Stella – Racconti al balcone

Alberto non ha sonno. Il mio orecchio di mamma lo sente rigirarsi nel letto, al di là della zanzariera. Oggi abbiamo fatto acquisti per il suo primo giorno di scuola elementare: penne, pastelli, quaderni, temperino, gomma e lo zaino di Captain America con la stella al centro. Anche un pacco gigante di mascherine e uno di fazzolettini disinfettanti. Sarà un inizio anomalo, privo dell’ultimo sorriso prima di entrare in classe, nascosto dal tessuto antibatterico. Si è alzato e mi ha raggiunto sul balcone, dove mi piace trascorrere un po’ di tempo quando tutti sono a letto e l’intera città sembra addormentata. Mi è salito in grembo. È ancora possibile, se cresce alto come suo padre fra non molto non riuscirò più a tenerlo. “Che fai, mamma?” mi ha chiesto. “Guardo le stelle” ho risposto. Ha sospirato. “E tu, che fai ancora sveglio? È tardi”. “Sono preoccupato”, parole strane sulle sue labbra, “come faccio a conoscere gli altri bambini se ho la faccia coperta? E come farà la maestra a sapere che sono proprio io?”. Sento gli occhi umidi. Gli ho insegnato che nella vita ci sono delle regole da seguire. A correre subito da mamma o da nonna se al parco uno sconosciuto gli rivolge la parola o se un bambino prepotente vuole fargli i dispetti. A non avvicinarsi al fuoco o a rimanere dove l’acqua è bassa se gioca in riva al mare. A lavarsi le mani prima di mangiare e a non sputare la verdura che non gli piace. E anche tutte le cautele da adottare con questo maledetto Covid. Ho cercato di fargli capire, come ogni bravo genitore, che le cose che sembrano divieti incomprensibili sono sempre fatte per il suo bene. Obbedisce, per ora. Fra qualche anno, che per me sarà solo un istante, si trasformerà in un rancoroso adolescente e le mie parole finiranno automaticamente fra le spam del suo cervello, per poi essere immediatamente cancellate. “Ti ho preparato un tesserino come quello di papà. Sai, quello che attacca al taschino della giacca quando va in azienda, così tutti possono sapere chi è anche se non lo conoscono. Ho scelto una bella foto, quella che ti abbiamo scattato quando è caduto il dentino. Poi ho scritto il tuo nome e cognome. Alberto Perrini. Vedrai che tutti ti riconosceranno”. Sembra convinto.
“Però non possiamo giocare tutti insieme. Dobbiamo stare lontani”. Sarò egoista, ma il pensiero di essere fra i pochi a poterlo abbracciare e baciare mi fa piacere. Non credo che sia lo stesso, dal suo punto di vista.
Mio nonno diceva che la scuola serve a insegnare la disciplina e che, ai suoi tempi, bisognava stare seduti composti al proprio banco e ci si poteva muovere solo dopo aver alzato la mano e chiesto il permesso al maestro. Io ho una visione più creativa, ma mi stupisco a pensare che, se fosse ancora così, avrei meno ansia. Il “seduto composto” sarebbe la migliore forma di distanziamento; forse la disciplina del nonno dovrebbe tornare ad essere materia di studio, almeno per quest’anno. “Imparerai tante cose e ti divertirai, anche stando attento a non avvicinarti troppo agli altri. Vedrai che le maestre saranno bravissime a farvi trascorrere il tempo senza farvi mai annoiare”. “Dobbiamo stare lontani come le stelle?” chiede all’improvviso, guardando in alto. Alzo gli occhi. È una notte limpida e i puntini lucenti sono tantissimi, separati da ampi tratti di buio. “Certo, ma il cielo è bellissimo lo stesso, anzi, così possiamo conoscerle meglio, senza confonderle. Vedi quella? Sembra più grande e più luminosa delle altre. E quelle due più vicine? Forse sono stelle gemelle”. “E anche loro hanno le mascherine?” Domanda difficile, ma ho un colpo di genio: “Sicuro, sono attente come noi. Vedi come sembrano tremolare. Stanno parlando fra di loro, si raccontano tutto quello che vedono quaggiù sulla terra. L’aria che esce dalle loro labbra gonfia il tessuto e lo fa vibrare. Come lo zio Peppe quando sbuffa perché ha caldo e fa le pernacchie”. Ci prova, ma riesce a produrre solo un fischio tremulo prima di continuare: “Allora potremo almeno parlare?”. “Ma certo! E potrete guardare e ascoltare e fare tutto quello che volete. Solo con tanta prudenza. Quando tutto finirà, organizzeremo una grande festa in classe, con patatine e dolci a volontà, e potrete finalmente conoscervi bene. Come al veglione di Carnevale, quando alla fine si scopre chi si nasconde dietro il travestimento. Ti ricordi l’anno scorso?”. “Sì” esclama contento, “la zia Carmela non aveva capito che io ero l’uomo ragno e neanche che Elisabetta era vestita da coccinella. Hai ragione mamma, sarà una bellissima festa. Speriamo arrivi presto”. Mi bacia e poi sbadiglia, prima di divincolarsi e di tornare a letto. Io resto in compagnia di tante domande. Andrà veramente tutto bene, come gridavano dai balconi un paio di mesi fa? Difficile combattere un nemico invisibile. Saprò riabituarmi a non avere Alberto sotto la mia ala per tutto il giorno? Lavorare da casa e sentire la sua voce mentre si collegava con i suoi compagni di classe è stato un privilegio che ora mi mancherà. Rumore di passi. “Si è addormentato” mi rassicura mio marito. Anche lui ha l’orecchio attento quando si tratta dei figli. “Ho riscaldato il latte per Martina. Fra un poco è ora”. Lo ringrazio con un sorriso, il turno notturno lo fa sempre lui, compensa l’assenza del giorno godendosi la figlia quando può. “Le stelle dicono che dobbiamo avere ancora pazienza, ma alla fine torneremo alla normalità”, mi tira per un braccio facendomi alzare. “Andiamo a dormire, è tardi” aggiunge. Lo seguo senza protestare, se le stelle gli hanno detto così, ci credo.