Brindisi rivisitata: quando arrivarono i Longobardi

A parte qualche eccezione, che si sa conferma la regola, c’è un’abitudine di origine antica che pare indirizzare l’opera dei cronisti brindisini sin da quando Giovanni Battista Casmiro incominciò a ricostruire le vicende della nostra città: quello di essere più fedeli al campanile che alla storia. In effetti il nostro notaro Casmiro ne aveva motivo, perché altro era il contesto nel 1567 mentre redigeva la sua “Epistola apologetica” in risposta a Quinto Mario Corrado. C’era da difendere il titolo arcivescovile contesoci da Oria, che non era certo una questione soltanto spirituale ma di sostanza, trattandosi di uno dei cespiti più consistenti dell’economia cittadina. Per questo qualche compromesso era più che giustificato. Dissolta la necessità e la ragion di stato, il vezzo è rimasto, radicandosi insieme ad un certo occhieggiare al lavoro altrui. Ne diede un bell’esempio pochi anni dopo il Moricino, che infatti tanti debiti contrasse dagli scritti del Casmiro, ed ancor più il Della Monica la cui opera fu un chiaro plagio. E Moricino e Della Monaca non sono rimasti soli: in un’epoca ossessionata a parole dal cambiamento, è ancora preferibile ritrovare la familiarità di certi temi consueti, nei quali è più facile riconoscersi, piuttosto che avventurarsi nella lettura di eventi poco conosciuti, o peggio, di rivisitarli in senso critico.
Sarà per questo che restano nell’ombra interi pezzi del nostro passato, come i secoli che modificarono completamente il tessuto sociale di Brindisi facendola decadere da metropoli dell’impero a sperduto borgo abbandonato da tutti. Il cammino che portò la città a sparire dalla storia è stato per lo più appena abbozzato e, soprattutto, non si sono indagate le cause che portarono a questo triste epilogo. Epilogo che ci riporta alla polemica avviata tra Brindisi ed Oria per il titolo vescovile, che Casmiro e Corrado coltivavano in maniera comunque accademica, mentre i rispettivi abitanti affrontavano con vivacità e con argomenti ben più spicci.
La diocesi, che risiedeva a Brindisi sin da quando il cristianesimo era divenuto religione di stato, d’un tratto si trasferì ad Oria rimanendovi sino all’XI secolo. I cronisti e gli storici locali danno per scontato che lo spostamento di sede fu dovuto al sopraggiungere dei Longobardi. Si narra appunto che i Longobardi conquistarono la nostra città nel 674, decidendo poi di devastarla. Come tragica conseguenza, fuggirono tutti, vescovo compreso, e Brindisi rimase un deserto abitato da qualche sparuto gruppo di cittadini, convenzionalmente stabilitisi attorno al martyrium di San Leucio, e da un piccolo nucleo di Ebrei che gestivano lo scalo marittimo per conto di Oria. Per colmo di sfortuna il vescovo, di nome Prezioso, nel corso della fuga, morì, sicché fu frettolosamente sepolto in contrada Paradiso, lì dove fu poi ritrovata l’epigrafe del suo sepolcro che, però, indicherebbe che egli era salito in cielo più d’un secolo prima di quanto vorrebbero i cronisti.
Una ricostruzione seducente ma del pari fantasiosa, in quanto il contesto storico ci narra tutta un’altra storia. Vediamo di darne una diversa lettura partendo dalla Brindisi di quel tempo.
Alla metà del VI secolo, la nostra città era uscita malconcia dalla guerra gotica, essendo rimasta per lungo tempo alla mercé dei frequenti raid di entrambi i contendenti, Goti o Bizantini che fossero. In più, chi aveva sperato nei Bizantini aveva avuto modo di ricredersi e di rimpiangere i Goti che l’avevano in precedenza governata. Questi erano sì scontrosi e di poche parole ma, nella sostanza, con l’animo del buon pastore che tosa il proprio gregge senza però scorticarlo troppo. I Bizantini, invece, si turbavano meno per simili minuzie ed avevano l’ossessione del gettito fiscale che, pur di mantenere ai livelli voluti, non rifiutavano l’uso dei mezzi più estremi, tipo l’epibolè, una imposta fondiaria che tassava i campi in base alle loro potenzialità, e non alla effettiva produzione, e addossava ai vicini la responsabilità tributaria d’un eventuale contribuente insolvente. Evidente che una politica fiscale così iniqua non poteva che risultare dannosa per le economie cittadine, soprattutto in quelle zone, come la nostra Brindisi, dove l’agricoltura era una delle principali risorse. L’ingiustizia fiscale era poi aggravata dal fatto che vi erano categorie, in particolare il clero, che erano esentate da qualsiasi tributo, ed altre, i curiali — assimilabili ai nostri consiglieri comunali — che, oltre a pagare le normali tasse, dovevano pure farsi carico delle spese di gestione e di costruzione degli immobili cittadini. Manco a dirlo, nessuno aspirava a fare il curiale e tutti volevano intraprendere la carriera ecclesiastica, divenuta ad un certo punto talmente allettante che, per frenare le vocazioni, fu istituito una specie di numero chiuso, in base al quale, per subentrare, occorreva attendere che si rendesse libero un posto, in genere a seguito di chiamata celeste.
Quando poi nel primo ventennio del VII secolo i Bizantini persero il controllo dei porti italiani della costa adriatica, di Durazzo e della via Egnazia che avevano tutti come terminale Brindisi, il disastro per la nostra città fu completo. Il porto, da fonte delle nostre fortune, si tramutò addirittura in un pericolo: una specie di cavallo di Troia per il cui tramite i Saraceni avrebbero potuto insinuarsi nella penisola.
Il collasso delle attività più redditizie coinvolse anche le autorità religiose che, essendo di per sé improduttive, dovevano necessariamente contare per la loro sussistenza su un surplus economico che la città non era più in grado di produrre. Il disagio del clero brindisino era inoltre accentuato dalle politiche dei Bizantini «basate sul principio di promuovere a posizione ecclesiastiche di rilievo soltanto sudditi leali dell’imperatore» (Falkenhausen, “La dominazione bizantina”, p. 168). In pratica per i Bizantini era meglio affidare più diocesi ad un vescovo fedele che rischiare di avere a che fare con un presule che si opponesse alle loro politiche. Fu certo dovuto anche a questa gestione delle cariche ecclesiastiche se la diocesi brindisina restò vacante dalla metà del VI secolo e per tutto il VII secolo. È quanto emerge in maniera inequivocabile dai dati documentali, di là dai vani tentativi degli storici locali di collocare in maniera coatta nel VII secolo alcuni vescovi di epoche precedenti, vale a dire Aproculo, Pelino, Ciprio e Prezioso, in modo da colmare la cronotassi di quel periodo e avvalorare così l’ipotesi che il trasferimento della diocesi brindisina fosse stata determinata dai longobardi, e non da logiche interne alla diocesi (N. Valente, “Brindisi tra Longobardi e Bizantini”, articolo reperibile sia sul sito della Fondazione Terra d’Otranto, sia su Edu: http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/03/01/97524/; https://www.academia.edu/38471510/Brindisi_tra_Longobardi_e_Bizantini).
In definitiva, non ci fu certo bisogno dell’arrivo dei Longobardi per convincere le autorità religiose che era preferibile trasferirsi altrove; né fu la prima volta che un tale fatto accadeva. Ce ne dà un chiaro avviso sant’Agostino quando lamenta che alcuni vescovi erano troppo propensi ad abbandonare le proprie sedi vescovili, non appena le cose prendevano una brutta piega. Per questo ricordava loro che, anche nei momenti difficili, il dovere di un vescovo era quello di stare con i suoi fedeli (Cameron, “Il tardo impero romano”, Il Mulino, Bologna 1995, p. 239). Richiamo questo che, almeno nella nostra città, risultò del tutto inascoltato.
Quando Romualdo con i suoi Longobardi di Benevento arrivò a Brindisi poté così constatare che le preoccupazioni di sant’Agostino non erano infondate: il clero aveva abbandonato da tempo la nostra città, poco sicura e soggetta alle scorrerie dei Saraceni, preferendo la tranquillità dell’entroterra oritano. Avesse trovato un’autorità religiosa capace di mantenere in vita un episcopato, il duca l’avrebbe senz’altro sfruttata per puntellare la conquista e consolidarla. Non c’era infatti struttura burocratica a quel tempo meglio organizzata di quella clericale, e tutti i governanti se ne servivano per gestire e controllare il territorio.
Va poi ricordato che a quel tempo i Longobardi non erano maldisposti nei confronti della chiesa cattolica, né erano quei mangiapreti che certa letteratura vuol far credere: Teuderata, moglie di Romualdo, passava addirittura per una fervente cattolica che aveva fatto costruire una basilica ed un cenobio, appena fuori Benevento. E lo stesso Romualdo aveva sempre cercato soluzioni gradite al papato.
In effetti, nelle ricostruzioni dei cronisti, i Longobardi scontano la visione alquanto faziosa del teologo Di Meo, insigne erudito del XVIII secolo che, pur di sollevare la Chiesa da ogni possibile colpa, non disdegnava di alzare i toni narrando di città «barbaramente sterminate da’ Longobardi» oppure che al pari di Brindisi «contarono i loro vescovi, finché divennero preda de’ Longobardi». Nelle prime fasi dell’invasione ci furono di sicuro distruzioni ed azioni contro i vescovi cattolici ma, a lungo andare, le cose cambiarono per cui l’immagine del feroce longobardo fa parte dei tanti stereotipi di comodo.
Non direi quindi che la conquista longobarda comportò la distruzione della città, che pare una soluzione poco credibile in quanto costruita a tavolino. Sarei piuttosto propenso a credere che i Longobardi resero inagibile il porto per evitare pericoli esterni e spostarono il baricentro della città all’interno, in modo da allontanarla dalla costa e porla al riparo dalle scorrerie dei Saraceni.
Comunque siano andate le cose, pare evidente che non furono i Longobardi la causa del declino e dello spopolamento della nostra città. I loro atti rappresentarono solo l’epilogo d’un processo, da tempo avviato, che aveva come principale protagonista il clero, in questo caso, molto più propenso a salvaguardare il proprio tornaconto che l’interesse dei credenti.