Rapporti di buon vicinato – Racconti al balcone

Margherita aprì la finestra e si affacciò, spiando il terrazzino del primo piano. Bene. L’odiosa signora Adelina aveva steso il bucato bianco, come ogni domenica. Si sporse di più per controllare che non ci fosse nessuno, poi si voltò verso i piani superiori. A quell’ora dormivano tutti: la pennichella era sacra. Svuotò il fondo del vasetto di yoghurt sulle lenzuola candide. L’aveva mescolato con un po’ di tempera scura, dandogli il colore della cacca di piccione: così nessuno avrebbe sospettato di lei. Vendetta, anzi giustizia era fatta. L’arpia, Adelina, aveva scarabocchiato con il pennarello rosso il bordo della sua tovaglia preferita, quella del corredo, tutta ricamata. Si era scusata dando la colpa al nipotino di cinque anni che, giocando sul balcone, si era visto svolazzare davanti quella tentazione intonsa. Margherita l’aveva capito, che era solo una bugia. Non era la prima volta che Adelina si lamentava “dei panni sciorinati davanti alla sua finestra, che le toglievano l’aria e la luce”. Lo proclamava alzandosi in piedi alle riunioni di condominio, neanche dovesse declamare una poesia, senza mai fare i nomi, come se gli inquilini dal secondo al decimo piano avessero tutti la stessa possibilità di oscurarla, lasciando asciugare i panni. Nessuno diceva niente, ma Margherita se li sentiva, tutti quegli occhi accusatori addosso. Si riaffacciò dopo un’ora.
Le lenzuola erano sparite, tutto continuava a tacere. Cominciò a sentire il cattivo odore mentre stirava. Alzò gli occhi al cielo, maledicendo quelle scarpe di tela tanto di moda, che i suoi ragazzi si ostinavano a indossare senza calzini. Cercò sotto il letto, ma stranamente non trovò nulla. L’olezzo sembrava più forte nell’ingresso. Aprì la porta. Sul pianerottolo giacevano le interiora di un pesce, con annesse scaglie, testa e lisca. Erano disposti in ordine sparso, come se fossero caduti dal fondo di una busta strappata: nessun indizio sulla provenienza e otto piani di sospetti. Tutto il palazzo, tranne la vipera sottostante: perché mai avrebbe dovuto salire con il suo sacchetto dell’umido, anziché scendere in cortile fino al bidone preposto? Almeno, questa sarebbe stata la versione ufficiale e sdegnata, se l’avesse incolpata. Margherita fu costretta a pulire, maledicendola sottovoce, non voleva passare dalla parte del torto: in fondo, i resti erano davanti alla sua porta e il sacchetto incriminato avrebbe potuto essere il suo. Intanto, pensava al miglior modo per fargliela pagare. Non poteva neanche sfogarsi con suo marito, per quelle che considerava angherie al limite della persecuzione.
Quello, Antonio, la considerava una esagerata visionaria, con manie di persecuzione. Non capiva perché ce l’avesse con quella brava donna tanto gentile, che soffriva per la lontananza del marito, costretto a lavorare all’estero per mantenere la famiglia. Una poveretta, sempre sola in casa, con l’unica figlia che veniva a trovarla quando se ne ricordava. Antonio era troppo buono, per capire cosa ronzasse nella mente di quella strega. A Margherita non sembrava tanto sola e neanche afflitta, anzi la vedeva uscire sempre conciata come una vamp, con un caschetto di capelli biondi come quelli della Carrà, che dondolavano ad ogni passo. Come faceva a camminare con quei tacchi… Proprio pensando a quei trampoli le venne l’idea “definitiva”. Avrebbe cosparso di cera il fondo del tappetino davanti alla porta di Adelina.
Doveva per forza metterci un piede sopra, nell’uscire, e allora patapum, un bel volo l’avrebbe messa fuori combattimento. Non si sarebbe fatta tanto male, atterrando su quel culone prosperoso. Era proprio il momento adatto, Adelina era sicuramente in camera da letto a vestirsi per uscire e Antonio non sarebbe rientrato prima di un’ora. Quando andava allo stadio, fra partita e birra con gli amici, non rientrava mai prima delle sette. Poggiò l’orecchio sulla porta, nessun rumore. Aprì e lasciò accostato, per una ritirata rapida. Scese piano piano e si tenne al di sotto del raggio dello spioncino. Svuotò mezzo flacone sotto lo stuoino, sarebbe scivolato sul pavimento anche con un solo soffio. Risalì in casa e spense la tv, per poter sentire meglio il tonfo, al momento opportuno. Finalmente un gran trambusto e un urlo gutturale.
Contò fino a venti, prima di aprire la porta, proprio mentre alcuni degli inquilini dei piani superiori scendevano di corsa le scale, chiedendo cosa fosse successo. Bene, avrebbero testimoniato sulla sua estraneità. Arrivarono insieme di sotto. Disteso sul pavimento, a braccia aperte come Cristo in croce, c’era Antonio. “Che diavolo”, pensò Margherita, precipitandosi accanto al marito, “come ha fatto a scivolare lui? Prende sempre l’ascensore quando torna”. Adelina, inginocchiata, gli teneva la testa. Margherita si sentì ribollire di rabbia all’idea di dover anche ringraziare quella vipera, per a sollecitudine mostrata. Che strano che non fosse agghindata come al solito, anzi, era scalza, con i capelli scarmigliati e una sottoveste trasparente. Un dubbio la raggelò. Forse, a restare col sedere per terra, era stata proprio lei…