Il pesce rosso: un caso per Andrea Merlo – Racconti al balcone (seconda parte)

(Seconda parte)

Fusco porse un altro fazzolettino di carta alla donna. Aspettò che terminassero i singhiozzi, prima di farle qualche domanda. “Un incidente?” aveva chiesto lei, appena si erano presentati. Il tesserino della Polizia era associato solo alle brutte notizie. Merlo aveva allontanato il bambino e ora lo vedeva smanettare sul tablet con le cuffie sulle orecchie. Sembrava concentrato sul gioco ma Merlo si era accorto dello sguardo che troppo spesso era rivolto al corridoio. Accanto alla finestra c’era un acquario. Fra alghe di plastica nuotavano pesci tropicali. Ce n’erano di piccolissimi gialli con code lunghe e alcuni che sembravano saraghi in miniatura. Sentì la voce di Fusco: “Signora, suo marito le ha detto dove andava stamattina?”. La voce della donna era tremante: “Era in riunione. Ogni mese resta a Bari due o tre giorni. Potrebbe tornare il venerdì sera, ma preferisce non guidare col buio. Con il lavoro che fa, quando può evitare, evita. Ha una zona grande, gira sempre e si stanca. Di solito rientra verso le undici”. Fusco le rivolse le solite domande di routine, se sospettava di qualcuno, chi erano i suoi amici, i nomi dei colleghi. Sapeva che, fra le risposte innocue, c’erano sempre da trovare tracce utili. “Suo marito aveva un’altra?” chiese all’improvviso.
La donna esitò un istante, prima di negare. Ricominciò a piangere all’arrivo dei genitori. Quando tornarono all’auto, il proprietario del box davanti al quale avevano parcheggiato cominciò a inveire contro i soprusi di chi si nascondeva dietro la divisa. Fusco non lo degnò di una risposta e ripartì accendendo la sirena. “Figurati se non voleva guidare la sera, quello si teneva a una”, commentò Fusco. Merlo si voltò verso il collega. Non sapeva bene perché, ma l’idea di un’amante vendicativa non lo convinceva. Il luogo, forse. Lo stile da esecuzione. L’odio e la gelosia ti portano a guardare negli occhi la tua vittima, non ammazzi a tradimento. Tornati in caserma, trovarono ad attenderli Micheli: “La pistola è un residuato bellico, se la sono scordata gli americani prima di andarsene”.
Fece un sorriso subdolo che si spense davanti allo sguardo gelido di Fusco. “L’hanno trovata a riva, l’acqua era bassa. L’assassino l’ha gettata via”, continuò, prima di allontanarsi. La perizia diceva che l’arma era stata sottoposta a regolare manutenzione e aveva ancora i proiettili originali. “Svuotano le case dei vecchi e trovano le sorprese” disse Fusco, “baionette, pugnali, qualche fucile da caccia, persino moschetti. I nonni li passano ai figli, che li conservano per ricordo. I nipoti provano a venderli, poi si rendono conto di quanto è difficile senza documenti e ci chiamano per sbolognarseli”. Guardò Merlo. Per quanto diversi, i due uomini sembravano arrivare sempre alle stesse conclusioni. Ora stavano pensando che gettare l’arma era stato istintivo, per l’orrore del gesto commesso. Altrimenti l’assassino l’avrebbe portata via. “Comincia a studiarti la famiglia” propose Merlo, “vediamo cosa ne esce. Cosa ne sai delle armi della guerra?”. Fusco intrecciò le dita sulla pancia, la storia era la sua grande passione: “Si parla tanto dei partigiani, come se a fare la Liberazione sono stati solo loro. Ma, dopo l’armistizio, pure l’esercito italiano si riorganizzò contro i tedeschi. Proprio qua vicino, a San Pietro, si formò il primo raggruppamento motorizzato con il generale Vincenzo Dapino. Pensa che mio nonno, che era tornato perché l’avevano ferito, si presentò volontario tutto zoppicante. Sempre stato antifascista, mio nonno, ma il dovere suo di ufficiale dei bersaglieri l’ha fatto, da una parte e dall’altra. Diceva che era una questione d’onore. Gli americani li guardavano con sospetto.
Li mandarono al macello, prima di fidarsi. Si fecero pure degli amici. La figlia di un cugino di papà se ne sposò uno e se ne partì, quando finì la guerra. Qualche arma gliela avranno fornita, ai soldati. Magari anche pistole. Te l’ho detto, se chiedi a Martini ti fa vedere una massa di verbali, le trovano quando svuotano le case e hanno paura di tenersele. Controlla se ci sono state denunce di colt, ma figurati se Martini non ha già visto, quando è arrivata la perizia balistica. Quello è uno preciso”. Merlo annuì, non era propenso a perdere tempo, l’opinione di Fusco gli bastava. Scorse l’elenco dei colleghi di lavoro di Ripetti. C’era solo una donna: Chiara Bellini. La moglie aveva detto che erano compagni di università ed erano stati assunti insieme, lui per la Puglia sud e lei per Bari. Abitava a Monopoli. Digitò il numero. La voce era nasale, un po’ acuta. Qualcuno aveva sentito la notizia alla radio e l’aveva avvisata. Era stravolta, aveva detto, ma sarebbe arrivata in questura appena possibile.
Merlo pensò che Montalbano l’avrebbe definita una bella quarantina. Chiara Bellini era il prototipo della donna meridionale, bruna e formosa al punto giusto. Non appariscente però. Tutto l’abbigliamento, pantaloni larghi e camicetta chiusa fino al penultimo bottoncino, mostravano il legittimo desiderio di apparire bella senza essere sfrontata. Molto professionale, reputò Merlo. “Eravamo amici da tanti anni, prima alla facoltà di Chimica Farmaceutica e poi nella stessa azienda. Ci sentivamo spesso, sono andata anche al suo matrimonio e al battesimo del bambino”. Torturava l’orlo dei polsini con le dita. “Eravate amanti?” chiese Merlo.
La donna negò, prima con la testa, poi: “No, assolutamente. Ci avevamo pensato all’inizio. Quando studiavamo. Ma eravamo fatti per essere amici, quello sì, non per altro. Si capiscono certe cose, ispettore. Non ci abbiamo mai neanche provato. Ci facevamo confidenze, parlavamo del lavoro. Ci sentivamo spesso. L’amicizia fra donne e uomini può esistere”. Merlo non aveva mai avuto una donna per amica. Anzi, non aveva mai avuto molti amici in generale. Troppo taciturno e riflessivo, così l’aveva liquidato la sua ultima fidanzata, come se parlare solo quando si aveva qualcosa da dire fosse un difetto. “Ha notato qualcosa di strano, ultimamente? Preoccupazione, ansia, paura”, chiese Merlo. “Cose normali” rispose, “volevano un altro figlio ma non arrivava. E poi il lavoro, siamo sempre sul filo del rasoio. Ogni giorno licenziano qualcuno. Noi siamo fortunati, perché lavoriamo in un settore che è sempre in crescita, purtroppo. La ricerca è mirata soprattutto all’Oncologia, ultimamente. I tumori sono la malattia del secolo, non sempre riusciamo a curarli”. Aveva assunto un tono professionale, per poi abbassare la voce in un sussurro. Un’intuizione colse Merlo: “Quando ha scoperto di essere malato?”.
(Continua)