La casa di Jack: Von Trier si spinge oltre

Prendiamo Quentin Tarantino, mischiamolo con un pizzico di Stanley Kubrick e perché no, correggiamolo anche con una buona dose di Dante Alighieri e verrà fuori il nuovo film di Lars von Trier, “La casa di Jack” o meglio citando il titolo originale “The House That Jack Built”.
Dopo il discreto successo di “Nymphomaniac” che aveva delineato in maniera decisiva lo stile narrativo del regista danese, arriva questo singolare prodotto quasi come uno schiaffo in faccia, mostrandoci senza remore la realtà di una persona affetta da disturbi ossessivo compulsivi – detto anche OCD in gergo tecnico – in tutta la sua follia e assoluta insensatezza.
Jack è infatti un maniaco dell’ordine, ma di quelli seriali com’è seriale anche il piacere spasmodico che prova nell’omicidio, azioni che ci vengono presentate come “incidenti” con tanto di numerazione, proprio come se fossero semplici esperimenti di laboratorio.
E in effetti in un certo senso lo sono, per Jack un uomo ossessionato non solo dall’ordine e dalla simmetria ma soprattutto dall’arte e dalla bellezza.
È infatti un ingegnere ma lui se ne vergogna, avrebbe voluto fare l’architetto poiché sostiene che uno le cose le costruisce, l’altro le crea. Ogni omicidio è infatti per lui un’opera d’arte, provengono da una chiamata dall’alto che lo spinge a compierli sempre in maniera diversa e con dinamiche esattamente studiate a tavolino esclusivamente per amore dell’arte.
Molti riferimenti appaiono nel corso dell’opera e sono di diverso genere: da quelli prettamente musicali – alcune scene sono riprese dal celebre videoclip della canzone “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan – ma anche riprese di stili cinematografici già visti nei grandi capolavori del thriller e persino riferimenti al nazismo che per altro, ricordano la tanto discussa espulsione del regista dal Festival di Cannes che aveva esplicitamente ammesso di essere filonazista.
Nota è anche la sua misoginia che viene infatti sottolineata nel corso del film se vogliamo anche con un velo di autoironia. Le persone che il protagonista Jack uccide sono per lo più donne di dubbia sveltezza, con una Uma Turman che appare all’inizio e che rappresenta quasi la provocazione all’omicidio, seguita da altre che apparentemente non hanno nessun legame che le unisce.
La sceneggiatura è talmente assurda che sfiora quasi il parodistico, fra i chiari attacchi alla società americana – che il regista notoriamente disprezza -, fatta di poliziotti che non si accorgono dell’assassino nemmeno davanti alla sua palese ammissione di colpe.
E così che ci ritroviamo in un’opera in miniatura, fatta di atti e infine l’epilogo, intervallata da stacchi musicali e talvolta, scene della cinematografia del passato che aiutano il protagonista a raccontare.
È forte il riferimento alla Divina Commedia dantesca dove il protagonista è il narratore, a posteriori di quello che viene mostrato e viene guidato dal suo personale Virgilio fra i gironi dell’Inferno.
Passando quindi dal realistico – si fa per dire – al fantascientifico ecco che Lars von Trier ci ha di nuovo in pugno.