Paternità – Racconti al Balcone

Lina aprì il cassetto del comodino. Era un po’ intimidita. Sua madre era sempre stata gelosa di quello spazio tutto suo accanto al letto e, anche se ora non c’era più, si sentiva addosso i suoi occhi che la rimproveravano. C’era un rosario, alcune scatole di medicinali e una bibbia. Fra le pagine, una foto dei suoi genitori e un foglio ripiegato più volte. Lina sorrise, era il suo certificato di nascita. C’era qualcosa di strano, però. Il nome del padre risultava sconosciuto. Come era possibile? Guardò la foto. I suoi genitori sembravano felici. Sul retro c’era una scritta: “oggi sposi, 10 aprile 1962”. Due anni dopo la sua nascita. Si era sempre chiesta perché non ci fossero foto del matrimonio, con il classico abito bianco, il bouquet e i parenti impomatati, ma sua madre le aveva detto che erano andate perse durante un trasloco, quando lei era piccolina, e non erano stati in grado di avere delle copie. Ecco perché non c’erano album, una ragazza madre non avrebbe potuto sposarsi in grande stile. Lina era turbata, non aveva mai dubitato dell’amore incondizionato del padre né del fatto di essere sua figlia. Ma ora? Si guardò allo specchio, confrontando i propri lineamenti con l’immagine in bianco e nero. Stesso naso, stessa linea delle sopracciglia.
Lo avevano sempre detto tutti, che somigliava “sputata allu ttani”. Ma forse era una bugia, detta da quelli che, conoscendo la verità, non volevano farla sapere a lei. L’aveva adottata dandole il cognome crescendola come figlia sua e aveva mantenuto il segreto. Ma se quello non era il suo vero padre, allora chi era? Negli anni Sessanta, una gravidanza fuori dal matrimonio era ancora uno scandalo e, se fosse accaduto, in molti casi ci sarebbe stato le “nozze riparatrici”. Perché allora sua madre non l’aveva fatto, per poi sostenere che “la bambina era nata settimina”, così da nascondere di essere rimasta incinta prima di sposarsi? Forse il suo vero padre aveva già una famiglia. Ancora più scandaloso.
Lesse di nuovo il certificato. Risultava nata a Cortina D’Ampezzo. “Perché eravamo in vacanza e le doglie sono arrivate prima di tornare a Brindisi” le aveva detto la madre, a proposito di questa curiosità. Era verosimile, per anni erano stati due settimane in montagna a luglio, quando era bambina. Ma ora Lina cominciava a credere a un altro motivo: far nascere il bambino lontano dalla città era un ottimo espediente per evitare pettegolezzi. Voleva scoprire la verità. Però i suoi genitori non c’erano più. L’unica a poter fare chiarezza era una sorella di sua madre, che viveva a Roma. Non era argomento da trattare per telefono. Lina decise di andare a trovarla. “Questa settimana andiamo dalla zia Maria” annunciò alla famiglia riunita. Si scatenò l’inferno. I figli le rinfacciarono di non preoccuparsi dei quattro nipoti ai quali faceva da babysitter mentre loro erano al lavoro, dandole della pazza per l’assurdità di infognarsi in una città come quella in pieno agosto. Lina si chiese da chi avessero ereditato quel carattere irruento. Dal nonno sconosciuto? E se si fosse trattato di violenza? Un disgraziato che aveva abusato di sua madre? Forse era meglio non sapere nulla. Che importanza aveva, ormai? Era stata una figlia felice, perché rovinare tutto? Aldo la guardò in silenzio, aveva la capacità di capire cosa passasse per la mente di sua moglie senza bisogno di spiegazioni. “Ci andremo per il fine settimana” concluse suo marito, “potete fare a meno di vostra madre per un paio di giorni. Oggi prenoto i voli”. Si alzò da tavola, dando per chiusa la questione. Non le chiese nulla, limitandosi a tirare giù i trolley dallo scaffale nel ripostiglio.
Gli raccontò tutto mentre andavano in aeroporto. “Non cambierà ciò che sei” le disse, “ma se è importante per te…” Una roccia, pragmatico e comprensivo. Se ne era innamorata perché somigliava a suo padre. Aldo aveva ragione, non sarebbe cambiato nulla: genitori possono essere quelli che crescono i figli, non solo quelli che li procreano. Si tranquillizzò ma questo stimolò ancora di più la sua curiosità. La zia Maria era una vecchina graziosa, felice di rivedere la nipote dopo tanti anni. Lina le mostrò la foto. “Povera sorella mia” disse zia Maria commuovendosi, “un matrimonio misero misero. Solo noi della famiglia e i testimoni. Il prete li sposò nella cappella piccola, neanche fossero due ladri. Eh, altri tempi…”. “Voglio sapere chi era mio padre” chiese Lina. La donna la guardò meravigliata e Lina le mostrò il certificato di nascita. “A Cortina l’ho accompagnata io, ancora non si vedeva la pancia con i vestiti più larghi. Ci facevamo un sacco di passeggiate, c’era l’aria buona. Avevamo affittato una stanzetta a casa della levatrice e quella ci ha aiutato, quando è stato il momento. Sei nata presto, neanche tre, quattro spinte. Tenevi fretta. Ti abbiamo battezzato lì e poi siamo tornate a Brindisi. Stavi sempre a casa, tanto eri piccola e tenevamo il giardino. Poi tuo padre ha fatto trent’anni e si sono sposati. L’hanno mandato in Veneto e quando siete tornati tenevi già otto anni e nessuno si ricordava più se eri nata prima o dopo”.
Lina continuava a non capire. “Era carabiniere” disse zia Maria scuotendo la testa, “Tuo padre era carabiniere e non si poteva sposare prima di fare trent’anni! Ma tenevano fretta di fare l’amore e così ci sei scappata tu. Allora hanno dovuto fare tutto di nascosto, se no lo cacciavano. Che ti credevi? Che se eri l’amore della vita sua! Tua madre, poi, da quando teneva tredici anni che se lo voleva sposare a papà tuo. Te l’ho detto. Tenevano fretta e sei nata tu. Menomale che mo’ tutte ste fesserie non ci stanno più. Ma c’è ti passa pi la capu? No viti ca si sputata a ttanuta?”. Le restituì la foto, due volti in bianco e nero le sorrisero.