Jojo Rabbit, avere dieci anni ai tempi di Hitler

Si può fare del moralismo ed essere politicamente scorretti allo stesso tempo? Taika Waititi, regista neozelandese di “Jojo Rabbit” ci è riuscito, vincendo oltretutto un Oscar come miglior sceneggiatura non originale. Il “non originale” sta nel fatto che la storia è un adattamento del romanzo di Christine Leunens, “Come semi d’autunno”, storia di un ragazzino nella Germania nazista, fanatico hitleriano che scopre che sua madre nasconde una ragazza ebrea in casa.
Fortunatamente, non è tutto qui, ovvero il tono in cui qualsiasi altra persona avrebbe interpretato questa vicenda sarebbe stata oltremodo drammatica, struggente. L’originalità invece, quella che è valsa un premio Oscar è data proprio dalla vena comica con cui dei personaggi così obiettivamente negativi come i nazisti sono raccontati.
Jojo ha 10 anni, unico suo mito e modello di vita è Adolf Hitler, non proprio un calciatore qualsiasi. La sua camera è tappezzata di manifesti e svastiche e il suo personale confidente, la sua coscienza di bambino è impersonata da Hitler stesso, un personaggio a tratti buffo a tratti dispotico che suggerisce al ragazzo come comportarsi e lo rincuora quando si sente debole. Intorno a lui solo regime, campi di addestramento per infanti dove si insegna a sparare con la baionetta e lanciare granate e ideologia spicciola basata sulla perfezione fisica che dovrebbe corrispondere a quella intellettuale. La dittatura è presente nella vita di Jojo da sempre, i ragazzini della sua età si preparano entusiasti per il loro primo giorno di scuola, quella militare, che è ideata per fare tutt’altro che educazione ma per sottoporli ancora una volta alla chiusura verso il prossimo e all’ignoranza. Gli viene insegnato che l’ebreo è quasi una creatura mitologica, non umana, un essere parassitario con le corna sotto i capelli che non deve essere considerato alla pari della razza ariana. Non come nei classici film a tema nazismo, vediamo che però questa volta i fedeli al regime sono scimmiottati in continuazione, come si muovono e quello che dicono, sembrano costantemente degli invasati, dal saluto nazista presentato come un’inutile e ridondante cantilena alla figura del Fhürer immaginario che all’occorrenza, si lancia dalla finestra.
Come spesso accade in regimi dittatoriali, anche chi è contrario all’ideologia deve in qualche modo fingere di abbracciarla e, nel suo piccolo, “fare quello che può” per aiutare il prossimo senza essere scoperto. È quello che farà la madre di Jojo (Scarlett Johansson), in qualche modo rassegnata al dover crescere un figlio così ingenuamente credulone ma in ogni caso vittima di una realtà che per forza di cose deve subire. Il modo in cui Jojo vive la sua realtà è talmente ingenuo, che diventa chiaro che il suo “nazismo interiore” è per lui solo un gioco a fare l’adulto, che prima o poi la realtà dei fatti capovolgerà.
Tra i personaggi, non possiamo sapere fino in fondo chi considerare dalla parte del giusto perché all’inizio, prima che la grande guerra costringa i nazisti alla resa, tutto è confuso e ognuno è a modo suo vittima di una società prigioniera. “Jojo Rabbit” è proprio quel perfetto bilanciamento tra ironia e tragedia all’ennesima potenza, probabilmente uno dei modi più brillanti di trattare quella che è stato allo stesso tempo un regime del terrore ma anche dell’ignoranza più totale. In tutto questo, la componente fondamentale è la speranza, quella di poter un giorno rivedere la luce del sole o di poter tirar fuori i propri cari da un modo di pensare criminale e anche solo di uscire finalmente per strada e ballare festeggiando la libertà in ogni sua forma.