanza di ossigeno provochi lo stesso sballo di una dose. Basta fare qualche giro in rete e si trovano imbecilli che spiegano come fare ad altri imbecilli. E poi fanno delle specie di gare in diretta a chi resiste di più. A volte usano una corda, per provare a strangolarsi, e poi ci restano secchi”. Merisi annuì. Sapeva già che non c’è limite alla stupidaggine, specialmente quando si tratta di adolescenti. Ma questo non sembrava proprio un ragazzino. E poi perché era svestito? Un gioco erotico? E chi c’era con lui? Una coppia con la faccia di chi è stato buttato giù dal letto comparve sulla porta.
Lei spalancò gli occhi e si mise le mani sulla bocca, come a soffocare un grido. Lui sembrò accasciarsi e si poggiò sullo stipite. “Porca vacca. L’ha fatto davvero…” sussurrò a mezza voce, scuotendo la testa. Merisi aspettò che continuasse. “Un amico ha usato il suo pc per scaricare un po’ di musica e ha trovato quelle stronzate sugli impiccati e cose simili. Quelli che fanno questi giochi con ‘sta roba sadica… masochi… non so come si dice. Avete capito no? Avevamo bevuto tutti” indicò il cadavere, “lui era l’ultimo arrivato del gruppo, non era scafato come noi, era normale prenderlo per cu… in giro” si corresse. “Così l’abbiamo sfidato a provarci. Doveva farlo davanti a tutti e poi raccontarci che ca… si provava. Gli abbiamo ficcato una manciata di coriandoli in bocca e lui li ha sputati fuori dalla finestra tossendo come un pazzo e ha vomitato anche l’anima. Gli abbiamo riso dietro. Se ne è andato in bagno a pulirsi. Uno ha proposto di andare a mangiare i cornetti caldi e siamo andati via tutti. È rimasto solo. Io ero un po’ fuori, ecco, e non mi sono preoccupato di vedere come stava. Forse voleva dimostrare…”. Abbassò la testa. Merisi fissò il corpo steso a terra e sospirò. Pensò di nuovo che non c’è limite alla stupidità umana.